Arcicarissimi tutti, bentornati nell’angolo della mia citoplasmatica nonché cistifellica rubrica!
Prima di cominciare, quest’oggi, debbo chiedervi un momento di raccolto silenzio. Ho un appello molto serio da fare, perciò non ridete.
Appello al vostro buon cuore
Un violinista, di cui non riferisco il nome per evitare che venga tempestato di e-mail anche quando sarà ormai fuori pericolo, e il suo cane bassotto, Pallino, si trovano in una situazione molto delicata: le loro vite corrono un serio pericolo.
Il violinista si allena da anni in casa e il fedele Pallino, amando il suono dello strumento, lo segue muovendo la testa e le orecchie per partecipare delle affascinanti melodie. Purtroppo il violinista, da qualche tempo, ha cominciato a prendere delle stecche assurde. Ha provato a suonare pezzi via via più facili, ma si è dovuto arrendere quando ha constatato l’impossibilità di eseguire Tanti auguri a te. Il bassotto è entrato in crisi: sbava tutto il giorno e, non appena il padrone si avvicina al violino, comincia a ringhiare. I due non si nutrono più. Il musicista tenta ogni giorno un nuovo approccio al violino, deludendo sé e Pallino. Il loro aspetto peggiora di giorno in giorno, non c’è un momento da perdere.
Cosa possiamo fare? Semplice. Ho personalmente chiesto a uno dei violinisti più prestigiosi del mondo, di cui non dirò il nome perché non lo ricordo, di venire in Italia per impartire al malcapitato un corso privato della durata di un mese. Il violinista ha detto di essere disponibile, ma vuole che la faccenda abbia una grande eco (ritorni pubblicitari e cose del genere) e quindi si impegna a fare ciò che gli ho chiesto solo se vedrà almeno mille link su Facebook a questo articolo.
Possiamo farcela, ragazzi. L’importante è che ognuno di voi linki questo articolo e lo faccia linkare ad almeno altri tre o quattro amici. Pensate alla vita del violinista e a quella del suo misero bassotto.
Non ve l’avevo detto, ma il violinista ha anche quattro figli, due maschi e due femmine, che non vedono l’ora di riabbracciare il padre ben nutrito di un tempo e di poter giocare di nuovo con il loro allegro Pallino. Uno dei figli ha la perifrinite, una malattia terribile che provoca spasimi alle dita della mano sinistra e ti aggiorna lo status di Facebook inserendo parole a caso.
Dai anche tu una mano, linka questo articolo su Facebook e fallo linkare ai tuoi amici!
E ora… scusate, debbo asciugarmi una lacrimuccia.
E ora possiamo cominciare il pezzo della settimana che dovrebbe parlare de
I grandi direttori
Come fanno alcuni direttori d’orchestra a innalzarsi sulla grande massa dei mediocri? È per il modo in cui curano l’orchestrazione? È per il lavorio filologico che mostrano nell’approcciare uno spartito? È per la maniacalità che li guida durante le prove? Nulla di tutto questo. O forse sì, ma non ce ne frega niente. Solo uno è il dato che prenderemo in considerazione: l’impatto emotivo alla vista di un direttore.
Sarete rimasti, giustamente, basiti. L’aspetto che ci interessa, per parlare di coloro che gestiscono l’aspetto musicale e canoro, è quello visivo? La presentazione all’occhio? Sì. E sapete perché? Perché i direttori che rimangono impressi maggiormente – potete anche negarlo, sappiamo tutti che le cose stanno proprio così – sono quelli che colpiscono l’occhio, oltre all’orecchio.
Ognuno ha il suo stile, ognuno il suo marchio di fabbrica ben riconoscibile. Guai a non averlo: si entra nel novero dei semi-grandi, dei non-male, dei poteva-pure-essere-un-grande-ma-gli-mancava-quel-nonsoché. E nessun direttore che sente di essere un grande vuole una cosa del genere. Quindi ciascuno cura in modo maniacale la propria immagine e il proprio modo di dirigere. Alcuni sono riusciti addirittura a creare personaggi mitologici.
Piccolo problema
Il problema, a un certo punto, è stato che tutte le caratterizzazioni a disposizione erano terminate (le maschere non sono infinite), quindi i direttori non sapevano più che pesci pigliare per determinare la propria facies caratteristica. Sono questi i momenti in cui si mostra il vero genio.
Parlo del maestro Valery Gergiev il quale, attuando una vera e propria rivoluzione copernicana, ha spostato l’attenzione degli spettatori dal direttore allo strumento utilizzato. Gergiev ha compreso che i tempi erano maturi e ha preso una di quelle decisioni che cambiano il corso della Storia: anziché utilizzare una bacchetta ha utilizzato uno stuzzicadenti.
