In quelle dichiarazioni di Milito a fine partita, semplici, banali, schiettamente inutili ma sincere, c’è tutto il senso di questa stagione dell’Inter, una stagione ricca di contrasti che si è conclusa alla grande col trionfo in Europa. Grazie a quelle due perle di talento che sono stati i suoi due gol, l’Inter che saluta Mourinho, moderna figura dell’allenatore mercenario dopo il tramonto del legame calciatore-maglia, può consolarsi pienamente e guardare al futuro consapevole, come ricordava la telecronaca dei primi minuti, che in campo scendono undici uomini, e non l’uomo in giacca e cravatta. Per questo motivo sono i bambini i veri trionfatori di questa partita, quei piccoli portati sulle spalle dai padri a fine partita.
Probabilmente, prima dell’avvenuto passaggio, neanche Leandro, il piccolo Mou, avrebbe immaginato di finire a giocare sul campo del Bernabeu, che i suoi coetanei di tutta Europa iniziano a vedere alla sua età e non vedranno mai, se non eccezionalmente talentuosi ovvero fortunati, se non in un pomeriggio di fuga durante una gita scolastica o una vacanza. Che dire, poi, di quel Golia di un Cesar, affannato intrattenitore di tutti i piccoli, dal biondissimo baby Sneijder alla giovane erede di Motta, giustamente cinta dalla medaglia da Platini? Mai si erano visti così tanti bambini in campo, neanche all’inizio degl’incontri, quando all’ingresso in campo dei moderni gladiatori si notano piccole figure, mute dall’emozione, vestite di maglie grandi il doppio di loro.
Dai piccoli deve ricominciare il nostro calcio, dal loro sguardo sbalordito e al contempo indifferente al fatto che in quel momento un miliardo di persone ha gli occhi su di loro: questo più che mai dovrebbero ricordare i nuovi vincitori della Champions League, perché mai come in questa stagione i contrasti di cui abbiamo parlato hanno leso molto l’immagine della squadra milanese. Fanno male ai suoi figli (meno del nome, forse) i calci di Totti dallo sguardo soddisfatto, così come gl’insulti, da parte di uno che pure dovrebbe sapere cosa significa subirli, come Balotelli, non valgono a nulla in uno scontro che è pura fatica e coordinamento, e non agone oratorio di bassa lega. Così, è sorprendente confrontare lo sguardo fiero di Motta padre con la gomitata inferta a Busquets nella semifinale col Barcellona: forse in quella partita la bambina era rimasta a casa?
Le esortazioni a un calcio meno violento, che offra spettacoli godibili e divertenti come è stata la finale di Madrid, vengono recepite a tempi
alterni, più in campo internazionale che negl’incontri-scontri nazionali. Ad assistere a partite di campionati di livello dilettantistico, poi, si nota una violenza che raggiunge livelli parossistici, quanto mai grave quanto si riversa su giovani arbitri che, all’inizio di carriera, spesso vengono pagati meno di cinquanta euro. Ha senso tutto ciò? Lo sfottò è uno dei momenti principali del calcio, non la lotta libera, perché i bambini sono sempre presenti in campo, anche se lo guardano dal televisore.


Bravo! Hai concentrato l’evento della finale in un ottica esclusa dai media! Bel pensiero!
Grazie. Purtroppo è sempre più facile vedere la prospettiva inesplorata visto il copia e incolla di temi tra i vari mezzi.