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Ma quanto è dura la salita! E non solo quella…

“Ma quanto è dura la salita!”, recita una popolarissima canzone di Gianni Morandi, e, quando nello sport si parla di salite, il pensiero non può che andare al Giro d’Italia. Da pochi giorni si è conclusa una delle edizioni più spettacolari della corsa rosa che ha regalato agli appassionati tre settimane di ciclismo d’alta qualità, con un’ottima scelta dei percorsi e tappe mai banali e scontate. In più il maltempo, sabotatore, per molti, di un maggio povero di gite al mare o in campagna, ha reso la competizione ancora più dura ed avvincente. Il pubblico ha potuto percepire, come poche altre volte, la fatica dei ciclisti dipinta nei volti solcati dal sudore e contratti per lo sforzo di pedalare per centinaia e centinaia di chilometri.

E’ stato il giro delle salite: Zoncolan, Mortirolo e Gavia sono fra le ascese più difficili al mondo ed erano tutte presenti in quest’edizione. Le Alpi, tuttavia, non sono state le sole protagoniste. Come dimenticare la tappa di Montalcino dove la pioggia battente e la strada sterrata hanno reso i corridori degli eroi, quando hanno raggiunto il traguardo, sporchi di terra e fango. O la tappa dell’Aquila in cui, oltre al dovuto omaggio ad una terra ancora ferita dal terremoto, le terribili condizioni climatiche hanno sconvolto il Giro, mandando in porto una fuga altrimenti impossibile. Senza scordare poi le discese, come quella del Monte Grappa, dove Vincenzo Nibali ha staccato tutti vincendo la frazione da vero campione, o quella del Mortirolo in cui David Arroyo ha difeso con onore la sua maglia rosa dall’attacco di Ivan Basso, prima di arrendersi sulla salita dell’Aprica.

Gli elogi finali da prima pagina sono andati, com’è giusto, soprattutto a Basso, giunto in rosa nella suggestiva cornice dell’Arena di Verona e dominatore, con pieno merito, di questo Giro d’Italia. Dopo un avvincente duello con il campione del mondo Cadel Evans, è arrivato da solo in vetta allo Zoncolan, ascesa più dura d’Europa, ed ha vinto, acclamato da migliaia di persone giunte ad ammirare lo spettacolo del ciclismo in quel naturale “stadio” alpino. Ha respinto la controffensiva dell’australiano iridato nella cronoscalata di Plan de Corones e, sul Mortirolo e sull’Aprica, aiutato da uno straordinario Nibali, ha strappato ad Arroyo una maglia rosa che, dopo l’Aquila, per molti si sarebbe dissolta in un miraggio e nel rimpianto di un’occasione d’oro perduta per sempre. Il trionfo di Ivan Basso è la vittoria di un uomo che, dopo aver sbagliato, ha pagato ed ha saputo riscattarsi, di un ciclismo, si spera, finalmente vero e pulito.

Il Giro 2010 ci ha regalato anche un Nibali sorprendente: non doveva nemmeno partecipare ma, dopo essere stato convocato in extremis, a causa dello stop imposto a Franco Pellizzotti, ha confermato, dopo il settimo posto al Tour 2009, di essere il corridore italiano del futuro per le grandi corse a tappe. E’ arrivato terzo in classifica generale, ha indossato la maglia rosa, ha vinto la frazione del Monte Grappa ed ha contribuito enormemente al successo finale del compagno di squadra Basso. I nostri due campioni hanno dimostrato, ancora una volta, che uno degli elementi più affascinanti del ciclismo è il suo essere contemporaneamente sport individuale e di squadra. Meritano elogi speciali anche Michele Scarponi, vincitore della tappa del Mortirolo e dell’Aprica e quarto classificato, a pochi secondi da Nibali, ed Evans, quinto nella graduatoria finale, che ha onorato la maglia di campione del mondo, vincendo l’eroica frazione di Montalcino e la classifica a punti.

Se ancora ce ne fosse stato bisogno, quest’edizione ha mostrato nuovamente come sia il Giro d’Italia la corsa a tappe più difficile ed avvincente di tutte. Negli ultimi anni le partecipazioni di corridori che normalmente si esibivano solo al Tour de France, come Lance Armstrong, Cadel Evans e Carlos Sastre, e le vittorie finali di Alberto Contador e Denis Menchov, nel 2008 e nel 2009, sottolineano come il Giro non sia solo materia per Italiani e stia forse recuperando il fascino dei tempi di Anquetil, Gaul, Merckx, Hinault ed Indurain. Purtroppo anche nel ciclismo la fanno da padrone interessi di sponsor e d’immagine, per i quali il Tour continua ad essere preferito al Giro da molti ciclisti e squadre di primo piano. La corsa transalpina è, senza dubbio, altrettanto spettacolare ed avvincente, ma la conformazione del territorio francese e la scelta dei percorsi da parte degli organizzatori, rendono diverse tappe inevitabilmente più noiose. La speranza è che l’onda positiva di questo Giro 2010 possa migliorare la situazione e restituire alla corsa rosa il prestigio che merita.

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2 Risposte: a Ma quanto è dura la salita! E non solo quella…

  1. Ferkeru says:

    Buon articolo, mancava solo il colle delle finestre, e le salite micidiali dell’intero panorama alpino erano servite.
    Sul Tour: il tour ha bellissime salite, differenti per lunghezza e pendenze (lunghe con pendenze costanti attorno al 6-7-8%), ma il problema è facilmente riassumibile in una cattiva scelta del percorso. Tappe in cui le vette pirenaiche sono poste a 100 km dal traguardo…pare alquanto arduo assistere ad un attacco sul Peyresourdre o sul Madeleine da parte di un uomo di classifica, quanto l’arrivo dalla vetta dista oltre i 50 km.
    Comunque, si, concordo nel ritenere i passi italiani più ripidi e spettacolari rispetto al tour, ma anche qui un piccolo appunto: lo spettatore appassionato ama immensamente gli scatti in salita, le classiche rasoiate, ma in un muro come lo zoncolan o plan de corones qusto è pressoche impossibile, date le pendenze da “accappottamento” che troncano le gambe; invece il Ventoux, la regina delle alpi francesi, è lunga, con pendenze fisse sull’8%, grazie a cui si possono sprigionare maggiori velocità e scatti su scatti (ventoux 2000, pantani scatta 4 volte nell’arco di un km).
    Per questo preferisco il giro ma il Tour, con le sue scalate interminabili, non è da meno

  2. Alessandro De Vecchi Alessandro De Vecchi says:

    Grazie dell’apprezzamento, innanzi tutto. Premetto che a me personalmente appassionano ugualmente sia le salite dove si può scattare, sia quelle durissime in cui la differenza la si fa con la progressione e la regolarità. Non volevo affatto sminuire le ascese del Tour, ma anzi far notare proprio che troppe volte gli organizzatori ne inseriscono poche o le piazzano troppo lontane dal traguardo dove perdono tutto il loro valore. Secondo me infatti il Giro non batte il Tour per le salite in sè, ma per le scelte dei percorsi che rendono più appassionanti le tappe di montagna e soprattutto le tappe pianeggianti o intermedie.

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