Vi mostro questa rivoluzione in un breve filmato. Il nostro Copernico dirige, nel 2007, il Capriccio spagnolo Op. 34 del celebre compositore russo Rimsky-Korsakov. Da notare come non rinunci, nonostante l’audace sperimento, alla classica caratterizzazione del personaggio. Qui lo vediamo in stile “papà è impazzito alla Shining“: occhio folle e barba di qualche giorno, mano sinistra sempre aperta, a volte a mo’ di corna, altre in puro stile metal (pollice, indice e mignolo sollevati), la mano destra sostenente lo stuzzicadenti ma, comunque, con il mignolo perennemente teso a indicare la nobiltà d’animo che fa da sfondo alla follia del volto. Godetevi l’esecuzione.
Una volta aperta la via, nuovi e appassionanti “bacchette” sono state utilizzate per dirigere le orchestre di tutto il mondo. Vi fornisco solo un paio di esempi nelle fotografie sottostanti che ritraggono due famosissimi maestri e i loro accattivantissimi strumenti da direzione.

La nuova frontiera della direzione: usare al posto della bacchetta grandi animali clonati in piccole dimensioni.
Ma basta tergiversare, in questa e nella prossima puntata parleremo di quattro famosissimi direttori. Cominciamo quest’oggi trattando Herbert von Karajan e James Levine.
Herbert von Karajan
Herbert von Karajan, nome di battesimo Heribert Ritter Adolf Kurt Joseph Grugnemberg von Karajan, il Führer dalla bacchetta inflessibile. Nacque agli inizi dello scorso secolo in un paesino delle montagne austriache, rivelando fin dalla più tenera età la propria intemperante coriaceità: per potersi iscrivere alla scuola di musica più prestigiosa della nazione, il giovane Herbert faceva quotidianamente la cresta ai soldi che la mamma gli dava per comprare il latte, ottenendo il bianco e calorico nutrimento grazie alle capre selvatiche che popolavano le vette più impervie, custodite da furibondi e gelosi montoni con i quali il futuro Maestro si scontrava a muso duro. Fu proprio a causa delle testate quotidiane inflitte ai montoni durante gli scontri che i capelli del piccolo Herbert assunsero la forma con il tipico ciuffo: il ”ciuffo à la Karajan” che non avrebbe abbandonato mai più “il Direttorissimo”. Invece le cornate inflittegli dai montoni determinarono alcuni tic che non abbandonarono mai il maestro, come quello di grugnire mentre beveva il tè e quello di recitare, prima di ogni concerto, i seguenti versi con voce caprina:
Son la capra che saltella
se ti incorno sai che c’è?
Io ti fo veder la stella
e grugnir se bevi il tè.
A soli quattro anni il prodigioso bimbo impartiva lezioni di pianoforte ai possidenti della zona. Dai dati raccolti molti anni dopo si può dedurre che le lezioni fossero di una crudeltà e di una severità inaudite: dei 123 allievi cui Karajan insegnò, tra i quattro e i sette anni, 53 impazzirono e si suicidarono dopo la prima lezione, 30 non aprirono mai più bocca, altri 30 non mossero mai più le dita, 5 divennero pianisti famosissimi e a 5 venne diagnosticata, anni dopo, la sindrome che venne poi chiamata “di Karajan”; i poveri ex-allievi cominciavano a tremare freneticamente, a lanciare grida atroci e a piangere raggomitolati per terra alla vista di un pianoforte o al sentire le note dello strumento, anche registrate; inoltre, non riuscivano a pronunciare le sillabe utilizzate per la notazione musicale, dando luogo a frasi come «Ieri sono sceso a p..nde.. .. macchina per anda.. a …. .. spesa, ma non avevo i …di. Che ca..no. »
In breve tempo divenne uno dei direttori più in voga della gloriosa Berlino nazista. Il suo alone di crudeltà gli valse la nomina, da parte del regime nazista, a “uffizialdirektor” e pare che sia stato proprio questo il periodo in cui cominciò a tenere gli occhi chiusi durante le direzioni. La vulgata ha motivato gli occhi chiusi in questo modo: il Maestrissimo non voleva neppure guardare in faccia i propri musicisti, per evitare di affezionarsi, in modo tale da poter uccidere senza rimorsi, alla fine del concerto, chiunque avesse commesso errori durante l’esecuzione. Recenti studi hanno però messo in luce un aspetto del tutto straordinario del grande Herberto: ci aveva i superpoteri.
Avete presente i Cavalieri dello Zodiaco, quando devono affrontare tutti i segni per arrivare in cima alla vetta, e ci sono i cavalieri con le armature dorate? A un certo punto c’è Shaka della Vergine che ha una capacità straordinaria: ha gli occhi sempre chiusi, ma quando li apre succede il finimondo. Bene, pare che il cavaliere della Vergine fosse proprio ispirato a Karajan. Ecco perché gli studi hanno messo in luce i diversi livelli di apertura degli occhi di Karajan e hanno mostrato cosa accadesse a ogni livello.
