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“Italia risorgi nella difesa del patrimonio della cultura”: Muti e il Nabucco all’Opera di Roma

L’evento lirico principale che accompagna i festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’unificazione d’Italia è la rappresentazione del Nabucco di Verdi al Teatro dell’Opera di Roma, sotto la vigile bacchetta del maestro Muti. La prima si è svolta il 12 marzo, le repliche saranno il 15, il 17 che vedrà la presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (per la serata della Presidenza del consiglio dei Ministri, trasmessa live su Rai Tre), il 19, il 22 e il 24. Il 17 marzo è di certo la serata clou: il giorno, limitatamente al 2011, è infatti stato proclamato festa nazionale per commemorare l’evento dell’Unità d’Italia (17 marzo 1861).

La scelta del Nabucco è subito ovvia: costituisce di certo una delle più note opere risorgimentali, anzi ‘risorgimentalizzate’, proprio per la fulminea fama che ebbe fin dalla prima (Teatro alla Scala, 9 marzo del 1842). L’immensa fortuna del coro “Va pensiero” ne è emblema: sentito come espressione di un’idea di liberazione dall’oppressione (che nell’Italia all’epoca era austriaca), in realtà è un accorato quanto sconfortato canto di schiavi ebrei che lascia ben poco spazio alla speranza . Si sa infatti che Nabucco fu scritto perché in sintonia con un gusto, una moda dell’epoca e non come opera programmaticamente aderente agli ideali risorgimentali; soggetti biblici erano molto in voga nei programmi dei teatri della prima metà dell’800 , sia nella forma del teatro di prosa che nel balletto: il libretto di Temistocle Solera è infatti ripreso dal dramma Nabuchodonosor (Parigi, 1836) di Anicet-Bourgeois e Francis Cornu e dal balletto di Cortesi Nabuccodonosor (1838), andato in scena alla Scala. Quando Verdi s’accinse a comporre il Nabucco aveva come modello il Moïse di Rossini (1827): un famoso studio del Petrobelli (ristampato per l’occasione nel programma di sala) rintraccia, con dovizia di particolari, tutti i debiti contratti da Verdi nei riguardi di Rossini, che sono relativi all’impianto musicale, come alla struttura drammaturgica e ai personaggi. Quindi la programmazione dell’Opera di Roma quest’anno si caratterizza per la presenza di un trittico, per molti versi, affine: un fil rouge lega il Moïse di Rossini (che ha aperto la stagione a dicembre), il Nabucco e La Battaglia di Legnano (fine di maggio), altra opera tradizionalmente risorgimentale.

L’atmosfera della prima del 12 marzo è stata elettrizzante. All’entrata di Muti in sala è scoppiata una sincera ovazione, seguita da una pioggia di volantini, recanti messaggi contro i barbari tagli alla cultura che funestano non solo le istituzioni artistiche italiane, come i teatri lirici, ma anche le università: «Italia risorgi nella difesa del patrimonio della cultura», «Lirica, identità unitaria dell’Italia nel mondo»! Quindi il Maestro, prima di incominciare, dice poche ma incisive parole: «il 9 marzo del 1842 Nabucco debuttava come opera patriottica, tesa all’unità ed all’identità dell’Italia. Oggi, 12 marzo 2011, non vorrei che Nabucco fosse il canto funebre della cultura e della musica». Lo spettro che si prospetta è, insomma, che Nabucco possa costituire il ‘canto del cigno’ di una cultura oramai vessata fino all’estremo!

Muti è in forma smagliante, nonostante il malore di Chicago: dirige con energia, capace dei suoi gesti impetuosi e decisi, come delle carezze che spesso sembra fare all’aria, ma che in realtà arrivano alla musica. L’orchestra del teatro dell’Opera della capitale -come al solito- sotto la sua bacchetta è eccellente; emette dei suoni nitidi, con i morbidi vibrati e i pizzicati degli archi. Desta impressione la facilità con cui Muti dirige e affronta le parti strumentali più impervie dell’Opera: nell’ouverture, ad esempio, la splendida sezione del ‘tema della maledizione di Ismaele’ e lo staccato del ‘crescendo rossiniano’ sul tema della stretta del finale I (Dalle genti sii reietto) sono eseguite con un impareggiabile senso dell’agogica. Come avevo scritto riguardo alla sua direzione del Moïse rossiniano (l’apertura della corrente stagione lirica romana), è per me impressionante come Muti faccia suonare i fiati: nella memoria ho ancora vivido il passaggio strumentale, un piccolo dialogo fra violoncello e flauto traverso, che conduce al cantabile dell’aria di Nabucco del IV atto (Dio di Giuda).

Un altro vanto di Muti è il rispetto filologico della scrittura verdiana: l’utilizzo dell’edizione critica di Parker non ha del resto inficiato una sua più personale lettura della partitura, come la nota in pianissimo che conclude il coro del Va Pensiero tenuta oltre misura, di sicuro effetto, che aveva già sperimentato in passato (mi riferisco, ad esempio, alla messa in scena scaligera del 1986, come ben ricorda P. Gossett nel suo Dive e Maestri). Ho particolarmente apprezzato l’uso della banda retroscenica per le sezioni ove la partitura lo richiedeva. Si è però risparmiato la ripetizione della cabaletta di Nabucco del IV atto (O prodi miei, seguitemi), forse per agevolare un Nucci avanti con gli anni.

