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“Inception” di Cristopher Nolan

Cristopher Nolan: un nome, una garanzia, verrebbe da dire. Un regista il cui numero di film girati (relativamente pochi, sette finora) è inversamente proporzionale alla loro qualità, eccelsa e sublime, sia nei casi in cui il regista si è trovato a dirigere film a basso costo e con produzioni e campagne pubblicitarie non certo da kolossal (è il caso degli esordi, e di pietre miliari della sua personalissima arte, come Following e Memento), sia quando, negli ultimi anni, ha orchestrato i giochi di assoluti panzer di successo, e di critica, e di pubblico: Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro sono riusciti nell’impresa, meno scontata di quanto sembrerebbe, di rivelarsi film costosi, iperprodotti, dal cast stellare (indimenticabile il Joker del Cavaliere Oscuro, il compianto Heath Ledger) ma al contempo profondi e intelligenti, dimostrando come anche i film “da botteghino” possano rivelarsi particolarmente curati e pensati (evidentemente sembra proprio che il Cinepattone sia qualcosa di marca, purtroppo, profondamente italiana). Non fa eccezione neanche Inception (girato a Tokyo, Parigi e Los Angeles), in uscita nelle sale italiane a settembre (ma il film è già disponibile da luglio altrove, come da tradizione), ma andiamo con ordine.

Dom Cobb (DiCaprio) è un ladro. Ma anche un maestro. Un maestro nella sottile arte dell’Estrazione, processo attraverso cui si possono rubare idee scavando nel subconscio della vittima durante i sogni. Tutto ciò lo ha reso un criminale di fama mondiale, ingaggiato dai più grandi colossi dello spionaggio industriale, ma perennemente in fuga e impossibilitato nel tornare negli Stati Uniti, dove lo aspettano i figli, tutto quello che gli rimane dopo la morte della moglie Mal (Marion Cotillard). Saito (Ken Watanabe), un importante uomo d’affari e influente nella scena politica mondiale, lo ingaggia per compiere una missione che al contempo diverrebbe anche la sua redenzione: eseguire l’Inception, l’Inizio, vale a dire l’esatto contrario di ciò che finora ha fatto Cobb: impiantare un’idea nella mente di qualcuno anzichè sottrarla, precisamente in quella di Robert Fischer (Cillian Murphy), erede dell’impero industriale del padre morente e diretto rivale in affari di Saito. Cobb accetta e riunisce una squadra per quella che sarà la sua ultima missione, che si rivelerà essere oltre i confini del sogno stesso.

A differenza di tanti blockbuster stritolabotteghini privi di mordente, Inception può vantare uno screenplay originale e accattivante, che piacerà sia ai cinefili meno inclini alle visioni complesse, sia a chi è cresciuto a pane e Lynch, Fischer, Scorsese. La trama è costellata di citazioni cinematografiche evidenti (chi, sfido, non riconoscerà un certo parallelismo con la serie di Matrix, ma anche con certi film di kubrickiana memoria?), nonché di riferimenti alla Bibbia: Ariadne (un’Ellen Page bravissima), giovane studentessa di fisica e Architetto del mondo in cui avverrà l’Inception, è facilmente accostabile all’Arianna del mito greco; Mal (una Marion Cotillard immensa), il personaggio “ultrantagonista” tipico del cinema di Nolan, significa Male in francese e Angelo in ebraico, lo stesso angelo con cui s’incontra-scontra Cobb-Giacobbe. Quest’ultimo, a proposito, consacra una volta di più DiCaprio come attore a tutto tondo, perfetto nel calarsi in personaggi complessi e tormentati psicologicamente, come già dimostrato in The Departed e Shutter Island. Bravi anche gli altri, dall’intenso Cillian Murphy-Robert Fischer all’umoristico Tom Hardy-Eames.

Il vero punto di forza del film è un altro però, e risiede nell’approccio che Nolan ha verso il progetto: egli costringe anche lo spettatore a sognare, a catapultarlo in un mondo sin dall’inizio ambiguo quasi necessariamente, visti i fantasmi che popolano la mente di Cobb, a con-fondere finzione e realtà, dimensione che in Inception non si scinde mai e che potrebbe mettere a dura prova la pazienza, e la lucidità, di certo pubblico interessato forse solo agli effetti speciali e alle scene ultrarenderizzate, funzionali, bisogna ammettere, al plot e per una volta mai banali e ridondanti. Ma non è in fondo anche l’ennesima metafora-riflessione metacinematografica sull’essenza stessa della settima arte, finzione come realtà? Fantastica la regia di Nolan, meno virtuosa certamente di altri illustri colleghi ma efficace lo stesso nel creare quella dimensione onirica e di dilatazione del tempo espressa nei bellissimi ralenti che caratterizzano i sogni “a matrioska” della missione.

Se Nolan sembra aver trovato il compromesso perfetto nel panorama cinematografico mondiale nei suoi film, quello tra superproduzioni miliardarie e qualità sopraffina (sogno malcelato di registi a iosa), lasciamoglielo fare: non solo sembra tra i pochissimi, se non l’unico, in grado di compierlo in certo ambiente hollywoodiano, ma anche il solo in grado di coniare una poetica personale, un continuum che si affaccia in ogni suo film, all’interno di produzioni che, nove su dieci, poco lasciano al pensiero e all’arte del regista, affogate come sono nella melma di effetti speciali, caratterizzazioni ridicole e piattume narrativo. La poetica di Nolan, un filo che unisce sogno, tormento psicologico, delirium tremens all’acqua di rose, catarsi: scusate se è poco, ad Hollywood.

Guglielmo Bin

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2 Risposte: a “Inception” di Cristopher Nolan

  1. Anto says:

    grande MANUEL

  2. Guglielmo Bin Guglielmo says:

    UNISON è uno che storicamente ci capisce di cinema infatti.

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