Si è aperto a Siracusa il XLVI ciclo di rappresentazioni curato dall’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Quest’anno in scena Aiace di Sofocle e Fedra di Euripide. Il titolo originale della Fedra è Ippolito incoronato ma evidentemente, come già accaduto in molte passate edizioni, la par condicio di genere ha agito anche nella scelta dei titoli; altro che “protagonista indiscussa”, come chiosano sul sito dell’INDA.
Per l’ennesimo anno constato la scarsa preparazione culturale di alcuni registi selezionati, a causa della quale le tragedie più vicine al nostro habitus mentale, quasi esclusivamente euripidee, sono quelle che finiscono per essere più apprezzabili, non potendo il regista travisare più di tanto le battute dei personaggi. Ma andiamo con ordine.
La prima dell’Aiace si apre con una rappresentazione dei bambini dell’INDA: un carro entra in scena, trainato da un nerovestito figuro ubriaco; il nerovestito si prodiga in una serie di evoluzioni, finché si scopre che il carro contiene bambini biancovestiti. Il nerofiguro sbronzo crolla a terra, entrano altri bambini biancovestiti che liberano i prigionieri; tutti si armano di bastone e cacciano l’ubriacone piroettante. Rappresentazione allegorica? Pura estetica classicheggiante? Comunque rimane uno spettacolo breve e simpaticamente godibile; anche perché, quando ci sono i bambini in scena, perfino allo spettatore più impaziente e ignorante si apre il cuore.
L’Aiace è una tremenda delusione. Colpa da assegnare, però, quasi esclusivamente al regista Daniele Salvo, il quale sbaglia completamente l’approccio al testo, salvando invece quasi tutti gli attori; su tutti il protagonista Maurizio Donadoni. La scenografia è abbastanza semplice: una grande struttura tipo palazzetto al centro, alcune rocce qua e là, una superficie acquatica non piccola e un enorme muro di legno come sfondo. I costumi e le luci sono buoni.
Lo spettacolo si apre con la voce della dea Atena fuori campo, mentre Ulisse, indaffarato, cerca indizi correndo su e giù per la scena. Ad un certo punto, però, la dea compare, camminando sulle acque e fermandosi, per il proprio dialogo con l’eroe, al centro del laghetto creato sul palco. Ottima idea. Se non fosse per il fatto che, poco dopo, il coro entrando in scena calpesta proprio le stesse acque, facendo rimanere lo spettatore alquanto confuso: non era una prerogativa celeste, dunque. Pian piano, nel corso dello spettacolo, emerge la vera funzione delle acque: chiunque voglia avvicinarsi alla tenda deve passare su quella superficie simbolica (simbolica di cosa?, del mutamento?, della distanza tra lo spazio della tenda e quello del resto del mondo?); fatta eccezione per i personaggi che arrivano dal lato opposto della scena, loro non hanno bisogno del simbolismo acquatico.
L’Atena della Gennatiempo indossa una voce da ninfomane schizofrenica (non venitemi a parlare di voce straniante, che il ridicolo non è mai straniante), poiché a un timbro mediamente languido e patetico aggiunge, qua e là, risatine insensate e abbastanza maniacali. Il regista, nella nota di regia, definisce la dea “ambigua”, ma tra un comportamento ambiguo e uno maniacale c’è una bella differenza, e dipingere la dea della razionalità come una pazza ossessionata vendicativa mi sembra, sinceramente, eccessivo.
La scelta di rappresentare i caratteri in chiave estrema si rivela, fortunatamente, felice per quanto riguarda il protagonista dell’opera, Aiace. Sarà per l’estrema bravura dell’attore, sarà per l’estremismo connaturato comunque al personaggio sofocleo, l’uscita dell’eroe dalla tenda, in preda ad un estremo furor sbavante e grugnante condito, anche questo, da risatine da pazzo omicida, riesce. Il dialogo con Atena riesce, e così il termine della scena, con la tenda che si apre un momento per far intravedere un vello insanguinato appeso.
L’ingresso del coro, dopo il momento di stupore per la camminata sulle acque, risulta hollywoodianamente piacevole, merito soprattutto dei bei costumi di Silvia Aymonino. Il piacere, però, svanisce ben presto: il coro, come quasi sempre negli ultimi anni, è trattato “democraticamente” tramite la divisione delle battute tra i vari componenti; cosa che garantirebbe una buona comprensione, se solo le battute fossero dette in modo piacevole e non in questo cosiddetto recitare “straniante”, dove “straniante” è sinonimo di brutto e non, invece, di maestoso o distante dall’uso. Ma sembra che l’unica distanza che piaccia a questo tipo di registi sia quella dall’eufonia.
