Nell’A.D. 2010 le università italiane vivono una strana fase, quasi una crisi di identità: sono nel terzo millennio, eppure credono di essere rimaste ai tempi di Carlo Magno. Anzi, scusate l’ignoranza: ai tempi di Carlo imperatore, di Alcuino e di tutta l’allegra combriccola che a quei tempi si dilettava di lettere e quant’altro, pur non esistendo formalmente alcuna entità paragonabile agli studia dei secoli successivi, esisteva una mobilità di menti e di cultura proporzionalmente superiore a quanto non si verifichi oggi. Certo: abbiamo gli Erasmus, i Socrates, le borse di collaborazione all’estero, niente topi e niente peste… ma sbaglio oppure spostarsi per motivi di studio, all’epoca, voleva dire affrontare senz’altro maggiori difficoltà materiali, ma minori ostacoli culturali? Chi non era soddisfatto dei suoi professori poteva passare da Oxford alla Sorbona, i famigerati chierici vaganti erano studenti girovaghi che si spostavano da un’università all’altra: certamente fonte di grattacapi e disordini per l’autorità locale, facevano tuttavia parte di un grande sistema culturale che prevedeva, anzi traeva la sua energia vitale proprio dall’osmosi fra le varie scuole.
Siamo d’accordo, erano altri tempi: l’Europa era molto più unita di ora, il latino era la lingua universale della cultura e del potere, eccetera eccetera, ma secondo me è paradossale quello che sta accadendo in questi ultimi anni. Le varie “riforme”, il susseguirsi degli ordinamenti, la proliferazione di università, di facoltà e corsi di laurea hanno dato vita ad un immenso bosco accademico, dove noi studenti, pian piano, ci troviamo a fare il cammino inverso dell’evoluzione: da uomini a scimmie. Stiamo ognuno sul proprio alberello cercato, trovato e se va bene conquistato con grande fatica, se dobbiamo spostarci ci tocca saltare da un ramo all’altro, dobbiamo evitare di finire ingarbugliati tra le liane della burocrazia (si legga: cercare scampo quando ti cambiano le regole da un anno all’altro o da un corso all’altro), ci tocca raccogliere i crediti come se fossero mele al mercato… La cosa grave è che quest’ipertorfia dell’università italiana ha prodotto una corsa alla specializzazione, una gara alla diversificazione, una corsa agli armamenti dove per battere il nemico (l’università/facoltà che occupa l’albero di fronte) si schierano non divisioni di docenti internazionali (quelli magari ci sono anche), ma pattuglie di corsi di laurea armate di insegnamenti mai visti e mai sentiti, in modo tale da poter offrire quello che nessun altro può offrire.
Non solo: non contenti di ciò, si forniscono agli studenti (verrebbe quasi da dire che si propinano) strane e mirabolanti alchimie di insegnamenti, magari ortodossi, ma assunti in dosi omeopatiche secondo formule che ogni dipartimento conserva gelosamente. Sarei tentato di farvi un esempio, cercherò di non scadere nel burocratese ed evitare di annoiarvi con sigle e numeri: tutti voi sapete che i vecchi esami annuali di un tempo non esistono più: tutto è stato trasformato in crediti e l’equivalenza adottata prevede 12 CFU per ogni annualità di vecchio ordinamento. Ecco che la straordinarietà del sistema comincia a manifestarsi: il nuovo ordinamento si regge ancora sulle annualità (ad esempio l’accesso alle SSIS prevedeva fino all’anno scorso gli stessi criteri che esistevano ai tempi del vecchio ordinamento, soltanto che convertiti in crediti) ma, meraviglia delle meraviglie, ogni università è libera di utilizzare una “base” diversa per l’attribuzione di crediti. Se studio a Lettere e filosofia alla Sapienza farò esami da 4 CFU, se studio Lettere a Tor Vergata (stessa città!) sosterrò esami da 5 CFU; se vado a Trento dovrò forse calcolare il pi greco?
Ironia a parte, è chiaro che la situazione per noi studenti è tragica: barcamenarsi tra decine di regolamenti diversi è un’impresa incredibile, soprattutto se i professori che organizzano i piani di studio non hanno l’accortezza di gettare uno sguardo a quanto fanno i loro omologhi di altre facoltà. Sembra quasi che, per i professori, non esista altra facoltà all’infuori della loro facoltà: nessuno pensa a quante triennali possano effettivamente garantire l’accesso a magistrali esterne. Non voglio andare oltre: non sono in grado di dirvi perché ciò avvenga, e d’altronde la cosa non è importante; esiste un’assurdità palese (che coinvolge particolari settori piuttosto che altri) ed è questa: in nome di una presunta specializzazione si dà vita a una serie di corsi di laurea che rendono lo studente un “prodotto tipico”, un prodotto di nicchia, un prodotto che sulla carta dovrebbe godere di una marcia in più sul mercato, ma molto spesso nei fatti si trova tagliato fuori proprio per la sua non adeguatezza rispetto agli standard generalmente adottati.
Quello che è peggio è che in questo sistema abbandonato a se stesso i docenti possono trasformarsi in piccoli feudatari tiranni nella loro spesso banale materia.