Sto provando a vincere la borsa per un dottorato, un modo come un altro per non rassegnarsi all’idea di non essere più universitari ye ye. Vi vorrò vedere, a voi, in questa situazione. Perché tutti a dire «Non vedo l’ora!», sì, ma poi? Guardate che là fuori c’è gente seria. Gente che se non rigate dritto vi fa un culo così. A un mio amico, in un colloquio, gli hanno dato in mano una pistola e gli hanno detto: «Sparati». E lui eccitato dalla sfida: «Roulette russa?». «No, è carica. Sparati».
Il mio consiglio è di non laurearvi mai. A me è andata peggio della pistola, mi hanno chiesto di scrivere un progetto di ricerca. Un progetto di ricerca per qualcosa che non farò. Non è facile scriverlo, però è un must superata una certa età, una sorta di status symbol per gli studenti più vecchiarelli.
«Guarda quello che bono… »
«Ma chi? Quello coi Ray Ban?»
«Sì, quello lì, coi Ray Ban e il programma di ricerca tatuato sul braccio»
«Oddio, e che c’è scritto?»
«Testualità e macrosintassi nelle ricette culinarie dell’area umbro-marchigiana del Dugento»
«Lasciagli il numero! Lasciagli il numero!»
Non sto scherzando, l’altro giorno sono stato a Pisa per consegnare il curriculum per accedere alla prova di dottorato. Il programma di ricerca non andava presentato, tanto meno l’oggetto del programma di ricerca (c’era scritto così, giuro). Niente di niente. Da paura, mi dico, io ancora non l’ho scritto. Vado là fico fico coi miei Ray Ban, i miei Levi’s e il mio maglioncino Ralph Lauren. Ma un buttafuori non mi fa entrare. Uno di quei buttafuori energumeni che ti terrorizzano, con le fattezze di segretaria italiana munita di occhialetti e sguardo di sufficienza.
«Ma non andava portato!»
«In teoria era così, ma molti l’hanno presentato, e quindi… sarebbe meglio… sorrisino d’intesa [«No questo non dovevi dirlo, era gestuale» «Ah scusa»]»
«Ah è così, bene. Allora guardi qua sul collo: un succhiotto di un decano»
«Ammesso»
Ora, pensate: programma di ricerca e preparazione su tutta la storia della lingua italiana. Dico, ma cosa si credono? Che ho fatto fisica? Ho bisogno dei miei tempi, io. Ho bisogno di riposo, per rendere al meglio. Ho bisogno di non arginare la mia sensibilità, la mia creatività da giovane intellettuale, sono pur sempre un dottore, io. Devo leggere, guardare film, ascoltare musica, ubriacarmi, fumare, e avrei un sacco di tempo libero per farlo. Sarebbe come dare un etto di eroina a un tossicodipendente in una mano, e nell’altra il 740 della famiglia da compilare.
Ma purtroppo devo scrivere questo dannato progetto di ricerca, e lo farò. Il trucco è problematizzare, prendere un qualsiasi settore dello scibile e dire: «Sì, sembra così, purtuttavia»: «Sì sembra che Dante abbia scritto la Commedia in italiano, purtuttavia»; «Sì, sembra che Caravaggio sia morto, purtuttavia»; «Sì, sembra che Pedullà non sia stato ‘sto gran critico militante, purtutt… no vabbè, lo ammetto, non c’è alcun dubbio».
E alla fine, in un modo o nell’altro, si sfangherà pure questa. Male che vada mi riscrivo a Lettere con il nome di Gustav Ólafsonn, e avrò dei baffi, dei folti e biondissimi baffi.
Molto divertente, davvero.
Non v’é che dire; se non fossi consapevole dell’esistenza di gente come te sul pianeta, di certo avrei da tempo abbandonato la timida speranza che quualcosa di buono esista ancora su questa nostra Terra. Belle cose per il tuo futuro e in gamba sempre amico mio.
Mi hai fatto davvero sorridere di gusto.
Michele
Ad maiora, mio sodale!
Bellissimo!
Oh, questo pezzo fa ridere davvero. Potevi anche rincarare la dose.
Il “succhiotto di un decano” è geniale. Ma era Pisa Statale o Pisa (A)normale?
La Statale, alla Normale manco mi avrebbero fatto avvicinare.
Pingback: Altre perplessità sui concorsi universitari | Il Giornale di Letterefilosofia.it