Le voci sono abbastanza buone, con alcune lodi. Leo Nucci, che ha superato oramai i quarant’anni di carriera, regge ancora splendidamente il palco: crea un Nabucco vocalmente centrato -è ancora nitido il nobile timbro che ha reso celebre questo baritono- e un passaggio a vuoto (alle parole Menzogna! A morte, a morte) nel recitativo precedente il duetto con Abigaille del III atto non vale certo ad oscurare una energica performance, che ha nell’esecuzione del cantabile del IV atto Dio di Giuda, con un fraseggio elegante, legati e portamenti ben eseguiti, la sua punta di diamante. Csilla Boross è Abigaille; una voce molto brunita, abbastanza buona nei passaggi di agilità ma che manca, penso, della potenza necessaria per sostenere una parte così ardita: la sua Abigaille, con una recitazione che ho trovato, a tratti, molto sforzata, non mi ha impressionato. Eccellente il basso Dmitry Beloselskiy, dalla voce pastosa e uniforme, emozionante nella profezia del III atto. Tutte le voci dei personaggi secondari sono eccellenti: ho piacevolmente apprezzato Anna Malavasi in Fenena, nel terzetto del I atto e specialmente nella commuovente preghiera del IV (Oh dischiuso è il firmamento). Erika Grimaldi è Anna, Saverio Fiore è Abdallo e il Gran Sacerdote di Belo è cantato da Goran Jurić. Incantevole Antonio Poli, tenore lirico dalla voce morbida, nella parte di Ismaele, soprattutto nel recitativo del I atto che precede il celebre terzetto (Fenena! Oh mia diletta!).

Una nota di merito va certamente al coro: nel Va Pensiero è particolarmente concentrato e controllato. Muti concede un bis del pezzo («una grande aria cantata da soprani, contralti, tenori e bassi» come lo definì brillantemente Rossini), invitando il pubblico a cantare, mentre piovevano altri volantini con i colori della bandiera nazionale che recavano le scritte: «W Giuseppe Verdi. 150° unità d’ Italia», «W il nostro Presidente Giorgio Napolitano» e «Riccardo Muti senatore a vita».

Le scenografie sono firmate da Jean-Paul Scarpitta: non le ho trovate personalmente entusiasmanti e la mia impressione è stata corroborata dagli impietosi fischi del pubblico alla sua sortita finale sul palco. Una scenografia essenziale, sintetica, minimalista, cinerea: il colore nero era imperante. Il primo quadro, il tempio di Salomone a Gerusalemme, è rappresentato da una piramide di terra: a Nabucco basta posarvi il piede sopra per conquistarlo e darlo alle fiamme! Il secondo quadro, l’interno della reggia a Babilonia, è rappresentato con l’uso di pannelli mobili, forse ad indicare gli arredi. Il terzo quadro, i celebri Giardini Pensili di Babilonia, sono rappresentati da un fondale dorato con pochi e scarni alberi, mentre il secondo quadro del III atto, le sponde dell’Eufrate, divengono delle rovine indistinte sul fondale. Il primo quadro del IV atto, la prigione di Nabucco, è reso col solo spazio del proscenio, mentre il resto del palco è coperto da un sipario nero trasparente secondario.

Il tutto è sorretto da una recitazione molto ‘geometrica’ ed essenziale, pesantemente esagerata nel personaggio di Abigaille, eccetto la scena finale della sua follia, dove palesa gesti più nobili; Nabucco è ritratto, nei suoi momenti di follia, quasi come un bambino capriccioso, come quando ruba lo scranno ad Abigaille nella scena degli Orti Pensili (I quadro del III atto). Mi ha personalmente colpito un espediente scenografico che oserei definire splendido. Durante il recitativo che precede l’aria di Nabucco del IV atto, il re sente il grido retroscenico dei suoi fidati («Fenena!»), accompagnato dalla marcia funebre che conduce al patibolo Fenena, da lui stesso condannata a morte assieme agli altri ebrei: Nabucco è sconvolto. In scena il secondo sipario nero trasparente si illumina da dietro e mostra, con un effetto onirico magnifico (che traduce scenicamente l’ «ohimè!…traveggo?»), Fenena che si dirige sola al patibolo, avanzando lentamente verso il fondale, mentre la parte centrale del palco si abbassa, facendola sparire nell’oscurità (al contrario, durante il Va Pensiero la pedana centrale viene rialzata col coro sopra). Sullo scuro imperante della scenografia svettano i bei costumi, classicheggianti, di Maurizio Millenotti, dai colori sgargianti: il bianco degli ebrei si oppone al nero e al bronzeo dei babilonesi.

Muti dirige, insomma, un bel Nabucco, opera che illuminò la strada dell’immortalità per Verdi, degno dell’importanza dell’evento, che si spera abbia la debita risonanza (soprattutto grazie al live del 17), in particolare per i bei messaggi che veicola.

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5 Risposte: a “Italia risorgi nella difesa del patrimonio della cultura”: Muti e il Nabucco all’Opera di Roma

  1. Elio says:

    splendidamente scritta e molto vivida nel riportare l’atmosfera della serata e anche le sensazioni visive e uditive… una recensione encomiabile per stile, esposizione e chiarezza, e anche per equilibrio competente nella formulazione dei giudizi. Come esserci stati!!

  2. Pingback: “Viva Italia forte ed una colla spada e col pensier!”: La Battaglia di Legnano a Roma | Il Giornale di Letterefilosofia.it

  3. Stefano Ceccarelli Stefano Ceccarelli says:

    Erratum corrigendum: Come mi fa cordialmente notare il prof. Philip Gossett, che colgo l’occasione per ringraziare, la cabaletta del IV atto di Nabucco è stata in un primo momento pensata con un tempo di transizione eseguito dal coro e la ripresa, poi in fase di orchestrazione Verdi ha optato per la versione senza la ripresa del tema. Quindi il maestro Muti ha diretto e Nucci eseguito la cabaletta così come scritta, a differenza di quanto da me supposto senza previa consultazione della partitura.

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