Home > Recensioni > Spettacoli teatrali > “Teatro Antico” alla Sapienza: le Baccanti di Giovanni Greco

“Teatro Antico” alla Sapienza: le Baccanti di Giovanni Greco

Pompei: danze bacchiche

Con la nuova messa in scena delle Baccanti euripidee, l’11 giugno alla Sapienza, nel cortile interno del dipartimento di Matematica, abbiamo assistito alla dimostrazione di cosa possa fare l’università (e, in particolare, quale sia il potenziale delle Facoltà di stampo umanistico) non solo a livello di ricerca e didattica, ma anche come centro di divulgazione artistica e culturale: un buon modo per aprire le porte della nostra istituzione alla città e per lanciare segnali di vitalità, in un periodo (quanto durerà ancora?) così buio per la cultura.

Oltretutto, alla messa in scena hanno collaborato diversi gruppi, tra i quali alcuni esterni alla Sapienza; speriamo che il Rettore Frati si accorga della fecondità di questi scambi, invece di continuare a fare demagogia sulla pelle di iniziative lodevoli che danno vita al nostro ateneo, altrimenti abbastanza grigio. Tanto più che questa iniziativa è stata a costo zero, senza gravare sulle tasche di alcuno studente (al contrario dei ricchi e fastosi rinfreschi che vengono costantemente offerti per qualunque convegno/inaugurazione/discorso/autocelebrazione) e con attori (tranne la coppia Penteo/Dioniso) giovani, alcuni alla prima esperienza teatrale.

Lo spettacolo è stato curato da Giovanni Greco il quale, oltre a dirigerlo, vi ha partecipato nel ruolo di Penteo. Buona prova dell’attore: ottimo il passaggio da un’iniziale smania dirigistico-legalitaria ad un’evidente follia nei momenti precedenti la morte. Si è notata la grande affinità nei dialoghi con Antonella Civale, nel ruolo di Dioniso, e l’unico neo è dovuto alla mancanza di amplificazione che ha creato qualche difficoltà nell’ascolto; difficoltà che ha rasentato l’impossibilità per il folto pubblico assiepato sulle alte terrazze interne del cortile. Buona prova, complessivamente, anche per il regista: spiccano un paio di belle intuizioni e un paio di pecche che non mancheremo di evidenziare.

Convincente anche Antonella Civale, sebbene il ruolo richiedesse fattezze più androgine: ambigua e flessuosa nei dialoghi con Penteo, soprattutto quando lo convince ad avventurarsi sul Citerone per assistere ai riti bacchici, autorevole nel momento in cui fa tremare la casa-prigione ove viene racchiusa per ordine del re.

Prove delle Baccanti. Foto di M.G. Gueli

Il resto dei personaggi viene interpretato dagli stessi ragazzi che compongono il coro; il quale si aggira per tutto lo spazio del cortile interno, rompendo la “quarta parete” e coinvolgendo, non solo emotivamente ma anche fisicamente, il pubblico seduto al centro. Sbuffi, grugniti e scimmiottii, ringhi, risatine folli allorquando Dioniso prende in giro, con aria serissima, l’ormai abbindolato Penteo: un folleggiare bacchico che serpeggia sempre e da ogni angolo. Una piccola pecca: nei pezzi pronunciati insieme si nota una scarsa consonanza, ma son cose udite anche dal coro del MET, a New York (dove girano soldi, e molti), quindi si perdona ben volentieri ad un gruppo di giovani attori.

Giovanni Greco, regista e interprete di Penteo

Buona la prova per Cadmo e Tiresia, volutamente buffoneschi al principio, quando si preparano per andare ad onorare il dio, ballando nei rituali bacchici (ma eccessivo il salto che il vecchio Cadmo compie, sulla schiena del vecchio Tiresia, con guizzo troppo giovanile); bravi i messaggeri ma, sopra tutti, brilla la fantastica interpretazione di Ottavia Orticello nei panni di Agave: credibilmente folle, senza per questo scadere nel ridicolo, sfuma in modo superbo nella triste consapevolezza del rinsavimento, fino a giungere ad una perla registica; negli attimi finali Penteo, morto e depositato dal coro tra le braccia della madre, si alza e, giocando con lei, inscena un’istantanea di gioia domestica, come un ricordo ancora vivido che contrasta con l’atto atroce appena compiuto. Riguarda Agave, però, anche l’errore registico più grave: gran parte del dialogo finale viene inscenata a terra, al centro della scena e vicinissimo alle prime file, cosicché la maggior parte degli spettatori al centro del cortile non ha potuto assistere ad un momento di pathos così intenso, limitandosi ad ascoltare le parole.

