Eccoci con il consueto appuntamento con i vostri pensieri in versi, che però purtroppo rischia per il futuro di non essere più così consueto… Infatti ultimamente, che sia stato a causa degli esami o del freddo o della sempre affannosa compilazione del piano di studi, la nostra posta elettronica scarseggia di vostri sonetti e madrigali, endecasillabi sciolti e versi liberi. Vi esorto dunque a riscoprire nuovamente il poeta che è in voi, nella certezza che la primavera incipiente e le prossime vacanze pasquali offriranno quegli stimoli al momento perduti!
Attendendo dunque i nuovi frutti poetici, cogliamo l’ultimo pomo dell’inverno leggendo questa concisa e cupamente apocalittica poesia del nostro affezionatissimo lettore e vecchio frequentatore di queste pagine Gabriele Massa, il quale, dopo averci già deliziato in passato con la sua traduzione in versi de “Il lupo e l’agnello” di Fedro, ha superato sé stesso con una sublime riproposizione della “Favola di Orfeo” virgiliana: potrete leggere quest’ultimo eccezionale pezzo di bravura nel nostro sito www.letterefilosofia.it, ovviamente nella sezione “Nugae”.
La catastrofe di Gabriele Massa
Spinti da oracoli, segni e sospetti,
fuggendo la catastrofe vicina
noi ci affanniamo febbrili in progetti:
ma un’altra neanche adombrata rovina
- ché i responsi non furono ben letti -
ci è addosso e, inermi, a furia ci trascina.
Favola d’Orfeo di Gabriele Massa
(Virgilio, Georgiche IV 457-527)
Secondo quanto si narra e si dice,
mentre danzava pei prati ridente
con Driadi e Ninfe coetanee, Euridice
non vide ascoso fra l’erbe un serpente,
e nell’ignudo tallone, infelice,
ne ricevette il velenoso dente:
pianse Pangea alla tremenda notizia,
e Rodope e i Geti, e l’attica Orizia.
Quando le tristi novelle ebbe udite,
Orfeo suo sposo, il cantore di Tracia,
ardì varcare le soglie di Dite,
ed a tal segno condusse l’audacia
da perorare dinanzi al re immite
i casi suoi senza ambagi o fallacia,
ove lo Stige le sedi profonde
per nove volte circonda con l’onde.
Ristette il popolo dell’ombre inani;
fermò il suo giro la ruota inclemente
dell’empio Issione, il più reo tra i Titani;
Cerbero, a guardia dell’infera gente,
trattenne attonito le fauci immani;
le Furie, cui tra le chiome cruente
un intrico di serpi s’aggroviglia,
furono vinte dalla maraviglia.
Ma quando Orfeo verso l’aere s’affretta
e sale già per un arduo sentiero,
da tergo seguito dalla diletta,
vinto da amore – se narrano il vero –
si volta e infrange la legge a lui detta
dai re che di sotterra hanno l’impero:
ahi follia certo degna d’indulgenza,
se sapessero gli dèi la clemenza!
Tutti gli sforzi divengono vani,
e nel sonno l’amata gli occhi chiude,
chiamata indietro dai crudeli Mani
che la rimenano alla Stigia palude:
lo sposo a vuoto le tende le mani,
ma, come fumo, il suo abbraccio ella elude,
né più permise il nocchiero Caronte
che attraversasse ancora l’Acheronte.
Per sette mesi poi l’Emonio vate
sull’alta Rodope rimase solo
e sulle vette del Tanai innevate:
come su un pioppo sta il triste usignolo
cui l’aratore rapì le covate,
e con la voce molcisce il suo duolo,
così, sferzato dagli Euri e dai venti,
gli spazi empiva di mesti lamenti.
Quando, neglette, le Tracie baccanti
gli svelsero il capo dalla cervice,
la testa, spinta dall’acque croscianti
dell’Ebro, ripeteva “ahi Euridice!”,
riecheggiata dai flutti circostanti:
“ahi, Euridice, Euridice infelice!”
diceva Orfeo con l’anima fuggente,
portato dalla limpida corrente.
…nugis / doctis, Iuppiter, et laboriosis!
Complimenti collega (per cursus studiorum e amore di alloro), ottimi endecasillabi, leggerò dalla lontana (non troppo) Lettere e filosofia di Santa Maria Capua Vetere… dall’altra parte della cattedra (ma non troppo!).
Oscula, vale