Tino Granata, in arte Tindaro Granata, fa parte della folta schiera di giovani attori che affollano il nostro paese e che vengono drammaticamente penalizzati dalla politica governativa degli ultimi anni riguardo all’arte e alla cultura. Prima di entrare in argomento, dacci una tua breve presentazione: a cosa è dovuto il tuo nome d’arte? A quali spettacoli hai lavorato? Come è cominciata la tua carriera d’attore?
Caro Michelangelo, dico sempre che oltre a scegliere questo mestiere, a scegliere di vivere lontano dalla mia Sicilia e dalla mia famiglia, ho scelto anche il mio nome. Chi nasce a Tindari, in onore della famosa Madonna Nera , viene chiamato Tindaro o Maria Tindara. Da noi è un nome molto diffuso e per evitare casi di omonimia i miei genitori mi chiamarono Tino, ma tutti mi chiamavano affettuosamente Tindarello. Quando iniziai a percorrere la strada dell’attore decisi che mi sarei chiamato Tindaro, perché sento di avere, con questo nome addosso, un pezzo della mia vita di bambino e un pezzo della mia vita da vecchio.
Ho iniziato a recitare a 22 anni. Appena diplomato mi sono imbarcato su una nave, Nave Spica, e per un anno ho navigato nel canale di Sicilia con la qualifica di “meccanico armaiolo”, cioè specializzato nell’uso delle armi e del cannone. Durante la navigazione ho sentito il desiderio di realizzare un sogno che avevo sempre tenuto per me. Appena congedato mi sono trasferito a Roma, dove per mantenermi lavoravo in un negozio di scarpe a fontana di Trevi (questa storia è parte di un testo che ho scritto, e che sto per mettere in scena e interpretare, che ho titolato Antropolaroid). Allo stesso tempo frequentavo un corso di recitazione cinematografica diretto da Giulio Scarpati. Il produttore di Scarpati mi chiamò a fare un provino con Maurizio Scaparro e Massimo Ranieri per una sostituzione dello spettacolo Pulcinella di Manlio Santanelli e senza mai essere salito prima di allora su un palco. Mi scelsero e iniziai a lavorare diventando un professionista. Fu una vera fortuna perché, oltre a essere scritturato da uno dei registi più importanti del teatro italiano, conobbi e lavorai con Massimo Ranieri che per me è stato un grande maestro. Lui mi aveva scelto tra tantissimi attori con esperienza, mentre io non avevo praticamente fatto nulla, quindi mi trattava come un piccolo allievo a cui insegnare la vita , le gioie e i dolori del palcoscenico. Ogni giorno, essendo lui un perfezionista, mi convocava sul palco e mi faceva rifare le prove del mio personaggio, correggendomi gli errori commessi la sera precedente in scena. Fu la mia scuola e ancora oggi ringrazio Massimo per questo regalo inestimabile. Io credo negli incontri con le persone, più che nelle esperienze intese come lavori fatti e nonostante con il Pulcinella abbia potuto conoscere Massimo, in seguito ho avuto la fortuna di incontrare persone altrettanto importanti che mi hanno aiutato a crescere e capire questo amato mondaccio.
Come ci ha spiegato in una recente intervista il regista Carmelo Rifici, col quale hai collaborato, il mondo del teatro è fatto da pochissimi registi, dai molti lavoratori dello spettacolo (luci, scenografie, costumisti, etc.) che possiedono qualche tutela sindacale e da una moltitudine di attori che non fanno categoria, sono in perenne competizione e, essendo tantissimi, possono essere annoverati tra i lavoratori più precari che ci siano al momento. Che ne pensi di questo quadro, anche in rapporto alle tue esperienze?