Arriviamo, quindi, alle parole. Ottimo il lavoro del “laboratorio di traduzione”, cui hanno partecipato molti studenti dell’ormai ex dipartimento di Filologia greca e latina, e buona la scelta di adoperare un testo sintatticamente straniante, come fatto quest’anno anche a Siracusa, nella versione di Sanguineti. Ma, come nella versione sanguinetiana, sono presenti alcune parole che proprio non tornano: senza spaccare il capello in quattro (ma debbo citare il “compagno di presa” pronunciato da Agave sul finale, costrutto che ricorda, più che un’uccisione, una partita a tressette) la traduzione meno convincente è il “tarantolate” che viene pronunziato costantemente riguardo alle invasate baccanti. Perché “tarantolate”? L’unico nesso con il concetto originario è quello della danza fino allo svenimento (leggere, al riguardo, i fondamentali lavori di De Martino), ma allora si sarebbe potuto tradurre anche “le raverine” o altro ancora (anzi, “le raverine” ci andrebbe più vicino, data la somiglianza dei rave-party a riti bacchico-orgiastici).

Rimane da dire qualcosa sui costumi, le musiche e la scenografia. Il cortile interno del Dipartimento di Matematica assolve in modo ottimale la funzione scenografica: tre ampie scalinate a chiocciola chiuse da sbarre verticali a mo’ di prigione, utili sia per risolvere i momenti di imprigionamento che per simulare la presenza dell’alto abete dal quale Penteo spia le baccanti. I costumi anche, in linea con i finanziamenti ricevuti, sono essenziali: segni sul viso a distinguere i personaggi e i coristi, una parrucca che rappresenta, simbolicamente, l’elemento dionisiaco (viene rubata alla testa di Dioniso da Penteo, il quale viene sbranato dalle baccanti subito dopo, proprio all’inizio della rappresentazione, a simboleggiare la vicenda che sta per essere rappresentata) e che rappresenterà anche la testa di Penteo, quando Agave rientrerà in scena dopo l’uccisione, dei tirsi essenziali e una veste bianca per Penteo che deve travestirsi da donna. Le musiche anche, a cura di Daniela Troilo e Laura Polimeno, sono semplici ma emozionanti, eseguite con voci e percussioni.

Abbiamo detto che la parte di Agave precede il finale. Eh sì, perché il regista sceglie di tagliare tutto l’originario finale euripideo, ma non solo: anche gli intermezzi corali (stasimi) vengono tagliati; al loro posto brevi momenti di canzoni popolari del sud Italia (zona Magna Grecia). Da una parte la scelta sortisce l’effetto positivo di snellire la tragedia (effetto positivo soprattutto per il pubblico di “non addetti ai lavori”), dall’altra c’è la perdita di alcuni stupendi versi, ma non celebriamo messe: la sostituzione è perfettamente legittima e i pezzi selezionati per sostituire gli stasimi ben si adattano ai momenti in cui vengono cantati; anche il finale e Jacopone da Todi (“Figlio, figlio, amoroso giglio…”), sebbene creino dubbi a livello interpretativo, coincidono a livello musicale e testuale.

Insomma, a parte le discussioni minute e le pignolerie da filologi, uno spettacolo intenso e perfettamente godibile che riscuote la dovuta quantità di applausi finali (finalmente una messa in scena tragica goduta in silenzio e non interrotta da un applauso ad ogni monologo!). Speriamo di poter assistere, prossimamente, ad altri spettacoli del genere e speriamo che, magari risparmiando su qualche rinfresco, la prossima volta questo gruppo possa accedere ad un piccolo finanziamento.

Passaparola:

7 Risposte: a “Teatro Antico” alla Sapienza: le Baccanti di Giovanni Greco

  1. Marcello Nobili says:

    Chi ha fatto la versione della pièce, e dove posso leggerla?

  2. Michelangelo Pecoraro Michelangelo says:

    Il materiale preparatorio è stato messo insieme dal “laboratorio di traduzione”, studenti dell’ex Dipartimento di Filologia Greca e Latina (i nomi sono sul sito: http://www.baccanti.net). La versione finale è di Giovanni Greco. Non so se il testo sia disponibile.

  3. Il secondo Messaggero says:

    Caro direttore,
    volevo invitarla a informarsi meglio sui nomi di tutti gli attori dal momento in cui decide di nominarne anche solo uno. Credo siano comuni norme giornalistiche oltre che di cortesia. Le critiche sono importanti e costruttive se fatte nella maniera più corretta. Come da lei stesso ammesso, siamo tutti “studenti-attori” a differenza degli “attori” e quindi aventi tutti diritto allo stesso tipo di trattamento. La politica adottata nel nostro progetto è stata proprio questa, questa, la nostra forza. Trovo anche inesatte alcune citazioni sul testo…capisco che la memoria possa vacillare ma almeno si eviti di scrivere ciò di cui non si è sicuri. La ringrazio comunque per l’attenzione dedicata al nostro progetto e per la sua, seppur un pò inesatta, critica. In un’era come questa dove il teatro spesso e volentieri viene dilaniato dalla superficialità è bello avere accanto chi crede ancora nella forza della drammaturgia e nella sua perfetta rappresentazione. Per qualsiasi chiarimento sul dramma rappresentato saremo pronti ad intervenire. Le ha scritto il secondo messaggero, uno dei due bravi, ma che non era necessario menzionare.

