Agli scontri del 14 ha fatto seguito una messe di articoli. Molti di questi sono stati scritti da persone che, come accade spesso per ogni importante evento, non rinunciano a dare la loro opinione sebbene non conoscano a fondo ciò che stanno interpretando.
Per fare un paio di esempi a loro modo divertenti (se non fosse per l’argomento in questione), alla lettera un po’ retorica di Saviano a Repubblica, la quale comunque non riporta inesattezze, risponde in modo ancor più retorico e meno informato Valerio Evangelisti, tra l’altro utilizzando un argomento specioso, facendo dire a Saviano che la protesta è stata portata avanti da «cinquanta o cento imbecilli», mentre Saviano parla all’inizio di «poche centinaia di idioti», scrivendo poco dopo «cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui»; lo stesso argomento specioso viene utilizzato, ma in altra salsa, dai collettivi studenteschi nella risposta alla stessa lettera di Saviano (nel momento in cui pubblico l’articolo, la parte in cui lo usavano è stata rimossa, forse si sono accorti subito del passo falso).
Ancora migliore Sandrone Dazieri che scrive, dopo aver giudicato quanto accaduto, «… non spetta a noi giudicare quanto è accaduto. Non sta a noi distinguere tra buoni e cattivi, stupidi e intelligenti. Spetta a loro, a chi c’era, agli studenti…». Magnifico.
All’interno di questa messe sterminata, possono essere identificati alcuni argomenti ricorrenti che non esito a definire falsi, rinviando la spiegazione di questa definizione ai singoli argomenti, e che si intrecciano inestricabilmente tra loro, di modo che per confutarne uno è necessario confutare anche gli altri.
Il primo di questi argomenti è la rabbia come giustificazione alla guerriglia che ha avuto luogo. I già citati Evangelisti e Dazieri scrivono «La reazione è stata di rabbia. Come poteva non esserlo?» e «Ho visto tanta rabbia, tanta. E ho pensato che la rabbia è bella, perché vuol dire che sei vivo e ci tieni…». Certo, la reazione alla notizia della mancata sfiducia per tre voti è stata la rabbia, ma quale sillogismo associa la rabbia a ciò che è accaduto? Tanto per sdrammatizzare: Dazieri aggiunge che “la rabbia è bella” ma, udite udite, la lascia agli altri, perché lui è “troppo cinico e disilluso”.
Perché è un argomento falso? Perché l’associazione di idee tra rabbia e violenza taglia fuori ogni altra possibile reazione. Io mi sono sentito molto, molto arrabbiato, eppure non ho lanciato sassi né distrutto automobili. Non sono stato l’unico: la mia è stata la reazione principale, in piazza. Le foto che circolano sul web e le riprese tv, ovviamente, si concentrano sui violenti amplificandone la percezione quantitativa, ma per ogni persona fotografata a volto coperto ve ne erano dieci a volto scoperto distanti dagli scontri, impaurite. Evidentemente dovevano essere dei pazzi a non distruggere tutto a causa della rabbia, ma per fortuna sono pazzi in buona compagnia: se a ogni arrabbiatura si rispondesse usando violenza, torneremmo a una società ante-Orestea, in cui non esistono Legge né Stato. La rabbia è uno dei sentimenti più comuni, come tentava di insegnare al suo discepolo Nerone il filosofo Seneca, quasi duemila anni fa; e gli studenti dovrebbero conoscerlo, visto che tra i libri-scudo figura anche l’opera del contemporaneo Petronio. Non pretendo che si arrivi all’apatheia degli stoici, ma tra il controllo delle passioni e la guerriglia causata dalla rabbia ce ne è di grigio.
L’altro giorno, ad Annozero, hanno parlato due studenti e mezzo (nel senso che il terzo ha parlato pochissimo, suo malgrado): la studentessa appartiene alla rete dei collettivi; lo studente a Uniriot, simil-costola universitaria dei Disobbedienti. Entrambi gli studenti appartengono da tempo, quindi, ad associazioni studentesche che esprimono la stessa posizione in merito agli scontri avvenuti martedì scorso. Il terzo, lo studente di Medicina, pur partecipando attivamente alle proteste non è inserito in alcuna struttura organizzata e, dato che il suo modo di interpretare i fatti era in linea con quello degli altri due gruppi, è stato associato alla rappresentanza.
