Passato il DDL Gelmini si temeva di non aver più argomenti per questa sezione. La Gelmini rimane impareggiabile per le perle donate, ma fatto il suo lavoro può tornare ad essere sé stessa fino alla fine della legislatura, senza improvvisarsi ministro. Il posto della Gelmini pare invece essere stato preso dal ministro del lavoro Sacconi, che per riempire un palese vuoto politico di minchiate si sta impegnando arduamente e sta inanellando una sequenza di cazzate che fa tremare il primato della Gelmini, per quanto la strada sia lunga.
L’ultima del caro ministro è stata: “meglio un lavoro qualsiasi che nessun lavoro”. Una frase del genere la accetterei per consolare un amico finito in un call center o a pulire le piastre dello zozzone di Porta Maggiore. Una di quelle frasi che sai benissimo che stai dicendo una cazzata, ma servono in quel momento. In un’ipotetica intervista al ministro Sacconi, alla domanda “Abbiamo una massa di laureati che finiscono a lavorare nei call center” sarebbe legittimo attendersi la risposta “Meglio de ‘n carcio ‘n culo”. Magari non ci aspetterebbe che un ministro del Lavoro consoli (peraltro con un’affermazione che non trova concordi aziende ed esperti del lavoro, come si può leggere nel link precedente), magari ci aspetterebbe che renda conto di alcuni dati. O almeno si mettesse in chiaro la politica ottimistica berlusconiana: va tutto una merda, noi non sappiamo come gestire la situazione perché non sappiamo nulla di come si governi, ci eleggono e noi non possiamo farci nulla, venite qua, ci confidiamo sui nostri problemi, una pacca sulla spalla e un po’ di coccole non si negano a nessuno. E poi oggi c’è un cielo bellissimo.
Per di più si sa che nella vita queste frasi escono: uno è sovrappensiero, ha i problemi con la moglie, i figli, il gatto col tumore e la nonna in ospedale. Può uscire una frase del genere, traducibile con “Ma che volete che vi dica? Non rompetemi i coglioni”. E invece no! Questo è proprio il pensiero di Sacconi, ministro del Lavoro: già durante le vacanze di Natale aveva puntato il dito contro le famiglie (!) colpevoli di mandare i figli all’università invece che a lavorare. Chissà dove lavorano i figli di Sacconi, verrebbe da chiedersi. A questo punto vorrei che qualche famiglia, rea di questa disoccupazione, venisse a rendere conto in parlamento di questa assurda politica del lavoro. Da sondaggi recenti ho appreso che la mia famiglia ha perso quattro punti in pochi mesi, ora sta cercando un alleanza con la signora del quarto piano per arrivare almeno a metà legislatura. Violenti scontri nel corridoio e ascensori dati alle fiamme.
Sacconi, quindi, prima dà la colpa della disoccupazione alle famiglie, poi a quell’assurdo motivo per cui uno vorrebbe lavorare in maniera affine a quello in cui si è specializzato. La politica del lavoro sembra indirizzarsi su una strada precisa: i laureati non trovano lavoro? Riduciamoli, ‘sti laureati; c’è la disoccupazione? E che è colpa mia? Ma lo sarà di questi ingegneri che vorrebbero fare gli ingegneri e hanno studiato per fare gli ingegneri quando potevamo benissimo aprire un forno? La politica giovanile del lavoro è chiara: meno laureati, meno specializzati, più massa indistinta, intercambiabile e sfruttabile. Quei bei lavoratori di una volta che ci mettevi un attimo a cacciare con un calcio in culo.

però magari qualche laureato in meno in psicologia o in lettere (indirizzo spettacolo) e qualche fisico o chimico in più non farebbero proprio male
a volte una sana dose di sincerità non guaserebbe “aò mi dispiace lavoro non ce n’è e io nn riesco a crearlo”. io apprezzerei.
poi parliamone, se uno si laurea in lettere due anni fuori corso con una media del 25 che pretende? lo sapevamo quando ci siamo iscritti il primo anno che sarebbe stato meglio fare chimica, non fingiamo di cadere dalle nuvole ora.
noto con curiosità che negli ultimi tempi i commentatori di questo giornale si divertono a dare contro sempre e comunque. non voglio entrare nel merito dell’articolo nè delle critiche, vorrei solo far notare come è fuori d’ogni dubbio che se un articolo di questo giornale avesse sostenuto le tesi dei primi due commenti nessuno sarebbe stato d’accordo, anzi, si sarebbe scatenato il finimondo in altri, nuovi commenti, di indirizzo totalmente diverso.
Jeko: le scelte fatte da un ragazzo su quello che vuole studiare e sulle aspettative che ha non si possono generalizzare. Nell’articolo parlo in generale dell’assurdità di alcune affermazione da chi ci si aspetterebbe serietà e programmazione. Comunque prima o poi parleremo anche nello specifico di Lettere: io quando ho scelto di studiare in questa facoltà sapevo benissimo che poi sarebbe stato molto difficile trovare un lavoro affine, perché è una scelta in controtendenza con quello che, attualmente, chiede la società.
Cost: quella frase non la può dire un ministro del Lavoro, ma non tanto per i laureati in Lettere. Se vai a leggere uno dei link dell’articolo puoi verificare di come di certo il problema della disoccupazione non sia imputabile alla specializzazione: in Italia c’è una percentuale di specializzati bassissima rispetto al resto d’Europa. Per Lettere il discorso è diverso, io sono d’accordissimo con quello che dici, però l’articolo parla d’altro.
Giovanni: dai, non mi sembravano così critici
no, ma io sono d’accordo, era solo un commento en passant
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