1° lvl, occhi aperti a 1/4: Le mani degli orchestrali fissati dal Maestro si bloccano e non riescono più a muoversi. I muscoli del braccio vengono lacerati.
2° lvl, occhi aperti a metà: Le mani degli orchestrali fissati dal Maestro si bloccano, le unghie cascano a terra mentre i muscoli del braccio vengono lacerati. Le gambe si trasformano in blocchi di pietra per impedire qualsiasi movimento ai malcapitati, devono rimanere fermi per essere giustiziati al termine dell’esecuzione.
3° lvl, occhi aperti a 3/4: Le mani degli orchestrali fissati dal Maestro si sgretolano, i muscoli del braccio si frantumano, le gambe diventano di pietra e il cuore implode, causando la morte improvvisa dell’orchestrale tra atroci sofferenze, ma l’orchestrale rimane fermo e muto: oltre alle gambe si trasformano in pietra la spina dorsale e la lingua.
4° lvl, occhi totalmente aperti: Come sopra, ma in aggiunta i conti bancari dei malcapitati improvvisamente si azzerano, le loro case bruciano e i genitori vengono colti da un improvviso attacco mortale di diarrea.
Rimangono celebri alcune direzioni del Maestrissimo. Ad esempio quando diresse la Nona di Beethoven assieme a Hitler in una cappella privata, utilizzando un’orchestra composta esclusivamente da ebrei. Giunti all’apice della tensione i due nazisti, infervorati, tirarono fuori dei mitra enormi e spararono sull’orchestra che continuava a eseguire la sinfonia. O quando fece impalare tutti i fiati dei Berliner Philarmoniker perché aveva sentito un ronzio sospetto provenire da quel reparto, per poi scoprire che, in realtà, il ronzio proveniva dalla prima fila, dove il Führer si soffiava ripetutamente il naso. Litigarono un po’, poi fecero pace uccidendo un negro e sorseggiando birra artigianale.
Morì nel luglio 1989, infilandosi la bacchetta nella trachea per aver diretto senza eccessiva enfasi una Cavalleria Rusticana al Festival di Salisburgo.
James Levine
James ‘Cicciobello’ Levine, nato bene e cresciuto anche meglio, proviene da una fattoria del Texas, dove fin da piccolo aiutava le vacche incinta a perdere peso divorando i feti ancora pulsanti dei vitelli. A sei anni la madre decise di assumere un insegnante privato di pianoforte «perché almeno le dita così le muove, sta seduto a ruminare tutto il giorno!». Il giovane rivelò un inaspettato talento e così, pian piano, senza sforzi, muovendosi lemme lemme, arrivò a dirigere l’orchestrina del paese. Sono ancora ricordate le sue direzioni paesane con caciotta sottobraccio, la quale inspiegabilmente diminuiva di dimensioni con il procedere del concerto.

Gli orchestrali offrono a 'Cicciobello' una torta per festeggiare il centesimo hamburger divorato entro il terzo atto del Mefistofele.
Il boom ci fu quando James venne notato dal ricco magnate del petrolio John Unticc’, il quale decise di importare il pacioccoso direttore a New York insieme a un carico clandestino di tori da monta. Da allora nessuno è più riuscito a smuoverlo dal podio del Metropolitan. Anche perché ci vorrebbe una gru.
Famosissime le sue direzioni “all’olio di pollo fritto”. Durante le prime operistiche si può distinguere fino alla quarta fila l’odore di cheesburger emanato dall’esilarante Levine e si mormora che, tra un atto e l’altro, il Maestro si chiuda in camerino e ne esca con vistose chiazze di ketchup e maionese. Il suono che trae dall’orchestra è stato definito dal New York Musical Magazine come “untuosamente avvolgente”.




Ho appena scoperto la rubrica e l’ho letta tutta d’un fiato. Sono stata una lettrice ideale: ho seguito con diligenza tutte le direttive imposte dall’autore e penso di aver fruito di questi testi in modo da ricavarne un piacere profondo, condividendo l’amore e la conoscenza, certamente minima rispetto a quella che gli articoli rivelano, per l’opera…insomma…per farla breve e per dirla in poche parole…mi sono fatta quattro sane risate!!!….in fondo le mie “horae subsicivae” sono state ben impiegate…Complimenti all’autore!!
Dalla fine del commento deduco che anche tu sia una seriannide, quindi sono ancor più contento per gli apprezzamenti e le risate. Grazie mille, cercherò di mantenere la rubrica su buoni livelli.
Pingback: OOO – I grandi direttori 2/2 | Il Giornale di Letterefilosofia.it
Pingback: Al ballo mascherato delle celebrità | Il Giornale di Letterefilosofia.it