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Tragedie classiche a Siracusa. Parte 2: le complicazioni di una bella Fedra

Il regista Carmelo Rifici con Elisabetta Pozzi, Fedra, durante le prove. Foto C. Aviello

Memore delle trascorse edizioni, nelle quali spesso si sono affiancate una giornata negativa ad una positiva, avevo un fausto presentimento entrando in teatro. Fausto presentimento che è stato ben ripagato dalla messa in scena del regista Carmelo Rifici.

Parto dalla questione sicuramente più spinosa della serata: il testo selezionato per la messa in scena. Confesso subito di non gradire la traduzione di Sanguineti: non è tanto la volontà traduttoria di piegare una lingua a ricalcare gli schemi lessicali di un’altra ad infastidirmi, quanto la sgradevolezza di alcune parole sorte per questa volontà; è lo stesso Sanguineti, se mai sorgessero dubbi sulla volontà dell’autore, a ribadire il proprio metodo traduttivo, in una conferenza tenuta assieme a Paduano e Canfora proprio sul testo delle tragedie siracusane. Riporto alcune parole di Sanguineti che si trovano in un articolo del quotidiano on line “Giornale di Siracusa”:

“La traduzione è un travestimento e il mio ultimo travestimento l’ho regalato a Siracusa con Fedra” ha detto il grande poeta genovese, parlando del suo lavoro per gli spettacoli classici. Poi ha aggiunto: “Cerco sempre qualcosa di nuovo quando mi occupo di una traduzione, perché nuovi sono i testi, ma nuovi sono anche gli spunti che mi spingo a trarre dalle opere. Nel caso di Fedra – ha continuato Sanguineti – mi ha stimolato una fase nuova che ho chiamato traduzione a calco, perché ho lasciato alle parole nella stessa posizione che hanno nel testo originale”. Un lavoro che porterà un elemento di novità nella rappresentazione e che impegnerà ancora di più la protagonista, Elisabetta Pozzi. “Tradurre non vuol dire importare una lingua straniera nella propria – ha spiegato Sanguineti – perché non bisogna adattarla. Occorre grecizzare l’italiano e non fare il contrario”.

Il giovane regista Carmelo Rifici. Foto C. Aviello

Non che io sia contrario a seguire questo metodo traduttivo piuttosto che un altro, se i risultati sono all’altezza; se il gioco vale la candela, ogni gioco è lecito, specialmente in campo artistico; l’effetto che ne deriva, però, sfiora spesso il ridicolo e sentir pronunciare tante volte da un personaggio parole come “iperbellamente”, “ipertranslucente” o “bipartorito” causa risatine tra il pubblico che non fanno bene al dialogo che dovrebbe instaurarsi tra la scena e gli spalti; riduce l’immedesimazione, non rende credibile la finzione scenica. Non mi lamento degli iperbati che pure son presenti in modo eccessivo, di modo che persino seguire il senso dei discorsi è ardua impresa per chi non conosca già il testo di Sanguineti o non lo abbia sottomano (cosa vivamente consigliata), ma sono sicuro che i tre quarti del pubblico abbiano stentato a capire cosa accadesse in scena.

Ora, se è vero che non bisogna per forza di cose rendere tutto comprensibile e facilmente accessibile, è anche vero che non può essere tutto incomprensibile, ragion per cui, forse, alcuni iperbati in meno non avrebbero guastato, essendo una traduzione nata proprio per la rappresentazione.

Debbo dire, d’altra parte, che recitando con una buona dizione e senza effettacci di tono un testo del genere, si raggiunge il tanto agognato effetto straniante che, invece, non si raggiunge affatto con le grida e la recitazione schizofrenica che sta a cuore a molti registi (vedi l’Aiace del giorno prima): questo sicuramente è un fattore positivo. Ma ci deve essere bisogno, come è stato in questo caso, di un regista molto attento a valorizzare il testo, altrimenti a parole brutte di per sé non seguirebbe il così piacevole effetto straniante.
Un plauso ancor maggiore, dunque, a Carmelo Rifici, il quale nell’intervista sul sito dell’INDA si sofferma soprattutto sul trattamento delle parole in relazione ai personaggi, evidenziando come abbia chiesto agli attori di dare senso alle parole, evitando di lanciarsi in esagerati sentimentalismi o toni che non facessero capire bene il significato. Una lezione per tutti i registi amanti del tono straniante.