Questo è un altro problema, non strettamente connesso ai fatti avvenuti ma molto importante per la rappresentazione che di essi viene fatta in tv: come operano i programmi televisivi per la scelta dei rappresentanti di una categoria? Di solito un inviato della trasmissione (in questo caso Ruotolo) si reca sul luogo della protesta (in questo caso la mia ex-Facoltà di Lettere) e, trovando dei ragazzi che visibilmente si stanno interessando ai problemi in questione, gli chiede di fornirgli dei rappresentanti per la trasmissione. Ovviamente, a seconda del gruppo cui si rivolge, otterrà una diversa interpretazione degli eventi. L’errore commesso sta nel pensare che i ragazzi in protesta siano un fronte compatto senza divisioni interne. Errore dovuto, sia detto a difesa di chi organizza i programmi, all’immagine che movimenti del genere danno di sé, volta proprio a presentare un’unità eterogenea ma compatta.
I tre ragazzi hanno quindi rappresentato, agli occhi di buona parte della pubblica opinione, la posizione dell’intero movimento studentesco. Persino Travaglio ha abboccato, addirittura scrivendoci un articolo. Fortunatamente non è così, buona parte degli studenti che hanno partecipato alle manifestazioni si distacca da queste scelte. Personalmente, ho provato un fortissimo imbarazzo nell’essere rappresentato da chi, per chiara scelta politica, non ha potuto neppure distanziarsi dagli episodi più estremi avvenuti il 14 (solo per fare un esempio: le auto incendiate lontano dal luogo degli scontri).
Sempre per rimanere alla puntata di Annozero, l’argomento utilizzato da Cafagna, quando ha detto che la sera, alle assemblee, erano molti di più, è specioso. La sera alle assemblee erano presenti molte persone che non fanno parte del movimento studentesco e il giorno seguente, alle assemblee di soli studenti, erano presenti relativamente poche persone (ricordo le assemblee seguenti le grandi giornate dell’Onda, davvero strapiene, e non avvenne mai nulla di paragonabile a ciò che è avvenuto l’altro giorno). La giornata del 14 ha dato luogo a una frattura interna, non mostrarla al grande pubblico vuol dire solamente camuffarla e fingere che non esista.
Che l’argomento non sia del tutto esente da critiche lo capiscono anche coloro che hanno distrutto il centro storico, ecco il perché di una serie di interventi online, atti a suffragare e appoggiare l’idea della rabbia “inevitabile”. Al riguardo, l’intervista di Daniele Barbieri pubblicata da Micromega il 17 dicembre è veramente chiarificatrice.
La prima preoccupazione che traspare è quella di dare del ragazzo intervistato un’immagine positiva, addirittura l’intervistatore premette all’intervista una serie di informazioni sul ragazzo tra cui: «Xyz non è un teppista, anzi: è persona impegnata nella solidarietà; ne ho chiesto conferma a chi lo conosce più di me»; «Xyz è studente e lavoratore»; «Xyz e altri amici-amiche ieri sono andati a Roma senza bastoni o caschi, non avevano nessuna intenzione di fare quella che i giornalisti amano definire “guerriglia urbana”»; «Xyz non è un “conta balle” (lo conferma anche chi lo conosce meglio di me) e dunque mi pare un testimone interessante per capire qualcosa di più su ieri…».
Ora, è chiaro che la prima ambiguità riguarda il criterio metodologico: se si sceglie di condurre un’intervista anonima, l’intervistato ha valore semplicemente in quanto appartenente a una determinata categoria di persone (e già ci si fida, perché l’intervista potrebbe essere, banalmente, inventata), non si possono inserire una serie di dati, per il semplice fatto che si è operata una selezione dei dati da inserire; o metti il lettore in condizione di farsi un’idea autonoma e complessiva sull’intervistato, fornendo nome e cognome, o non puoi scegliere quali dati inserire e quali tralasciare sulla vita di una persona, per presentarla. Come se io intervistassi un Presidente del Consiglio anonimo scrivendo: “vi dirò soltanto che è stato eletto ben quattro volte e detiene il record nella sua nazione per essere stato il Presidente del Consiglio in carica per più tempo complessivamente”. Mancherebbero alcuni dati, per potersi fare un’idea complessiva del soggetto.
Sempre a livello metodologico, fa quasi sorridere l’ingenuità dell’intervistatore quando scrive “ne ho chiesto conferma a chi lo conosce più di me” e “(lo conferma anche chi lo conosce meglio di me)”. Tutta la buona fede del mondo non può comunque avvalorare frasi del genere, qualunque persona abbia svolto un qualsiasi tipo di indagine (scientifica, storica, poliziesca) capisce bene il perché.
