Pochi giorni fa, partecipando all’assemblea tenuta nell’aula I di Lettere alla Sapienza, mi è capitato di sentire una frase pronunciata al microfono da uno dei “moderatori”: «questo non è un dibattito». Forse non volendo, il moderatore ha esplicitato, in un momento di concitazione, una lampante verità: non sono assemblee destinate ad un dibattito, pur se aspro, bensì palchi da cui informare coscienze e (a seconda delle intenzioni) trarre a sé il maggior numero di nuovi adepti. Scopi, beninteso, perfettamente leciti, ma che almeno non si cada nella tentazione di spacciare queste adunate per dialoghi o discussioni in cui, alla fine, possa prevalere una posizione o un’altra.
Si potrebbe anche dire (come qualcuno ha fatto in assemblea) che i toni usati siano un po’ troppo “retorici” o “demagogici”, ma non sono accuse che condivido del tutto: il fascino del palco e del discorso rivolto ad un gran numero di persone è anche questo, poter essere affascinati dalla parola alata di qualcuno, quindi quando ascolto una persona coinvolgente non disprezzo impennate retoriche, purché siano accompagnate da una perlomeno discreta conoscenza dell’italiano. Inoltre, a seconda dei punti di vista, non è tanto errato dire che «si combatte una battaglia per la libertà».
Devo ammirare il coraggio di quanti, nonostante il sistematico linciaggio seguente, si sono recati sul palco per esprimere posizioni contrastanti quelle addotte dai moderatori e da esponenti di gruppi organizzati. Ovviamente il pericolo sempre in agguato è quello di trasformare il proprio intervento in un’inutile invettiva ed è rarissimo, anche e soprattutto per l’accoglienza riservata a questo tipo di interventi, che l’oratore riesca a mantenere a dritta la barra del timone, ma se quelle persone sono state là a sorbirsi la solita salsa d’assemblea e sono addirittura salite sul palchetto a parlare è solo ed esclusivamente perché sanno che il momento storico impone partecipazione alle proteste e un “no” chiaro a dei modelli che si cerca di importare in modo errato ed erratico.
La sensazione di amarezza dovuta alle assemblee si è acuita oggi, alla grande manifestazione tenutasi a Roma e terminata davanti al Ministero dell’Istruzione. Circa 20.000 studenti presenti ma, in quanto ad argomentazioni, debbo (ahimé!) dire che la Gelmini non ha tutti i torti quando dichiara «la protesta di oggi però mi pare riproporre vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo, di chi è aprioristicamente contro qualsiasi tipo di cambiamento». Praticamente una sequenza continua di improperi, al punto che ha dovuto intervenire uno degli organizzatori, al microfono, richiamando i compagni: «cerchiamo di fare interventi seri, non siamo venuti fin qui solo per fare caciara, ma per addurre ragioni». Anche in questo caso, come per le assemblee, peccato: molte persone giunte cariche di buona volontà si sono rese conto della scarsa utilità di iniziative del genere e dello scarso approfondimento offerto riguardo alle tematiche della protesta.
Lasciandoci alle spalle la trattazione sul modus operandi (che di questo si tratta, ma ogni precisazione viene vista e vissuta come un attacco ad personam e le critiche interne vengono scriteriatamente inibite, mentre è solo con esse che si possono comprendere ed emendare gli errori del passato) veniamo ai contenuti. La critica generale mossa contro questo Governo per l’attacco che porta alla cultura è inconfutabile: dichiarazioni quotidiane arroganti e vergognose (ripensate al famoso delirio di Brunetta, solo per fare un esempio), sparate ridicole e ridicolizzanti (la Gelmini, ultimamente, ha intensificato il fuoco) e, soprattutto, una costante e chiara diminuzione dei fondi (enti teatrali, lirici, la scuola, l’università, il cinema, etc.) che soltanto la sfacciataggine berlusconiana ha ancora il coraggio di negare; neanche i Ministri ci provano più.