La Tecmessa di Elisabetta Pozzi si difende, cercando di arginare con pizzichi di bravura, sparsi qua e là, le pazzoidi impostazioni registiche; dunque, il dialogo con il coro risulta ben sopportabile. Giungiamo quindi al pezzo forte della tragedia, con il rinsavimento di Aiace (che conserva però, nella visione di Salvo, tracce dell’appena trascorsa pazzia, emettendo ancora qualche folle risatina): Maurizio Donadoni è travolgente e riesce a far appassionare lo spettatore, facendo dimenticare subito qualche pacchianata registica che, ogni tanto, trapela dai toni. Bellissimi il dialogo con Tecmessa e il saluto al figlio piccolo, con il dono dello scudo. Grande spettacolo, quindi, fino a quando Aiace non ritorna nella tenda. Poi si dorme, nonostante i tentativi della Pozzi di risollevare la scena. Si nota l’eccesso di patetismo, le voci del coro disturbano e le musiche stile “colonna sonora hollywoodiana” ben presto stufano.
Il discorso accondiscendente, dove Aiace mostra di voler rinunciare ai propositi suicidi, non mostra traccia delle discussioni che i filologi conducono da secoli al riguardo: doppi sensi, interpretazioni ambigue… tutto cancellato. Il regista sceglie la strada della non-scelta, facendo pronunciare ad Aiace un monologo estremamente sincero e patetico (bello, sempre grazie a Donadoni) ma, proprio sul finale, facendo pronunciare un “per sempre” chiaramente ambiguo, riferito all’intenzione di andarsi a purificare e riposare. Un colpo al cerchio e uno alla botte.
Il regista sceglie di rappresentare la morte di Aiace sul tetto della tenda. Motivo? Sempre dalla nota di regia si evince che si tratta di un “luogo isolato, ai confini del mondo”. Come idea non è del tutto male… sarebbe discutibile, se fosse realizzata a modo; ma il come è stata realizzata me la fa giudicare del tutto negativamente. Innanzitutto la posizione centrale della tenda e la sua altezza non consente la chiara visione di ciò che accade sul tetto da parte degli spettatori delle prime file, ma questo non è il primo dei problemi; sempre secondo il regista (in linea con il pensiero antico, questa volta) lo spazio della morte di Aiace “dopo la sua morte, verrà brutalmente calpestato ed invaso da uomini protervi, arroganti e calcolatori”: cosa che, così realizzando la morte, risulta chiaramente impossibile; al tetto si accede tramite una piccola e ripida scaletta a chiocciola interna alla tenda. Non solo l’accesso è proibito ai vari Menelao e Agamennone che si succedono nella seconda parte dell’opera (e, per un regista che tiene al simbolismo, questo avrebbe dovuto essere un grave problema), ma per trasportare il corpo di Aiace al centro della scena Teucro e Tecmessa devono legarlo ad una corda e farlo calare dall’alto, correndo il rischio di far sbattere la testa dell’attore contro la struttura della tenda, costringendolo spesso a proteggersi con le mani, dando luogo allo spettacolo pietoso di un morto-vivo che si accompagna con le mani mentre viene calato da strani paranchi. Tremendo.
Il messo, l’ottimo Massimo Nicolini che il giorno successivo interpreta il protagonista della Fedra, effettua un bel monologo, durante il quale impersona Calcante, creando un’atmosfera profetica (discutibile, ma di bell’effetto), ma svenendo (pessima scelta registica) alla fine della relazione.
Per un parere diametralmente opposto, confronta con la recensione apparsa sull’Eco di Sicilia.
Per vedere alcune foto degli spettacoli, visita il sito di Repubblica.


Non è facile riconoscere la bravura di un attore in una messinscena altalenante, dove una regia disattenta e un livello medio del cast non eccelso potrebbero offuscare il talento. Complimenti per la ricchezza di dettagli e per il finale non positivo: una non-lezione è sempre migliore di una cieca critica.
BUONGIORNO MICHELANGELO
SONO DANIELE SALVO IL REGISTA DALLA SCARSA PREPARAZIONE CULTURALE DI CUI LEI HAI PARLATO NELLA SUA “ILLUMINANTE” CRITICA.
NON HO IL TEMPO E LA VOGLIA DI RISPONDERE AI SUOI ATTACCHI PERSONALI,OFFENSIVI E MOLTO SUPERFICIALI CHE DENOTANO UNA MALAFEDE DI FONDO E UNA VISIONE DEL TEATRO MOLTO APPROSSIMATIVA E BEN POCO DOCUMENTATA.
L’AIACE HA AVUTO STRAORDINARIO SUCCESSO DI CRITICA E PUBBLICO. PARLIAMO DI PIU’ DI 8.000 SPETTATORI A SERA E DI CRITICHE TRIONFALI SULLE MAGGIORI TESTATE NAZIONALI.
MI DISPIACE CHE NON LE SIA PIACIUTO, QUESTO E’ LEGITTIMO. MA LA DIFFAMAZIONE A MEZZO INTERNET E STAMPA E’ UNA COSA MOLTO TRISTE E BASSA. FACCIO QUESTO LAVORO DA 20 ANNI E PER QUESTO “AIACE” HO AVUTO RICONOSCIMENTI PERSINO DAL PRESIDENTE NAPOLITANO. BISOGNA IMPARARE A RISPETTARE IL LAVORO ALTRUI E A LASCIAR PARLARE DI TEATRO E CULTURA CHI NE HA VERAMENTE LA COMPETENZA.
