L’età di pensionamento dei docenti, nell’ultimo periodo, è stata al centro delle polemiche e delle proposte da parte di gruppi politicamente trasversali: la Gelmini e il PD hanno indetto una crociata per l’abbassamento dell’età pensionabile a 65 anni; proposta che, dopo varie contrattazioni, si è ridotta, nel testo approvato dal Senato, ad una diminuzione per i professori associati a 68 anni e all’abolizione del “biennio Amato”, cioè dei due anni aggiuntivi che un docente avrebbe potuto utilizzare una volta arrivato alla fatidica soglia dei 70.
Qualche mugugno da parte dei prof. ed ecco che, come riportato nel blog del prof. Antonino Saggio, l’ateneo della Sapienza ha risolto il problema: nascono così i “senior Sapienza”, ricercatori e docenti che, giunti all’età del pensionamento, potranno continuare ancora “per un biennio, rinnovabile di anno in anno per un solo biennio e, comunque, non oltre i 75 anni di età del beneficiario”. Insomma, mentre in un ateneo come quello di Genova il “biennio Amato” è stato aggredito già da alcuni anni (nel 2008, ma già prima c’erano stati tentativi di aggressione non andati a buon fine), nella capitale la linea sembra quella opposta: manteniamo i docenti anziani in servizio.
Formuliamo una breve sintesi della vexata quaestio. Grossomodo le due argomentazioni che si scontrano (con le approssimazioni dovute ad una spiegazione rapida e riassuntiva) sono le seguenti:
a) Il vantaggio di mandare un docente in pensione prima sta nel fatto che diventano così disponibili risorse (lo stipendio del docente) da utilizzare per assumere giovani ricercatori. Insomma, mandare in pensione prima significa assumere altri prima, quindi abbassare l’età media di ingresso dei giovani studiosi nelle gerarchie accademiche.
b) Mandare in pensione un docente a 65 anni, considerando anche l’aumento della durata media della vita, significa perdere un cervello ancora valido e con una notevole esperienza, il quale andrà, probabilmente, ad insegnare ancora per qualche anno in istituti privati, donando ai privati un “bene” prodotto e stipendiato a lungo dallo stato.
Molte altre sono le aggiunte, poi ci sono i paralleli con gli altri stati, gli esempi e le dimostrazioni, ma i punti focali del discorso sono questi. Sinceramente sarei favorevole ad un graduale abbassamento dell’età media dei docenti, vista la situazione economica: in uno stato utopico, chiunque avesse voglia e capacità di insegnare potrebbe farlo anche fino a 80 o 85 anni, ma avendo un quantitativo limitato di risorse (e in questi ultimi anni sempre più limitato) credo che sia giusto inserire il prima possibile i giovani docenti nel mondo accademico, evitando l’effetto frustrazione dovuto ad attese infinite e snervanti.
Dico ciò nonostante conosca molti docenti quasi sulla soglia dei 70 e li reputi, sinceramente, tra i migliori che il nostro ateneo abbia a disposizione. Mi piangerebbe il cuore, conoscendo anche la passione che nutre per l’insegnamento, vedere un docente del calibro di Luca Serianni costretto ope legis ad abbandonare la cattedra tra pochissimi anni. E proprio in merito a questi dubbi, forse, potrebbero giungere in soccorso alcune linee guida della “riforma Gelmini”.
Invece che stabilire a tavolino un non plus ultra cronologico, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che una scelta simile comporterebbe, non sarebbe meglio valutare l’effettivo merito dei singoli docenti e stabilire, in base ad esso, un’età in cui lasciare la docenza? Magari lasciandogli anche la facoltà di condurre ricerche o, meglio ancora, di continuare ad insegnare qualche anno gratuitamente. Si distinguerebbero così i docenti mossi veramente dalla passione.
Ultimo appunto sulla trasparenza comunicativa: il nostro Rettore, tanto abile nel comunicare la propria voglia di “stanare i fannulloni” (iniziativa comunque lodevole), ha totalmente dimenticato di comunicare ai mezzi di informazione questa decisione. Forse perché in contrasto con il pensiero del Ministro? Avrebbe potuto, almeno, diramare la notizia inter nos. Non abbiamo pregiudiziali negative, ma su decisioni di questa portata andrebbe quanto meno fatta precedentemente una discussione all’interno degli organi d’ateneo; non si può sperare di farle passare sotto silenzio, facendo finta di niente.

l’unica soluzione è l’antropofagia: che i giovani divorino le carni degli anziani, che le nuove generazioni facciano fuori le vecchie.