Ciò che vorrei analizzare, però, è proprio il tanto contestato DDL Gelmini sull’università. Per facilitare la discussione e per evitare lunghe e magari infruttuose ricerche, abbiamo pubblicato il testo che sarà proposto al dibattito parlamentare tra qualche giorno (si vocifera durante questo o, più probabilmente, il prossimo fine settimana). Ciò che vorrei tentare è un’analisi non pregiudiziale del DDL, evidenziando quindi sia gli aspetti negativi che quelli positivi e lasciando aperto il giudizio su alcune disposizioni.
Partiamo dal massimo rappresentante delle università, cioè il Rettore. Una delle novità presenti nel DDL è la durata massima della carica: due mandati da quattro anni o un mandato unico da sei anni. Alcuni obiettano che nel proprio ateneo già esistono regole simili: estendere a tutti gli atenei una buona regola mi sembra una scelta giusta, onde evitare il ripetersi di mandati ventennali. Opinabile è l’aumento del potere effettivo del Rettore: come in ogni caso di carica che ha maggiori poteri, ci saranno maggiori rischi e maggiori possibilità, a seconda delle capacità e della bontà dei futuri Rettori.
Passiamo alla rappresentanza studentesca. Il DDL viene criticato perché toglierebbe diritti di rappresentanza agli studenti. Questa prospettiva è niente più che un timore infondato: all’interno del DDL si ribadisce in più sezioni (in particolare nel par. 2) la continuità della presenza studentesca all’interno di ogni organo universitario. Di più: si creerà «in ciascun dipartimento [...] una commissione paritetica docenti-studenti, competente a svolgere attività di monitoraggio dell’offerta formativa e della qualità della didattica» (par. 2 comma g), commissioni che non vediamo l’ora di vedere all’opera.
Veniamo alla struttura degli atenei. Come ho già spiegato in un articolo, tempo fa, il tanto vituperato accorpamento dei Dipartimenti è solo una buona occasione che rischia di andar sprecata. L’accorpamento farà risparmiare soldi (meno centri di spesa e decisione, meno Dipartimenti fantasma) ed è su base numerica (minimo 35 docenti in università piccole, 45 nelle grandi), e ci mancherebbe altro: torneremmo al Minculpop, se dal Ministero giungessero anche indicazioni sui contenuti da inserire in ciascun Dipartimento, materia di cui dovrebbero (di nuovo ahimé!) discettare saggiamente i docenti. Aggiungiamo la saggia scelta di un tetto al numero di Facoltà per ogni ateneo; scelta che alla Sapienza sta dando i suoi frutti in anticipo, per via del nuovo Statuto di Frati, e grazie alla quale le Facoltà umanistiche stanno finalmente tornando insieme dopo un’insensata e lunga separazione.
Un’indicazione demagogica e sostanzialmente inutile è quella del codice etico di cui dovrebbero dotarsi le università: molte già lo adottano, ma ciò non ha impedito il verificarsi di eventi contrari all’etica codificata.
Uno dei problemi maggiori riguarda i ricercatori. Innanzitutto c’è da dire che, effettivamente, l’attuale Governo eredita una situazione tutt’altro che semplice: nei precedenti decenni c’è stato un boom di assunzioni, finanziate da Governi che non avevano come hobby quello di tenere a bada i conti. In tempi di crisi, gli errori del passato si ripresentano puntualmente. Posta questa premessa, va detto che i problemi principali non vengono dalla riforma, ma dai tagli: la Gelmini sarebbe contentissima di poter inserire nel DDL una norma per regolarizzare tutti i precari a partire dal prossimo anno, se non lo fa è esclusivamente per via dei tagli imposti da Tremonti. Dal punto di vista legislativo, la riforma introduce l’elemento della valutazione per l’accesso alla carica di docente: sarà possibile ricoprire il ruolo di ricercatore solo per tre anni, prorogabili fino a sei, poi ci sarà l’accesso alla carica di professore o il nulla. Da molte parti questa scelta viene vista come l’introduzione del precariato nelle università, ma sarebbe ipocrita negare l’esistenza di molteplici persone, non inquadrate in nessun ruolo, gravitanti attorno all’orbita dei professori più importanti; a me piace sapere che non esisterà più il “ricercatore fisso”: vedere ricercatori sessantenni è ridicolo, frustrante per loro e svilente per la carica che ricoprono. La qualifica avrebbe avuto un senso nel caso in cui fosse stata una carriera completamente diversa da quella del docente, ma chiamare “ricercatore” il primo gradino del cursus per giungere ad una cattedra è sbagliato sia perché così non viene riconosciuto loro l’aspetto didattico, sia perché così sembra che, invece, i professori non facciano più ricerca.
