Su Repubblica dell’8 Luglio 2010 è stato riportato il saggio di Eco, tratto dalla rivista Alfabeta 2, descrivente il passaggio della parola ‘intellettuale’ da semplice definizione di ‘uomo che adopera l’intelletto’ a vero e proprio insulto. Tutto comincia dalle affermazioni di Bondi in risposta alle critiche rivoltegli da Galli della Loggia, che viene definito dal primo <<intellettuale…autoreferenziale>>: queste le parole del Ministro.Eco dimostra con la sua analisi quanto i termini ‘intellettuale’ e ‘autoreferenziale’ risultino completamente antitetici.
Chi è intellettuale ha diritto – sostiene Zola- di interessarsi a ciò che non lo riguarda direttamente in campo d’indagine “professionale”, dal momento che la sua attività è fondata sull’atto critico, dunque selettivo, analitico e, conseguentemente, valutativo dei fenomeni che gli si pongono davanti.
Proprio per la sua specialità critica e non per quella singolare, in un solo ambito, è maggiormente in grado, rispetto ad altri specialisti, di sciogliere, comprendere e sintetizzare ogni fatto sociale e politico (in senso largo).
Dunque la difesa del “ficcare il naso” nelle cose che non lo riguardano “per professione”; dunque impossibile dire di un intellettuale che è autoreferenziale.
In alcuni paragrafi, il semiologo si sofferma sulla definizione di intellettuale di destra e di sinistra, individuando nel primo il “reazionario”, dal “tono non eccitato” che non vuole immischiarsi direttamente con la pratica politica e che soprattutto è inascoltato e nel secondo il “progressista”. Ma siamo sicuri che queste definizioni siano valevoli ancora oggi? Siamo sicuri che sia solo l’ intellettuale di destra a essere conservatore e inascoltato? La domanda impone uno sguardo alla politica (in senso stretto). Vediamo di capire.
La destra, oggi, si pone a difesa del principio di “rinnovamento”, di progresso; la sinistra, invece, vuole conservare i principi fondamentali, tradizionali, storici, costituenti il nostro Stato attuale. Il rinnovamento proposto dalla destra, a ben vedere, si riallaccia a principi ottocenteschi, cronologicamente almeno, molto più antichi, più “vecchi”, per usare una parola di “destra” che spesso rivolge ai principi della Carta Costituzionale; cronologicamente superati, dunque, proprio con lo statuto ora citato e di cui la sinistra si pone a difesa e, nel campo tecnico – scientifico, con le nuove tecnologie sviluppatesi negli ultimi anni (le potenzialità e le migliorie in qualità di vita e tecnica delle energie “pulite” sono ben note).
Tutto questo percorso storico sembra essere stato completamente dimenticato. O forse dovremmo domandarci se sia definibile “vecchio e superato” qualcosa che già superava quello che oggi si definisce “nuovo”. Principi che ormai si ritenevano conquiste indiscutibili da ogni parte politica, sono continuamente rimessi in discussione, revisionati; come la storia, del resto.
Oggi sembra che giudizi abbandonati per una crescente e popolare consapevolezza, dovuta alle tragedie e fatiche subite, alla stanchezza dei ritornelli, s’impartiscano rivalutati perché senza memoria. La capacità di confronto tra il vero vecchio e il vero nuovo si nega, si evita tutto; si dimentica, semplicemente.
A chi imputare? Forse a tutte le parti politiche che, politicamente, hanno optato per i governi più semplici, meno problematici, senza forti opposizioni (del resto la cosiddetta Terza Repubblica non è un tentativo di forte semplificazione?). Ma questo è un discorso lungo; e allora torno all’intellettuale.
Da quello che ho scritto, dunque, le definizioni si sono invertite; per cui un intellettuale che sia progressista è di destra e uno che sostenga i vecchi principi è di sinistra. Ma è ancora così? Secondo me tali categorie non sono vecchie.
L’intellettuale è deluso, preoccupato, perché unico saggio; e in quanto tale, purtroppo, si dimostra spesso disilluso, pur avendo anagraficamente venti, trent’anni. Così ci si ritrova una piccola “specie” di coscienziosi, vedenti la tragedia e che non hanno interlocutori a cui riferirla, coi quali cercare di trasformarla in commedia.
Ecco perché forse Bondi aveva ragione a parlare di “intellettuale autoreferenziale”: le parole di quest’ultimo non vengono recepite né da Bondi né da altri, non ha uditorio. Poco vale che il suo tono spesso sia “non eccitato”. Nessuno si accorge comunque della loro esistenza.
E così, gli sconsolati intellettuali non parlano nemmeno tra loro, troppo preoccupati di superare l’altro della loro “specie” nella gloria, di primeggiare negli studi; e ci si scorda, del resto, delle realtà in cui Zola voleva e invitava a “ficcare il naso”.
Sì, l’intellettuale oggi è decisamente individualista e come tale autoreferenziale. Sto parlando dell’intellettuale italiano che, per essere ascoltato da qualcuno, deve parlare inglese.
Veronica Bagaglini





<>…SONO VECCHIE…
Penso che la figura dell’intellettuale debba essere indipendente da ideologie o schieramenti. Osservare la realtà con occhio vergine, come diceva Pasolini, alla ricerca della verità: ecco il compito dell’intellettuale. Andare anche contro se stessi, se necessario: in questo si compie, fino in fondo, l’atto critico.
Di solito, purtroppo, vengono etichettati come intellettuali, personaggi che non mettono mai in gioco le loro idee mentre la rete (ma da sempre è così) ha aperto l’intelletto al confronto, al dibattito sulla conoscenza, che è costantemente messa in discussione.
Più che tra intellettuale di destra e intellettuale di sinistra, io noto ormai una differenza sostanziale tra un “vecchio” tipo di intellettuale, e uno “nuovo”. E’ proprio dal dibattito di due “vecchi” intellettuali (almeno per Eco, è sicuro che di tale si tratti) che è nata questa digressione sulla natura dell’intellettuale. Siamo già passati oltre.