Proprio perché non provengo da nessuna accademia, mi sono sempre sentito un out-sider e soprattutto inferiore ai miei colleghi diplomati… e all’inizio pensavo che questa condizione disagiata di precariato, che spinge anche il più buono di noi a diventare il venditore dell’anima della propria madre, fosse uno stato delle cose giusto perché uno che vuole fare questo mestiere sapeva da prima come sarebbe stato. Poi, con il tempo, mi sono evoluto anche con il pensiero e ho capito, o almeno penso…
Siamo la categoria più debole del settore non solo perché siamo in numero maggiore, ma anche perché ci siamo per prima cosa imbastarditi; tant’è che oggi un mio amico che fa il programmatore di pc va a fare le fiction ed è considerato un attore e si comporta come tale quando va ai vari casting. Lo fa perché ha un’entrata fissa dal suo lavoro di programmatore e si permette di accettare tutto, quindi abbassa la qualità. Attenzione, non parlo di qualità attoriale, perché ci sta pure che sia più bravo di me in certe cose, ma le migliaia di persone come lui creano la possibilità di pensare che tutti sono buoni a fare tutto e che quindi tutti abbiamo lo stesso valore. Ecco, io non ci credo.
Siamo uguali solo davanti a Dio, per il resto non lo siamo e non dobbiamo far pensare che lo siamo. Poi un altro problema è che l’eccessiva concorrenza crea un esercito di morti di fame che per un provino o un ruolo è capace di non avere dignità. Il precariato c’è sempre stato, nel nostro settore, solo che adesso ci sono meno produzioni e tutto si complica perché noi cresciamo di numero.
Ho utilizzato, nella precedente domanda, la parola “lavoratori” in riferimento agli attori, ma la querelle è antichissima. Come vedi l’attività che pratichi? Ti reputi un lavoratore, un artista, un artigiano, una mistura dei tre o altro ancora?
I primi tempi, i miei amici siciliani mi chiedevano: ma oltre a fare l’attore, che lavoro fai? C’è voluto qualche anno per fargli capire che fare l’attore è un lavoro.
Io mi reputo un artigiano disadattato con la voglia di essere un artista. Artigiano perché mi piace costruire un personaggio o scrivere una storia come se fosse una cosa, come se fosse una pietanza (sono un ottimo cuoco e adoro cucinare quasi quanto recitare), quindi utilizzando il mio corpo e la mia voce oltre al mio essere. Disadattato perché non ho un metodo o una tecnica precisa, perciò ogni volta per arrivare a un personaggio o a scrivere un testo ci metto molta fatica e la sensazione di inadeguatezza mi assale senza possibilità di scampo… alla fine il desiderio di farcela è più forte della paura. Artista perché vorrei essere uno di quelli che ha la capacità di parlare senza parole e di muoversi senza ballare… voglio riuscirci, cavolo!
Quali sono gli ostacoli più grandi che hai incontrato nel tuo percorso?
Spesso sono stato io l’ostacolo più grande da superare. La paura di sbagliare e perdere la faccia, la paura di essere giudicato.
Dopo alcune esperienze posso dire che chi non ha paura di perdere è già vincente, perché non si pone il dubbio se fare o no quella determinata cosa che desidera. Queste paure adesso non le ho più, perché sono arrivato a trentadue anni e non riesco a vivere facendo il mio lavoro. Spesso il mio lavoro lo odio, perché per poterlo fare devo accettare qualsiasi cosa mi si proponga; spesso penso che è tutto tempo perso e che non potrò mai avere una casa tutta mia; spesso mi ricordo che in dieci anni di lavoro avrò si e no venti mesi di contributi versati… ecco che allora, triste e con la lacrima pronta a venire giù, mi convinco che non ho niente da perdere e allora mi dico : se va male ‘sti cazzi, tanto… e ci provo!

e quindi? uno a caso pescato nel mucchio?
Caro Jeko,
Tindaro è un giovane che, però, può già essere considerato un attore vero e proprio. Sicuramente è “uno pescato nel mucchio”, se così vogliamo intendere questa testimonianza, ma penso che possa essere esemplificativo e, comunque, le risposte che mi ha dato mi piacciono anche a livello narrativo. Che non stiamo astraendo regole generali mi sembra ovvio.
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