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Luca Serianni e i 150 anni della lingua italiana

Una lectio magistralis introdotta dall’esecuzione dell’inno di Mameli e applaudita dai vertici della riunificata Facoltà di Filosofia, Lettere, Scienze Umanistiche e Studi Orientali: questi e altri segni di unità hanno contraddistinto, lo scorso lunedì pomeriggio, l’intervento di una delle voci più autorevoli della Sapienza, quella del prof. Luca Serianni, titolare della vecchia cattedra di Storia della Lingua Italiana.

Il tema della prolusione, che ha inaugurato l’anno accademico 2010-2011, non poteva che legarsi alle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, in corso da qualche mese e dislocate su e giù per la penisola. Il rapporto tra lingua e dialetto, l’alfabetizzazione, il ruolo di Roma tra quello di capitale politica e tardiva capitale linguistica, l’apporto della letteratura: facendo riferimento a questi quattro punti fondamentali è stato tratto un bilancio di 150 anni di storia della lingua italiana.

La situazione di partenza, come è noto, era delle più complicate: la vexata questio della percentuale di italofoni al momento dell’unificazione (2,5 % con De Mauro o 10% con Castellani) si può a buon diritto considerare il primo dei problemi, che la tenacia delle riforme scolastiche approntate dai primi governi cercò da subito di affrontare. Una lingua, la nostra, che alla metà dell’Ottocento continuava a vivere più sui libri e nelle rime di versificatori arcadi, che non nella prassi comunicativa della maggioranza degli Italiani. E una letteratura più famosa all’estero che presso le nostre città, come aveva denunciato Ruggero Bonghi in un noto saggio di quegli anni.

Quale sia il ruolo della letteratura nel rapporto con l’istituto linguistico è un capitolo niente affatto scontato, nel quale forse un ruolo più importante sembra svolto oggi, almeno a detta del prof. Serianni, dai giornali, capaci di un’ampiezza tematica e di una molteplicità di livelli espressivi che spesso la letteratura contemporanea non riesce a presentare.

Il professore ha gettato uno sguardo anche su quella componente che costituisce spesso la fetta più cospicua di parlanti,  cioè i cosiddetti semicolti, regalando al pubblico dell’aula 1 traboccante di professori, studenti e altri interessati, le immagini liriche di prigionieri dell’ultima guerra. A dimostrazione del rapporto viscerale che lega una comunità alla lingua che le permette di esprimersi, non solo per i bisogni della quotidianità, ma anche per creare quei salti di significato, quelle isole di libertà e bellezza che entrano nella sfera della letteratura. Che alla prova dei fatti ancora sono ciò che ci salva dalla caduta nella volgarità e nell’insensatezza.

Proprio fornendo una grande lezione di stile, Serianni ha riscosso le sopite energie di chi al potere umanistico delle parole non ha smesso di credere, pur trovandosi sempre più in difficoltà rispetto alle nuove sirene o, forse, ai nuovi (ma, a ben vedere, così antichi!) mostri. Uno scrosciante applauso ha testimoniato della fedeltà della Facoltà riunita ai sui compiti, e della devota gratitudine a uno dei suoi maestri più autorevoli.

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