Il lavoro di lima del regista, inoltre, è stato valorizzato da una buona prestazione generale. Superlativo l’Ippolito di Massimo Nicolini, fin dall’avvio con la scena del sacrificio, recitata come si deve, ieratico e con la voce ferma e squillante, e supportata altrettanto splendidamente dalle musiche di Daniele D’Angelo, il quale fa intervenire in scena direttamente delle cantanti liriche a supporto vocale diretto di musiche già registrate. La scena del monologo anti-femminile è stupenda, con lo sdegno che si sente fremere sotto la pelle di Nicolini senza, però, lasciare che si adagi in eccessi che rischierebbero di trasformare lo nobile rabbia sacerdotale in volgare ira misogina.
Bellissimo lo scontro tra Ippolito ed il padre Teseo, interpretato da un altrettanto bravo Massimo Donadoni; anche qui il regista ci delizia con una chicca interpretativa e modernizzante: ad un certo punto della litigata Teseo, ormai corpo a corpo con Ippolito, in uno scontro che da verbale si trasforma sempre più in fisico, sputa in faccia al figlio, un istante prima di scacciarlo dalla città; espressione di grande disonore per la nostra forma mentis, basti pensare ai molti film in cui un prigioniero, ormai impotente, colpisce per l’ultima volta nell’onore l’avversario sputandogli, per l’appunto, sul volto.

Molto bello anche il dialogo finale tra Ippolito morente e un Teseo ormai pentito e in preda ai dolori del rimorso: si nota una certa affinità tra i due attori che nelle scene insieme danno il massimo, sia a livello di intensità recitativa che di comprensibilità di testo e carattere dei personaggi.

Figurino per Fedra della costumista Margherita Baldoni

La presunta protagonista dell’opera, Elisabetta Pozzi alias Fedra, ondeggia tra alti e bassi. In generale una prestazione positiva, ma a volte alcune battute vengono date in modo eccessivamente patetico (contraddicendo, quindi, le indicazioni registiche); i monologhi sono abbastanza convincenti, anche per l’esperienza che l’attrice, ormai a suo agio nel teatro antico data la lunga frequentazione, ha accumulato. I punti di maggiore debolezza sono i dialoghi con il coro e con la nutrice, probabilmente dovuti al fatto che le controparti sono gli elementi peggiori, dal punto di vista recitativo, della serata.

La nutrice, Guia Jelo, recita al solito modo “straniante” ampiamente utilizzato nella serata precedente, durante l’Aiace. Essendo la sola a farlo, però, sembra proprio un pesce fuor d’acqua, facendo risaltare ancor di più la bruttezza del suddetto stile. Oltre a ciò, sbaglia totalmente toni e modi di muoversi sul palco, risultando veramente poco credibile e alquanto fastidiosa.

Il coro, quando canta o danza, è fantastico, complici anche gli stupendi costumi di Margherita Baldoni e le movenze danzanti di Alessio Maria Romano. Il problema sorge quando si tratta di recitare “democraticamente” uno alla volta: in quei momenti emergono le pecche recitative dei singoli ed è proprio in quei momenti che il coro mostra il suo lato peggiore.

Per quanto riguarda le dee, l’Artemide di Alessia Giangiuliani supera un pochino l’Afrodite (Ciprigna, nella traduzione di Sanguineti) di Ilaria Genatiempo. Sono comunque entrambe nella parte e non sfigurano, sia per la recitazione che per la presenza scenica. A proposito di Artemide l’unica, piccola caduta registica: buona l’idea di mimare il gesto dell’arco che scaglia la freccia, quando alla fine dell’opera la dea parla di come si vendicherà sui seguaci di Afrodite, meno buona l’idea di far stramazzare al suolo due componenti del coro come se fossero stati veramente colpiti in quel momento da un dardo (per quale motivo Artemide si dovrebbe vendicare su due persone che si trovano là, casualmente, in quel momento?), anche a livello simbolico non rende, è alquanto gratuita come trovata.
Emiliano Masala si rivela un buon messo, abile e avvolgente nella narrazione della disastrosa sorte di Ippolito. Ad un certo punto leggermente eccessivo, ma sempre in linea con l’eccesso traduttivo di Sanguineti (il mostruoso toro esce addirittura da uno “tsunami”, secondo il traduttore); l’idea di farlo svenire al termine della narrazione è, in questo caso, ammissibile (anche se discutibile), perché il messo riferisce di un evento, portentoso e orribile allo stesso tempo, di cui è stato testimone, perciò resiste in forze finché non ha portato a termine il proprio compito, poi si abbandona allo stress e quindi crolla a terra; ci si può ancora stare.

Insomma: un testo complesso e di non facile perspicuità, ma che obbliga ad una continua attenzione e garantisce un effetto straniante; un cast in media buono, con punte di eccellenza (Teseo e Ippolito); musiche sempre stimolanti e mai ripetitive (al contrario dell’Aiace); costumi piacevoli da osservare e niente pacchianate nella ricostruzione scenografica e di effetti speciali (il mostro viene simboleggiato da un enorme simil-cavallo per niente pacchiano e la dea Artemide fa crollare, sul finale, una statua simboleggiante Afrodite che era rimasta sul tetto della casa per gran parte della recita). Una bella messa in scena e un buon esempio per chi gli anni prossimi si cimenterà nel riportare in vita le antiche tragedie ateniesi.

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