Per non dilungarmi troppo, evito di soffermarmi su ogni ambiguità dell’intervista o su ogni frase atta a svalutare le narrazioni oggettive fatte sugli scontri del 14 (ma non posso non citare, sempre dalle premesse, la perifrasi «quella che i giornalisti amano definire “guerriglia urbana”», vero gioiello) e arrivo al punto: dopo un ritratto del genere, il lettore è ovviamente portato a simpatizzare con il buon giovine, quindi a giustificare gli scontri o a minimizzare la violenza in essi presente.
L’intervista ci introduce anche al secondo argomento utilizzato: la spontaneità degli scontri, come semplice reazione emotiva alla rabbia. Il ragazzo intervistato racconta come, da persona totalmente ignara degli scontri, si sia trasformato in un fuorilegge (perché dare fuoco a una camionetta della spazzatura e picchiare un poliziotto è commettere dei reati), avallando quindi l’idea di scontri totalmente nati sul momento. Questa è una falsità, solo in parte moderata dalla frase «a parte qualche piccolissimo gruppo organizzato… tutte le persone che hanno tenuto il centro di Roma contro le cariche della polizia erano persone come me, visibilmente inesperte, senza caschi o altro».
Perché è un falso? Perché gli scontri erano stati ben preventivati da alcuni dei gruppi studenteschi che hanno contribuito all’organizzazione della giornata. Il giorno prima si decideva chi avrebbe portato i limoni e il collirio, si distribuivano i numeri di telefono di avvocati. Nei commenti al mio precedente articolo una ragazza che partecipa ai collettivi spiega: «Chi aveva contatti con degli avvocati si è solo preoccupato di metterli a disposizione di tutti gli studenti e tranquillizzarli. Un collirio e un numero di riferimento in caso la ruota della sfortuna ti facciano trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato, non mi sembrano misure da guerriglia.» Non metto in discussione la buona fede di chi ha provveduto a misure del genere, ma già il fatto di mettere in preventivo che ci possano essere un “posto sbagliato” e un “momento sbagliato” vuol dire mettere in preventivo scontri anche duri, piuttosto che fare il possibile per impedire il verificarsi di questi scontri. E non ci scordiamo le molotov: pur ammettendo la possibilità che non siano state preparate precedentemente, non credo che sia prassi andare alle manifestazioni con succhielli per prendere la benzina dalle auto ferme (tra l’altro con parecchi nuovi modelli di auto questo procedimento risulta molto complesso), con bottiglie vuote (mi si potrà obiettare che quelle si trovano facilmente) e stracci (mi si potrà obiettare che quelli si ottengono facilmente strappandosi pezzi di abito).
Del resto questi scontri sono stati da subito interpretati in modo positivo: alla pseudo-assemblea di ateneo tenutasi la sera stessa, un esponente dei collettivi proclamava con un certo compiacimento che “tutta la piazza” aveva fatto gli scontri, che chiunque aveva lanciato almeno un uovo o una pietra. Posso assicurarlo su questo punto: non è assolutamente vero. Ma questo tipo di analisi ci introduce al terzo falso argomento utilizzato in questi giorni: la responsabilità collettiva.
Responsabilità collettiva vuol dire, in soldoni, che la colpa va suddivisa equamente fra quanti hanno attivamente partecipato agli scontri e quanti, invece, sono rimasti nelle vicinanze. A supporto di questa idea si porta un episodio in particolare: a un certo punto ha fatto irruzione nella piazza, provenendo da via del Babuino, una camionetta della Guardia di Finanza assieme ad uno sparuto gruppo di finanzieri in divisa antisommossa. Dopo un momento di iniziale arretramento, le prime file si sono rese conto dell’effettiva inconsistenza del gruppo e hanno deciso di attaccarlo, respingendolo e costringendolo ad arretrare nuovamente in via del Babuino. In quel momento, molte persone presenti in piazza hanno applaudito e gridato, come per incitare coloro che assalivano i finanzieri.