SE VUOLE MI PUO’ CONTATTARE. SAREI CURIOSO DI CONOSCERE I MOTIVI DI TANTA ACREDINE NEI MIEI CONFRONTI.
DANIELE SALVO
Ho letto attentamente la sua “recensione” e confesso di averla trovata arrogante e notevolmente superficiale.
Penso che la rappresentazione sia stata eccezionale ma naturalmente rispetto l’opinione di chi la pensa diversamente da me, tuttavia arrivare a considerare un vero e proprio disastro un’opera che ha avuto enorme successo credo che voglia dire molto contro di lei.
Mi rendo conto che non sono nessuno per darle consigli ma dubito che con questa arroganza e superbia potrà arrivare lontanto. Disinti saluti Ettore.
Ai gentili lettori.
Ringrazio Salvatore per l’apprezzamento, Daniele Salvo e il signor Ettore per aver comunque lasciato il loro commento, segno dell’interesse e del tempo che hanno dedicato a leggere la mia recensione. Data la vocatio in ius da parte del regista da me criticato, scriverò qualche riga di risposta.
Mi permetto di dubitare del fatto che il signor Salvo non abbia “TEMPO […] DI RISPONDERE”; capisco che “LA VOGLIA” possa mancare ma, avendo il tempo per scrivere questo sgrammaticato messaggio, c’era il tempo per rispondere ad un paio di osservazioni ad hoc. Dato che a me piace, invece, rispondere con argomentazioni pertinenti, applicherò il mio metodo al suo messaggio.
Dovrebbe risultare semplice capire che i miei attacchi non hanno nulla di personale, in primis da un punto di vista meramente formale (non mi scaglio contro la persona del regista, ma contro le scelte artistiche), ma soprattutto perché non conoscendo di persona Salvo non ho motivi di “ACREDINE” contro di lui, né ho pregiudizi rispetto alla sua personalità artistica, anzi ho piuttosto apprezzato l’Edipo a Colono messo in scena, sempre a Siracusa, lo scorso anno, quindi se avessi avuto pregiudizi sarebbero stati positivi.
Dubito anche del fatto che la mia recensione possa essere considerata “MOLTO SUPERFICIALE”, cosa di cui mi accusa anche il signor Ettore: la maggior parte delle recensioni sia su carta che online, comprese quelle delle “MAGGIORI TESTATE NAZIONALI”, si limitano a raccontare trama e significati della tragedia sofoclea; cosa che ormai accade spesso nella critica giornalistica, un po’ meno nel web; la mia recensione si sofferma su molte scelte registiche (se non su tutte, almeno su tutte quelle significative), sulla recitazione degli attori, sulle musiche, sui costumi, insomma sviluppa pienamente il senso della parola “recensione”, vale a dire “analisi accurata”.
Ero presente alla prima. A meno che non debba far causa al mio ottico, grazie al quale sono tornati alla mia attenzione, recentemente, gli oggetti lontani, debbo confessare di non aver percepito la presenza di “PIU’ DI 8.000 SPETTATORI”. Anche qualora gli spettatori fossero aumentati durante le repliche, la presenza di un folto pubblico, specialmente in un teatro di grande richiamo, turistico e per non habitué, non si può utilizzare come argomentazione difensiva della messa in scena. A dire che “quaggiù il successo è il solo metro di giudizio di ciò che è buono o cattivo” era un personaggio storico alquanto discusso. Parlare addirittura di “DIFFAMAZIONE”, francamente, mi lascia alquanto perplesso.
Infine, Salvo ha utilizzato la frase “BISOGNA IMPARARE A RISPETTARE IL LAVORO ALTRUI E A LASCIAR PARLARE DI TEATRO E CULTURA CHI NE HA VERAMENTE LA COMPETENZA” con un’accezione vagamente ostile nei miei confronti. Questa frase mi ricorda quella di un personaggio sofocleo, tanto per citare un autore noto a Salvo: Creonte, il quale inveendo contro i ragionamenti serrati del figlio Emone gli risponde, ad un certo punto, “dovrai pentirti d’impartirmi lezioni di saggezza, tu che ne sei privo”.
Lo scrittore francese Marcel Proust una volta disse che “un’idea con molto potere ne trasmette un po’ agli uomini che la contraddicono”: mi auguro che, leggendo la mia recensione, qualche suggerimento abbia suscitato l’interesse del signor Salvo, il quale è libero di rispondermi ancora, quando avrà più tempo, magari discutendo con calma alcune scelte registiche, piuttosto che attaccando a testa bassa e dall’alto dei suoi venti anni di carriera un giovane studente di Lettere e Filosofia.