La tanto sbandierata meritocrazia, oggetto di infinite dispute, ha concretamente condotto a due decisioni, una potenzialmente giusta e una sicuramente sbagliata: la verifica triennale per gli scatti stipendiali e il “fondo per il merito”. La verifica per gli scatti stipendiali cerca di risolvere un problema che affligge l’intero comparto dell’istruzione ab aeterno: la fondamentale gerontocrazia del sistema; più anni uguale maggior potere e controllo sugli insegnamenti, che tradotto in linguaggio moderno diviene (anche) più anni uguale più soldi. Pur essendo un’idea non negativa, bisognerà vedere come e se verrà messa in pratica. Il “fondo per il merito”, di cui ho già elencato i vizi, non è solo l’ennesima trovata pubblicitaria governativa, ma mina profondamente la possibilità di accesso all’istruzione superiore teoricamente garantita dalla Costituzione.
Quest’analisi, pur non troppo puntigliosa, potrebbe essere tuttavia alla base di una discussione più approfondita, qualora si sentisse il bisogno di farla; ma le chiusure dettate da motivazioni politiche e la miopia dettata da atteggiamenti estremistici riducono all’osso la possibilità di una critica costruttiva riguardo ad una riforma che, volenti o nolenti, plasmerà il sistema universitario dei prossimi anni.










Le prime righe sull’assemblea sono inesatte. Non è vero che non c’è stato dibattito e non è vero che coloro che hanno parlato, sostenendo posizioni contrastanti, siano statti zittiti dal “linciaggio”. C’è stato un normale confronto, dove i moderatori sono intervenuti solo all’inizio e alla fine per indicare, prima, le modalità di svolgimento dell’assemblea e, poi, per riassumere le proposte venute proprio da quegli interventi, seppure contrastanti.
Scriverò di più: molti di coloro che hanno criticato alcune modalità di organizzazione della protesta si sono poi uniti al mini – corteo all’interno e fuori della città universitaria.
Per quanto riguarda la manifestazione di venerdì 8 Ottobre vorrei far notare alcuni elementi. La manifestazione ha visto la partecipazione di molti studenti liceali e un po’ di meno di quelli universitari. Come dice la parola stessa, essa ha come fine l’esplicitazione di un’opinione. Questa è stata quella di opposizione ad un progetto di legge che prevede dei tagli finanziari alla cultura pubblica in generale (scuola, università, ricerca). Ovviamente la massa porta in sé tutte le sue caratteristiche: non ci sono solo slogan pensati ma anche slogan “vecchi”, già sentiti, come scrivi e come sostiene la ministro Gelmini.
Questo non significa, tuttavia, che sia stata una pessima manifestazione. Sopratutto, bisognerebbe considerare quanto forte sia stata la mobilitazione degli studenti in tutta Italia e soffermarsi sul fatto che nello stesso giorno e nella stessa ora molti studenti, docenti, ricercatori si siano incamminati nelle piazze a mostrare, con la loro presenza, al resto della città, la propria opinione. Credo che questo sia stato importante venerdì; più importante dei piccoli gruppi gridanti vecchi slogan. Non si può certo dichiarare amara una manifestazione per una o due frasi datate, come allo stesso tempo non si può dire che gli universitari stanno con la Gelmini perché all’interno della città universitaria si sarebbe svolto un corteo contro – manifestazione. Ultima mia incredulità è quella di definire policizzato o vecchio lo slogan più gridato: non rinunciamo al nostro futuro.