Innanzitutto è bene chiarire subito una cosa: molte delle persone rimaste in piazza durante gli scontri non l’hanno fatto per sostenere chi stava portando avanti i disordini, bensì per assistere a quello che veniva percepito, comunque, come un evento significativo e difficilmente ripetibile. Lo stesso spirito di curiosità (studiato, del resto, in psicologia) che causa, ad esempio, file nelle autostrade nelle corsie in cui non c’è stato alcun incidente: le persone rallentano per vedere cosa è successo, percependo che si tratta di qualcosa di grave. Interpretare il rimanere nel luogo come un dare sostegno all’azione di chi sta mettendo in atto le violenze è un ennesimo atto di violenza, questa volta violenza semiotica. L’applauso è causato dall’immedesimazione o dall’empatia, non certo da un supporto razionale: la psicologia elementare che vede in uno scontro la presenza di un “noi” e un “loro”, per cui o si sta con uno o si sta con l’altro. Lo stesso motivo per cui, guardando un film di guerra, si è spinti a incitare i protagonisti; ho visto pacifisti gridare “muori!” ai nemici di Sylvester Stallone, ma non ho mai pensato che avessero rinnegato il proprio credo razionale. Ovviamente, essendo assaliti dalle forze dell’ordine, senza un forte autocontrollo si era portati a “tifare” per le persone a volto coperto, le quali in quel momento avevano la funzione di cuscinetto tra chi era rimasto a guardare e le forze dell’ordine; i tutori della legge, di contro, non suscitavano certo grossa simpatia, poiché in momenti così confusi può capitare di rimanere troppo vicini alle prime file (è fisicamente molto difficile muoversi in mezzo a una calca del genere) e, pur non avendo nulla a che fare con gli scontri, venire manganellati e portati via.
Ecco perché analizzare la presenza di persone in piazza come un appoggio alle violenze è un’operazione illecita. Del resto, chi non era presente può visionare i molti filmati online, è stata chiara fin da subito la divisione tra quanti partecipavano agli scontri e quanti ne erano spaventati, essendo la piazza fisicamente divisa in due: su via del Corso e via del Babuino caschi e volto coperto, sotto gli archi di piazzale Flaminio tutti quelli che volevano continuare a guardare, ma ben lontani. La confusione dei due gruppi, fino a quel momento ben distinti, è avvenuta quando le forze dell’ordine hanno avuto la malaugurata idea di caricare con i veicoli e hanno spinto i contestatori più radicali verso piazzale Flaminio. Alla baraonda seguita si appigliano i propugnatori dell’idea di responsabilità collettiva, ma anche in piazzale Flaminio, seppure i gruppi fossero molto più vicini, rimanevano coloro che tiravano cose e coloro che non le tiravano. Proprio da quella vicinanza la vera paura ha iniziato a diffondersi anche tra i pacifici astanti e pian piano, alla spicciolata, le persone hanno cominciato ad allontanarsi dalla zona.
L’analisi che ho condotto, seppur limitata in termini di spazio e non esaustiva, mostra come siano stati travisati e utilizzati a scopo propagandistico e politico gli accadimenti del 14. L’aspetto peggiore è che se da parte dei politici questo modo di procedere è abbastanza usuale e prevedibile, lo è molto meno per tutte quelle realtà associative o non associative che alla politica muovono proprio questa critica. Leggere la parte finale del comunicato stampa che il mio ateneo ha emanato due giorni dopo l’accaduto è uno schiaffo in faccia per quanti, come me, hanno espresso parere contrario all’interno delle assemblee tenute quel giorno: «…ci teniamo a sottolineare che non ci appartengono vecchie etichette proprie di movimenti passati: black block, estremisti, violenti sono termini che non ci appartengono. Ci appartiene invece l’indignazione e l’espolosione di una rabbia sociale diffusa, l’ansia per il futuro e la voglia di continuare a costruirlo giorno dopo giorno». Un ridicolo giro di parole per poter allontanare da sé l’etichetta infamante di “violenti” senza, però, prendere le distanze dai fatti che sostanziano tale etichetta. Una circonlocuzione nel più demagogico e deleterio stile “politico”.
Grazie michelangelo. La tua analisi è veramente esaustiva. Mi chiedo solo come mai tu che sai sempre tutto e capisci sempre tutto meglio degli altri, che hai un cuore così grande da divulgare tutte le volte la verità tra noi mortali e spiegarci come vanno le cose e quante persone cattive ci sono nel mondo, ma soprattutto nella nostra università, ecco, mi chiedo solo perchè perdi tempo con questi futili argomenti. scontri, guerriglie, manifestazioni, cosa sono rispetto alla tua onniscienza? Per favore miky, parlaci delle cose veramente importanti, spiegaci il senso della vita, dicci cosa c’è oltre la morte, non perdere tempo con queste cosucce.
