Sono capitata a Bergen un sabato di agosto, in una mattinata di nebbia fitta e pioggia sottile e fastidiosa; arrivata con uno degli ottimi treni norvegesi e in attesa di muovermi nuovamente verso nord non ho potuto evitare un giro nel mercato del pesce, uno dei simboli della città anseatica. L’impressione è stata ben diversa dal quadretto pittoresco che mi ero figurata, soprattutto per la componente auditiva: ebbene sì, la lingua che si ode più spesso nel mercato del pesce di Bergen, emblema della Norvegia patria del salmone affumicato, è l’italiano! Non posso muovere due passi parlando con gli amici senza che da un banco e dall’altro ci riconoscano subito per italiani, anzi romani, e ci chiamino a chiacchierare.
Stefano, genovese, laureato in Lingue, è a Bergen da tre anni, del lavoro al banco del pesce non si lamenta ed è tanto integrato nei costumi norvegesi da sostenere che sia vivace la vita notturna della città, dove per strada dopo le 23 ci sono solo ubriachi vacillanti o già accasciati per terra. Ci racconta di un suo amico, studente di Biologia marina, che, arrivato a Bergen per l’Erasmus, ci è rimasto dopo la laurea per lavorare al mercato e ora si trasferirà insieme alla sua ragazza norvegese in Australia, dove ha trovato lavoro. Per il concorrente banco accanto lavora Luca, milanese, laureato in Economia.
Francesca, di Torino, invece, vende cartoline e souvenir qualche metro più in là; è arrivata da poco, reduce da una laurea in Filosofia, sta cercando di imparare il norvegese e vorrebbe mettere da parte un po’ del suo stipendio per visitare i fiordi. Ripete per l’ennesima volta la difficoltà di trovare un lavoro adeguato al proprio titolo di studi in Italia ma anche all’estero e ci pronostica dopo la laurea la disoccupazione; tra tutti è la più amareggiata, guarda il grigio uguale del cielo e dell’acqua del porto e sospira il clima di casa, ma possiamo parlarle solo per poco perché viene subito richiamata al dovere dalla proprietaria del banco.
Marco, anche lui del nord Italia, vende tazze e coltelli ma, a differenza degli altri ragazzi, viene a lavorare a Bergen solo nei mesi estivi per fare un po’ di soldi: in Norvegia si guadagna bene ma il costo della vita è molto caro, meglio tornare a “svernare” in Italia in attesa di un impiego o, più probabilmente, dell’estate successiva.
Per pranzo il panino al salmone è d’obbligo, mentre parlo in inglese con il ragazzo che mi sta servendo ci accorgiamo di essere entrambi italiani; due suoi colleghi, un norvegese e uno spagnolo, chiedono insistentemente a me e ai miei amici se siamo di Palermo: chissà, forse qualche altro precario italiano passato per il banco veniva da lì…
Stefano, il primo italiano che abbiano incontrato, non ha nessuna intenzione di tornare in Italia, dove dice che lo aspetta solo la disoccupazione da cui è scappato; unico ricordo, sul grembiule, la scritta “Belìn”!
