Se in questi giorni vi trovate a passeggiare per il centro e passate da via del Babuino, intrufolatevi in una delle sue traverse, via Alibert: lì, al civico 20, è situata la Galleria Russo. Vi troverete la piccola mostra Duilio Cambellotti illustratore, prorogata all’8 gennaio 2011 (doveva terminare ieri), imperdibile occasione per ammirare un buon numero di illustrazioni dell’eclettico artista romano vissuto tra il 1876 e il 1960 (il 30 gennaio ricorre il cinquantenario della sua morte).
Non è una rassegna espositiva propriamente detta: per scrutare le opere, disseminate per le salette in modo molto informale, bisogna scavalcare le scrivanie degli impiegati intenti a tenere la contabilità della galleria. I pezzi esposti, infatti, sono in vendita.
Duilio Cambellotti è un artista che, nonostante abbia un museo tutto suo a Latina, non ha ancora trovato un posto nella grande storia dell’arte, quella da manuale, ancora poco riconoscente nei confronti di quegli italiani del Novecento che hanno seguito un percorso vario e difficile da etichettare, lontano dalle Avanguardie. Il suo immaginario attinge all’area simbolista: figure allungate e misteriose, ombre colorate e sofisticati decorativismi popolano un universo affascinante, legato alla sfera onirica, che spesso racconta più degli stessi episodi che è volto ad illustrare.
La sua produzione è una delle punte più alte dell’epopea grafica di inizi ‘900, epoca in cui persino i manifesti reclamizzanti prodotti cosmetici avevano tutte le caratteristiche di vere e proprie opere d’arte.
Questa mostra, da sola, non basta a conoscere il lungo cammino artistico di Cambellotti: è comunque un’ottima introduzione che alimenterà in molti la curiosità e la voglia di approfondire. Un modo per continuare il percorso cambellottiano è fare visita alla deliziosa Casina delle Civette di Villa Torlonia, insolito villino che prende il nome dalle figure di civette disegnate proprio dal Nostro: le altre decorazioni sono firmate da altrettanto grandi artisti del liberty italiano, come Vittorio Grassi e Umberto Bottazzi, anche loro in attesa di essere (ri)presi in considerazione dalla manualistica della storia dell’arte nostrana.







Quasi quasi…