  4. Michelangelo Pecoraro Michelangelo says:

    Caro “secondo Messaggero”,
    innanzitutto specifico che non sono Direttore, bensì Caporedattore (il vero Direttore avrebbe ben diritto di arrabbiarsi, se mi facessi bello di una carica non mia).

    Sulla questione dei nomi, debbo dire che ho citato, tra gli studenti/attori, soltanto Ottavia Orticello, quindi non ho fatto torto ad uno o due di voi non citandovi, semmai ho dato un rilievo particolare a lei perché mi è rimasta particolarmente impressa. Avrei avuto, comunque, qualche problema nel riportare i ruoli ai nomi, dato che non solo nelle locandine, ma pure nel sito i nomi degli attori non sono messi in corrispondenza dei ruoli, ma in un ammasso comune, sotto l’etichetta “laboratorio teatrale”; cosa con cui non sono molto d’accordo, ma avrete deciso insieme di farla, quindi penso che stia bene a voi, e questo è l’importante.

    Riguardo al testo, quali sarebbero le citazioni inesatte? Ho citato solamente la parola “tarantolate” e il costrutto “compagno di presa”, sono abbastanza certo di aver udito bene, ma se così non fosse sarei lieto di correggere (non ho problemi ad ammettere di aver sbagliato, quando accade :-) ). Mi faccia sapere.

    In attesa di ulteriori delucidazioni, la ringrazio comunque per aver letto la recensione e per avermi/ci dato modo di assistere ad un’ottima e stimolante messa in scena.

  5. Il secondo Messaggero says:

    Caporedattore,
    al di fuori di ogni sterile polemica le dico molto brevemente: poichè una scena teatrale non può sussistere senza i suoi attori (persino i Sei Personaggi di Pirandello, per quanto ne rifiutassero l’artificiosità, ne avevano di bisogno) nel momento in cui cita quella che chiama una bella prova credo sia giusto, almeno in parentesi, citare i nomi di chi la rende tale. Al di fuori di ogni soggettivismo e personale giudizio, che ovviamente è libero e sacrosanto. Lei è abituato a giudicare le prove dei personaggi? Non crede che, se fosse così, Romeo Montecchi avrebbe già una bella età per continuare a invocare la sua Giulietta?!Non si giudica il gusto e il pensiero, ma la correttezza formale. Se si parla dei personaggi è un conto, se si tirano fuori i nomi degli attori è un altro. Oltretutto le dico che il tanto odiato costrutto “compagno di presa” non è presente nella scena finale di Agave ma al vv n 1146, la parte del secondo messaggero. Con questo non voglio assolutamente andare oltre, le ho scritto solo perchè credo nelle qualità di una buona informazione, tutto qua. Spero di poter continuare a leggere molto altro dal vostro giornale, oltretutto l’unico, che ci ha seguito.

  6. Il secondo Messaggero says:

    Errata Corrige:
    uno dei pochi ma buoni giornali che ci ha seguito.

  7. Michelangelo Pecoraro Michelangelo says:

    Caro “secondo Messaggero”,
    ma se ci tiene tanto ai nomi degli attori, perché non si firma con il suo nome, anziché utilizzare il nome del personaggio?
    Anche volendo, come ho già detto, non avrei potuto riportare i nomi degli attori ai personaggi, perché nella locandina e sul sito non sono segnalati; sono messi tutti insieme sotto la voce “laboratorio teatrale”. Non era meglio riportare i nomi degli attori con i personaggi interpretati? In quel caso avrei potuto fare con tranquillità ciò di cui lei si lamenta.

    Comunque, nell’articolo, ho inserito i link alle pagine del sito web, quindi chiunque fosse interessato può leggere i nomi di tutti gli attori sul sito web. Non ho neanche riportato il nome dell’organizzatrice istituzionale dell’evento, cioè la prof.ssa Anna Maria Belardinelli, ma anche il suo nome è sul sito e sulla locandina.

    Se la battuta “compagno di presa” è pronunciata dal secondo messaggero (quindi da lei) e non da Agave ho ricordato male, ma rimane il fatto che sia una brutta traduzione e che ricordi una partita a tressette più che una caccia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>