Quindi sintetizziamo: tutte le persone che hai nominato, che vanno da nomi molto autorevoli come Travaglio ad altri poco conosciuti (ma che tu non risparmi di infamare tutte le volte), sbagliano. Tu invece hai ragione! Perchè tu in piazza ci stavi e sai interpretare tutti segni che ti trovi di fronte: dagli applausi della piazza agli articoli di giornale. Ma guarda che sei veramente un presuntuoso! Ma chi ti credi di essere? Ho letto altri alrticoli su questo giornale che non posso negare di aver apprezzato, però quello che ho notato è che negli ultimi tempi te la credi davvero troppo. Guarda che a leggere questo articolo viene un bel nervoso, ma davvero credi che qualcuno ti dovrebbe credere perchè tu forniresti la spiegazione scientifica delle cose e gli altri solo quella che interessa loro? Sei davvero un megalomane. E comunque per quanto tu possa negarlo nascondendoti dietro le motivazioni che adduci anche tu sei portetore di un punto di vista e non della Verità (e su questo concordo con Roberto). Qualsiasi cosa dica e qualsiasi argomento tu fornisca esprimi sempre un punto di vista, davvero non lo hai ancora capito? Allora torna a studiare e abbassa un po’ la cresta invece di dare sempre lezioncine a tutti.
Infatti: Michelangelo tu studi lettere antiche e avrai gli ideali classici dell’armonia, della neutralità, dell’equidistanza e bla bla bla. Non hai capito che queste cose non sono mai esistite? Non hai capito che il pensiero neutrale è quello dietro cui si nasconde la posizione del più forte? Davvero non sai, tu che pure sembri una persona così colta e intelligente, che quello che le società nella storia ritengono “normale” o “naturale” è anch’esso costruzione? Che nel mondo non c’è nulla di naturale ma tutto è costruito culturalmente e socialmente? Che le narrazioni che raccontano il mondo fino alla metà del novecento rappresentano quasi (e questo quasi è molto importante) il punto di vista dell’uomo bianco ed eterosessuale, e generalmente cristiano (che guarda caso assomiglia un po’ alla tua descrizione)? Non te lo dico per dare lezioni come fai tu, ma solo per esprimere delle idee che mi vengono leggendo quello che scrivi. “Il sapere non è fatto per comprendere ma per prendere posizione” recitava lo striscione dietro cui tutti e tutte abbiamo sfilato il 14 dicembre da piazzale aldo moro a piazza del popolo e viceversa. Ti sbagli a credere che la gente sia rimasta solo per curiosità e abbia applaudito solo per “immedesimazione ed empatia”. Forse è quello che hai fatto tu, qualche tuo amico o le persone con cui tu hai parlato (e che probabilmente ti assomigliano). Io non faccio parte di nessuna associazione, sono al primo anno di specialistica, appena trasferita a Roma da Firenze e ti posso dire che in piazza ci sono rimasta perchè sapevo che altrimenti ci sarebbe stata una carneficina e che tutta la gente nelle prime file sarebbe stata arrestata. Ho applaudito quando ho visto la camionetta bruciare non perchè ho qualcosa contro i singoli agenti impegnati in piazza (ne ho tanti di amici che non hanno trovato lavoro e sono finiti nelle forza armate), ma perchè bruciava un simbolo con quella camionetta, questo paese corrotto, vecchio e ingiusto che ci troviamo di fronte. Ben sapendo che bruciare la camionetta è un segnale e che materialmente non risolve nessun problema. Ero ben consapevole dei gesti che facevo e credo lo fossero molte delle altre persone in piazza. Sei un po’ presuntuoso quando pensi di capire tutto e quando pensi che gli altri non capiscano niente e si facciano trascinare solo da emozioni dettate dalla massa, da leader o leaderini, dal non rendersi conto di quel che sta succedendo, dalla curiosità (e occhio che a volte se si rimane in quelle occasioni solo per curiosità poi ci si fa male sul serio). Forse è solo che la rabbia della gente in piazza, di quella avanti e di quella dietro, tu non puoi capirla. Forse è solo questo, la rabbia che tu dici di avere non è rabbia è solo un leggero malessere per la compravendita di voti e il non rispetto delle regole. Sveglia: le regole non le ha mai rispettate nessuno. La nostra rabbia viene da molto più lontano e non è solo quella esplosa il 14. Ma questo è un altro discorso…
scusate: piccolo errore, puntualizzo altrimenti non si capisce “rappresentano quasi (e questo quasi è molto importante) il punto di vista dell’uomo bianco” in questa frase dopo la parentesi manca una parola: solo. è quindi così: “rappresentano quasi (e questo quasi è molto importante) SOLO il punto di vista dell’uomo bianco”
Ragazzi, cerchiamo di fare critiche costruttive però. Se non siete d’accordo con quanto dice Michelangelo andate al nocciolo delle sue argomentazioni e cercate di dimostrare i suoi errori; o comunque esponete le vostre idee, che evidentemente sono diverse dalle sue. Ma aggredire in questo modo non è né utile né soprattutto degno di persone che studiano nella facoltà di Lettere.