Si, ma non è detto che l’antropofagia risolva i problemi: magari sarebbero i vecchi a dilaniare le carni dei giovani (“Hannibal” docet).
e allora significa che i giovani non valgono un ca***
scusa ma non posso ignorare le tante inesattezze che hai scritto in nquesto pezzo.
la prima regola di chi informa dovrebbe essere quella di documentarsi e assicurarsi della autenticità della fonte, ormai nel nostro paese questa piccola regola sembra del tutto irrilevante.
alcune precisazioni,
a) il prof senior è un docente in pensione che percepisce un minimo contratto a pochissimi euro o addirittura gratis (liberarndo le risorse come organico sapienza).
b) il prof senior potrà prestare servizio solo per quegli insegnamenti non coperti da altri ricercatori o professori.
C) il prof senior potrà essere dichiarato tale solo se il dipartimento a cui afferisce delibera in tal senso, dopo aver considerato il curriculum (ricerche in atto, ricerche negli ultimi anni con alta rilevanza scientifica, conferimento dei lavori su data base ricerca, ecc. ecc.
purtroppo tutti parlano di tutto senza mai capire e ancor peggio senza mai leggere nulla sull’argomento. il pd e tutta l’opposizione, inesinstente(mi dispiace). per maggiori info su prfessori senior guarda delibere senato molti mesi fa, manca il senso cronologico in questo articolo.
Ciao Gianluca,
stai pur sicuro che prima di aver scritto l’articolo mi sono documentato e ho fornito una documentazione, seppur basilare, ai lettori tramite i link che ho posizionato nell’articolo. Riguardo alle tre precisazioni:
a) Non ho scritto che il docente continuerà ad avere il proprio contratto; mi sembrava chiaro che il ruolo di “professore/ricercatore senior” comportasse un cambiamento di contratto (di solito ad ogni cambiamento di ruolo corrisponde un cambiamento di contratto) ma forse avrei dovuto specificare, quindi ti ringrazio per averlo fatto. Comunque, riguardo al fattore economico c’è da dire (e questo non lo ho detto io ma neanche lo hai detto tu) che i docenti “senior” continueranno ad avere in gestione i fondi per laboratori e/o ricerche che avevano in ruolo, quindi continueranno a mantenere intatta buona parte del potere economico che deriva dalla loro posizione.
Riguardo ai punti b) e c) non ho specificato innanzitutto perché questi punti sono chiaramente specificati nella delibera del senato accademico, consultabile tramite il link che ho messo. Ti riferisci a questa delibera di giugno 2010, quando scrivi “guarda delibere senato di molti mesi fa”?
Il punto c) mi sembra una premessa ambigua: è ovvio che non tutti potranno diventare “senior”, ma chi sarà a dover valutare il curriculum se non i colleghi di un docente che, giunto alla veneranda età, non si vedrà certo impedito dai colleghi più giovani, spesso suoi allievi?
Per il punto b), invece, mi sembra che l’imprecisione l’abbia commessa tu, scrivendo che “potrà prestare servizio solo per quegli insegnamenti non coperti da altri ricercatori o professori”, dato che la delibera di giugno, al punto 3 comma c, precisa “svolgere attività didattica nei Corsi di studio cui non possa farsi fronte con Professori di ruolo e Ricercatori interessati…” ossia basterà dire che i docenti e i ricercatori nella materia non sono sufficienti per il numero di studenti e il richiedente potrà avere accesso alla qualifica di “senior”.
Detto ciò, ti ringrazio comunque per la lettura critica del mio articolo, il sapere che i miei articoli verranno letti e analizzati con questa solerzia mi spinge sempre a prestare la massima attenzione quando scrivo qualcosa; inoltre ricordo che non ho espresso parere negativo sulla decisione del Senato Accademico, ho solo espresso dubbi sulla modalità con cui questa decisione è stata discussa e non-pubblicizzata.
scusa Michelangelo il mio non era un rimprovero.
in questi ultimi mesi ho letto di tutto sull’università
la maggiorparte delle notizie sulla Sapienza erano frutto di immaginazioni di alcuni quotidiani che si divertono moltissimo a mortificare la cultura.
per non parlare di altri (politici) che non sanno neppure di che cosa parlano, eppure non risparmiano commenti, quasi sempre, inopportuni per non dire altro.
ciao gianluca
mi piacerebbe confrontarmi su alcuni aspetti della sapienza con te e con il tuo giornale.
Ciao Gianluca,
capisco e anche io provo sensazioni non propriamente positive quando leggo articoli di improvvisati esperti, specialmente se poi gli “esperti” si riducono a ragionare per luoghi comuni, senza prima essersi presi la briga di reperire nemmeno uno straccio di informazione.
Noi del Giornale (ma anche io personalmente) siamo sempre disponibili a confrontarci con gli altri sugli argomenti che affrontiamo e sull’università in generale, quindi quando vorrai ci troverai piacevolmente pronti.