Non ho mai detto che alcuno sia stato zittito, ho detto “il sistematico linciaggio seguente”, ossia al termine degli interventi. Dibattito? Non basta affermare che una cosa sia vera, dimmi quali sono stati secondo te gli elementi del dibattito. Ci sono stati pareri discordanti, ma non c’è stato alcun dibattito o discussione, anzi ad un certo punto uno dei moderatori ha proprio detto, probabilmente senza pensarci ma è comunque indicativo dell’atmosfera, “questo non è un dibattito!”.
Riguardo alla manifestazione sono d’accordo, è stata grande e bella, intendendo con questo secondo termine molto partecipata, colorata, pacifica. Debbo però constatare che gli argomenti erano quanti mai superficiali, scarsissima analisi e, appunto, “vecchi slogan” lanciati senza neanche comprenderne il significato. Da studenti che tentano un’estrema difesa della cultura mi aspetto un po’ di più.
Nell’assemblea è stato detto “questo non è un dibattito” quando due persone hanno cominciato a fare il botta e risposta cattedra/posti a sedere…
Si dice sempre in assemblea che non è un dibattito, nel senso che non può essere un dibattito frontale per dar spazio alle centinaia di persone che l’Aula I ospita.
Non si sentirebbe nulla e pochissimi altri studenti sarebbero in grado di inserirsi per intervenire. E’ come se, anziché commentare a piè di pagina, ogni visitatore del Giornale avesse la possibilità di inserirsi riga per riga nell’articolo. Non oso immaginare l’oscurità sia degli articoli che dei commenti.
Sarebbe bello metterci tutti in cerchio, ma la nostra Facoltà conta 11.000 iscritti e credo, personalmente, che sia molto più bello e costruttivo essere in tanti ed essere costretti, per motivi fisici come la propagazione del suono nell’aria, a usare un microfono…
Si possono avere pareri distanti e antitetici, ma strumentalizzare ogni minuzia per giustificare a priori la “non partecipazione” o “passiva partecipazione” mi sembra davvero un po’ forzato.
Io credo che la demagogia spicciola sia quella fatta da chi si limita a criticare e a dire “mi aspettavo di più” senza avanzare mai una proposta reale, spesso giustificandosi a priori dicendo che, tanto, quella proposta non sarebbe ascoltata. Io capisco anche queste motivazioni, capisco la difficoltà a rapportarsi in contesti difficili come le assemblee, a parlare a tanta gente, non sto qui a fare il processo alle intenzioni.
E’ necessaria però, una scelta consapevole degli argomenti che si sbandierano a sostegno delle proprie tesi.
Capisco benissimo il senso della tua critica, Natascia. Ci tengo, però, a fare delle precisazioni.
Non strumentalizzo niente, nel senso che non ho tesi da dimostrare, le mie sono semplicemente osservazioni e speculazioni. So benissimo l’intenzione con cui è stata pronunciata la frase “questo non è un dibattito” e nell’articolo ho anche chiarito che questa è una sciocchezza che, però, per me ha un certo valore simbolico.
Riguardo al modo di fare assemblea non dico che bisognerebbe fare un botta&risposta che, tra l’altro, diventerebbe litigio e non discussione. Ma una discussione, a mio modo di vedere e come ho già spiegato in separata sede a Veronica, prevede uno scambio di opinioni e di argomenti intorno ad un punto e una conciliazione o, in casi estremi, una scissione intorno al medesimo punto. Le assemblee che, purtroppo, per fortuna e per forza, sono costretto a seguire, invece, non sono altro che riproposizioni con voci diverse di un medesimo concetto. Ogni volta che una voce fuori dal coro si azzarda a dire la propria viene bollata come conservatrice, crumirica, fuoridalmondo e, talvolta, persino come fascistoide. Non si prende proprio in considerazione l’idea di ascoltare anche pareri contrastanti, l’idea che forse se una persona è lì e si ascolta due ore di pipponi e poi sale su un palco per dire qualcosa, lo fa perché effettivamente ha qualcosa da dire e, al massimo, la difficoltà dovrebbe essere nel capire cosa sta dicendo, non come fargli capire che non deve più dirlo.