D’altro canto è ovvio che chi scrive un articolo sa benissimo di esporre un’opinione personale, ma è anche ovvio che se uno scrive certe cose e non altre è perché pensa che quelle siano le cose giuste da dire e vere da pensare, soggette però ovviamente, come tutte le altre, al vaglio critico degli interlocutori. Quindi “attaccate” eventualmente le idee, non il modo più o meno presuntuoso di esporle.
Tutto ciò sia detto per tutti ovviamente e col solo fine di poter leggere un serio confronto di pareri diverse e di differenti “campane” e non sterili battibecchi.
Per Rosa.
Si può discutere di tutto e su tutto, ma bruciare una camionetta della polizia non è bruciare un simbolo, ma un bene pubblico pagato con i soldi tutti e che appartiene a tutti; applaudire chi lo fa è istigazione alla violenza secondo me e sostegno a chi commette un reato; per non parlare di chi ha bruciato auto di privati cittadini: e se quell’auto fosse stata la mia o la tua sarebbe stata anche quella un simbolo, o forse solo un bene indispensabile nella vita moderna acquistato magari con sacrifici economici da parte di lavora? Bisogna prima di tutto CONDANNARE OGNI VIOLENZA CHIARAMENTE (senza appellarsi alla rabbia: siamo uomini o animali? e chi ammazza la fidanzata perché lo ha mollato non è arrabbiato pure lui? per favore…), e poi, ripeto, possiamo discutere di tutto….
Ma l’autore dell’articolo non si è firmato ?!?!
@Irene: No, non mi sono firmato. Purtroppo hai a disposizione solo un riquadro con il mio nome, il mio cognome e sette righe di informazioni.
@Roberto: In verità sto scrivendo un libro sull’argomento, penso che lo titolerò “Dio e la pappa d’avena”. Comunque ti ringrazio, fa sempre piacere ricevere sì fatti complimenti.
@Alberto e Rosa [vi rispondo insieme, visto che avete scritto usando lo stesso computer e la stessa mail (ma, in buona fede, sono sicuro che non siate la stessa persona, si vede anche perché avete due stili diversi)] : Si, sono brutto, sono un megalomane brutto e puzzo pure. Mi spiace che non vi sia piaciuto l’articolo, qualora mi indirizzaste (come ha giustamente replicato Antonino) delle critiche ad locum sarei felice di rispondere, come ho sempre fatto.
Ciao e grazie
Nessuno ha bisogno di difensori, quantomeno un dotto tenace come Michelangelo. Mi sorprende un dettaglio, però, da aspirante classicista sentitomi colpito da questa nozione superficiale dell’antichità: costa così tanto studiare? Mi domando se chi dà lezioni sul pensiero politico nell’antichità abbia mai letto qualcosa di più serio di un blog o di un quotidiano; se, soprattutto, sappia chi siano tizi oscuri e tenuti nascosti da una congiura piduista come Tucidide (dialogo Meli/Ateniesi, tanto per dire), Euripide (Troiane, tanto per dire), Seneca (Dialogi in generale, con un occhio particolare al De Clementia). Ma forse non ha senso nutrire di queste speranze: noi che studiamo lettere vecchie abbiamo l’idea della neutralità, della serenità, della paciosa omertà di quattro vecchie statue nude. Non oso, visto che si etichetta la cultura delle persone in base agli studi universitari (sì, lo ammetto, per me Hitler era un centravanti del Bayern), criticare le conoscenze superficiali di sociologia, che credo siano sufficientemente riassunte dall’idea del fuoco come simbolo. Al confronto, Omero aveva scoperto il Dna.
Pingback: Studenti contro gli scontri | Il Giornale di Letterefilosofia.it