Inaugurata il 14 novembre 2009, la mostra su Boldini e gli italiani a Parigi è stata prorogata a grande richiesta dal 14 marzo al 6 aprile: coloro i quali non avessero fatto in tempo ad immergersi nelle atmosfere ottocentesche di un Chiostro del Bramante squisitamente allestito per l’occasione, pertanto, hanno altre tre preziose settimane.
È proprio l’allestimento uno degli aspetti più gradevoli di questa rassegna espositiva, a partire dalla carta da parati che strizza l’occhio agli interni domestici dell’alta borghesia di fine secolo (secolo XIX, ovviamente), fino alle sagome di sedie e tavolini da caffè e strumenti musicali, reminiscenze di caotiche nottate bohémien. Appare evidente, anche da questi particolari, l’intento dei curatori di creare un punto d’incontro tra il gusto del grande pubblico e quello degli esperti del settore: notevole, difatti, è la visibilità data alle opere del primo Boldini, che aprono la mostra ed introducono al grande tema degli italiani a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento.
Questa fase iniziale del pittore ferrarese, seppure poco nota, è di grande rilievo storico-artistico: testimonia il gusto dell’art à la mode della scuderia Goupil, fortemente influenzata dall’opera di Mariano Fortuny, lo stimatissimo artista catalano morto a Roma nel 1874 al massimo della celebrità. I virtuosismi tecnici, gli scenari rococò e la luce guizzante di stampo fortuniano si ritrovano puntualmente nelle tele, perlopiù di ridotte dimensioni, del Boldini dei primi anni ’70, ammirabili in mostra in un’intelligente selezione. Largo spazio, chiaramente, è dato alla sua produzione più celebre, rappresentata da capolavori di rara raffinatezza come La Divina in Blu, 1905, misterioso ritratto della marchesa Casati presentata come una diva irraggiungibile e glaciale. Ben si adattano, ad opere come questa, le citazione tratte da scritti di Baudelaire, che esaltano l’artificio del trucco femminile o la vivacità della vita in una metropoli (Il pittore della vita moderna).
Fortemente connessi a questo gusto elegante e quasi aristocratico sono le opere di altri artisti presentati, ossia Zandomeneghi, Corcos e De Nittis: di quest’ultimo in particolare, degna di nota è Il salotto della principessa Mathilde, 1883, in cui distinti personaggi si godono una serata mondana in un ambiente lussuoso, mentre la protagonista di spalle osserva il tutto in disparte, seduta presso un tavolo riccamente ornato con bellissimi fiori e altri oggetti.
Fuori da tutto questo è invece Antonio Mancini, esposto non a caso in una sala tutta sua: considerato uno dei più grandi ritrattisti a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’artista romano è stato uno dei pochi pittori (se non l’unico) per nulla influenzati dalla Parigi impressionista, nonostante i suoi fondamentali soggiorni avvenuti tra il 1875 e il 1878. I suoi scugnizzi e le sue fanciulline sono umili e aulici al contempo, benché privi di preziosi orpelli, se non un’esile piuma di pavone che ritorna nelle opere più importanti. Lo Scolaro povero proviene direttamente dal Museo d’Orsay e la sua storia offre interessanti spunti di riflessione: il dipinto, molto probabilmente eseguito prima del viaggio a Parigi nel maggio 1875, fu venduto ad Alphonse Goupil. Quest’ultimo lo rivendette al pittore Charles Landelle, il quale fece chiamare Mancini dal signor Portier, mercante di colori, affinché l’artista modificasse lo sfondo: alle spalle dello scugnizzo, infatti, campeggiavano una serie di immagini raffiguranti Cristo e altri santi, che l’artista fu costretto a coprire con una tinta neutra. L’esigenza di Landelle è sintomatica della differenza tra il gusto napoletano di Mancini, ricco, vivace e spesso tracotante, e quello francese, più sobrio ed elegante. Resoconti come questo sono tipici dell’Ottocento italiano, vasto campo di studi ancora in gran parte da esplorare: si tratta di un vero e proprio problema storico-artistico aperto, e una mostra come “Boldini e gli italiani a Parigi” ha il merito di rimetterlo per l’ennesima volta in discussione.
Mostra fantastica. Credo la piu` bella che io abbia visto in tutto il 2009.
Complimenti per l’articolo, scritto molto bene, con competenza e passione. Studi storia dell’arte, vero?
Ciao
Peccato essermela persa! Sicuramente doveva essere meglio di quella sul Surrealismo…
grazie per i complimenti! sì, studio storia dell’arte. prossima recensione: hopper!
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