Poi, non voglio soffermarmi troppo sulla frase (qualcuno potrebbe considerarla leggermente offensiva, ma ce ne vuole per offendermi, quindi non importa) “si possono avere pareri distanti e antitetici, ma strumentalizzare ogni minuzia per giustificare a priori la “non partecipazione” o “passiva partecipazione” mi sembra davvero un po’ forzato”. Però fammi almeno dire che potevi evitare l’a priori, considerando che non giudico mai a priori ma partecipo SEMPRE da cinque anni ad ogni assemblea, nell’incessante speranza che prima o poi possa vedere qualcosa di piacevole (e ogni tanto qualche intervento gradevole lo sento anche) e, inoltre, che ho sempre spronato chiunque alla partecipazione (non condivido il concetto di “passiva partecipazione”, ma non mi sembra questo il luogo per discettarne), partecipando io in primis.
Per concludere, ti ripeto che capisco benissimo i motivi che ti hanno spinto a scrivermi queste cose, gli stessi motivi che mi hanno fatto discutere con Veronica l’altro giorno e che mi fanno discutere continuamente con molte persone. Continuerò a rassicurare sempre tutti: le mie vogliono essere critiche costruttive e mi spiace che non siano lette così. Riesco a capire quali canali comunicativi utilizzo, ed è questo il motivo per cui non dico certe cose in assemblea, perché so che le mie parole condurrebbero con sé un inutile ed infruttuoso litigio, e non è una cosa che mi interessa; sempre per lo stesso motivo le volte che sono stato in tv a parlare, come esponente degli studenti che protestavano, non mi sono mai neanche lontanamente sognato di accennare agli aspetti positivi (e ce ne sono) del DDL Gelmini.
P.s.
Complimenti per l’ultimo taglio di capelli. Nonstoscherzandononsonoironicoerasolouncomplimento.
Non ho intenzione di creare polemiche, ci tenevo solo a puntualizzare.
E’ una deformazione caratteriale… e politica, perché rendere le assemblee democratiche è un qualcosa a cui tengo (e non solo io) e per il quale ci si spende continuamente. Fermo restando tutti i limiti fisici e non che una discussione così allargata comporta.
Come diceva Gaber “Libertà è partecipazione” e credo che solo con la partecipazione le cose possano migliorare. Lo so che ci sei in assemblea, ho puntualizzato cosciente del fatto che sapevi di cosa stavo parlando.
Detto ciò, grazie per il complimento!
Ho apprezzato l’articolo, anche se manca di menzionare uno dei principali difetti di questo tentativo di riforma: la pretesa di operare un intervento così cruciale sul sistema dell’università “senza ulteriori oneri a carico dello Stato” (così recita più o meno il ddl). Credo si debbano sostenere manifestazioni come quelle che si stanno organizzando in questi giorni (la stessa tipologia della manifestazione come forma di protesta, a mio avviso, non può andare oltre certi limiti e quello che si sta dando è il meglio); allo stesso tempo si devono trovare la sede e i modi per portare avanti una discussione più ponderata e valutare quali tra gli aspetti positivi (almeno nelle intenzioni) della manovra possono essere condivisi da noi studenti nel quadro di una più generale elaborazione non dico di una riforma, ma almeno di una nostra “teoria generale di obiettivi” sull’università.
Ciao Fabiano,
si, concordo con il tuo commento. Ho lasciato fuori un sacco di aspetti dal mio articolo, perché non voleva essere una trattazione esaustiva, ma un semplice elenco di punti per lanciare proprio una “discussione più ponderata”. Il difficile sarà trovare la sede e i modi per questa discussione.