Home » Cronaca » Inchieste » Bandi universitari, dibattiti e nuove polemiche

Bandi universitari, dibattiti e nuove polemiche

Nel Dipartimento di Studi Greco-Latini, Italiani e Scenico-Musicali della Facoltà di Robba Umana della Sapienza è in corso, questi giorni, un’interessante querelle riguardante le modalità di conferimento degli assegni di ricerca. Come i nostri lettori hanno appreso dal precedente articolo del 10 aprile, Arianna Fioravanti, dottoranda dell’ex-Disp, con una lettera pubblicata da vari giornali on-line ha rivolto alcune accuse alla professoressa Biancamaria Frabotta. La più grave di queste accuse riguarda il conferimento di un assegno di ricerca a Elisa Donzelli, figlia dell’omonimo editore presso il quale sono stati pubblicati libri della stessa Frabotta e di alcuni altri docenti del Dipartimento.

La notizia è stata ripresa da Corrado Zunino, curatore di una rubrica di Repubblica.it, che ha riproposto la tesi della Fioravanti presentando gli argomenti in maniera piuttosto parziale e approssimativa. Nel Dipartimento le reazioni di docenti e studenti non si sono fatte attendere. Abbiamo parlato con il Direttore, prof. Leopoldo Gamberale, il quale ha specificato che nello svolgimento del concorso non si è verificata alcuna «irregolarità formale», e con le docenti e facenti parte della commissione che ha decretato la vincitrice del bando, Beatrice Alfonzetti e Novella Bellucci, le quali hanno ribadito di aver «lavorato nella maniera più specchiata possibile» e ci hanno elencato i meriti della Donzelli. Tra gli studenti alcuni – i più vicini alla professoressa Frabotta – hanno preso le difese della professoressa, altri invece vorrebbero che i docenti spiegassero apertamente come sono andate le cose e discutessero del problema generale dell’assegnazione dei fondi per la ricerca.

La discussione che si è sviluppata in seguito all’ulteriore diffusione della notizia è stata foriera di dati che vale la pena riportare. Ecco quindi dei brevi estratti da alcuni interessanti commenti al nostro precedente articolo.

Uno dei commenti è firmato proprio da Elisa Donzelli, che ha riportato la sua risposta a Repubblica. Nella lettera indirizzata al Direttore del quotidiano e pubblicata nella rubrica di Zunino, in sostanza, la Donzelli contesta punto per punto le accuse che le sono state mosse. Comincia difendendo la qualità del suo curriculum: una laurea in letteratura italiana contemporanea ottenuta con il massimo dei voti (relatrice Biancamaria Frabotta), un dottorato di ricerca con una tesi sul «carteggio tra René Char e Vittorio Sereni legato ai temi della traduzione poetica» che ha riportato «alla luce materiale inedito di assoluta rilevanza», argomento legato a quello finanziato dal bando in questione, poi l’insegnamento in un liceo e diverse ricerche. Quindi afferma: «Da molti anni seguo la cattedra della Professoressa Biancamaria Frabotta, prima come studentessa poi come collaboratrice e cultrice della materia». La sua tesi di dottorato è stata poi rielaborata e pubblicata nel 2009 dall’editore Aragno con il titolo Come lenta cometa: «Il valore di quelle carte e la serietà dei miei studi sono stati riconosciuti da emeriti studiosi, oltre che da una serie cospicua di articolate ed entusiastiche recensioni». Ecco il background che ha permesso alla Donzelli di vincere il concorso. La sua lettera continua con una critica alle specifiche argomentazioni di Zunino. Chiude con una citazione ripresa dal titolo dell’ultimo volume da lei curato e prefato dall’insigne studioso P.V. Mengaldo: «Gentile Direttore, lo sa come continua quel verso? “Due rive ci vogliono, per la verità”».

Ovviamente alla risposta della Donzelli segue, su Repubblica.it, la controrisposta di Zunino, nella quale si ribadisce che i criteri del concorso «erano tali che il bando pubblico potesse essere vinto solo da Elisa Donzelli» e che la prof. Frabotta sia un’autrice dell’editore Donzelli. Zunino non scende però nello specifico in merito alla questione dei sei docenti che avrebbero protestato per i criteri di costruzione del bando; di questi sei, due non avrebbero neanche tentato di iscriversi al concorso (al quale hanno partecipato quindi in cinque; di questi, lo ricordiamo, la Donzelli è l’unica ad essersi presentata alla prova orale).

Alla Repubblica non ha scritto soltanto la Donzelli. Anche Leopoldo Gamberale, venerdì 8 aprile, ha indirizzato alla redazione del quotidiano una lettera in risposta all’articolo di Zunino. Lettera che, però, non è stata ancora pubblicata da quel giornale. Secondo quanto riferitoci dallo stesso Gamberale, alla lettera ha risposto per via telematica lo stesso redattore. Specificandolo in uno scambio che dura da qualche giorno, Zunino ritiene che alla risposta della Donzelli non sia necessario aggiungerne altre. Eppure, avendo chiamato in causa il Dipartimento, ci si aspetterebbe che il Direttore possa difenderlo da accuse avanzate pubblicamente.

A incrementare il dibattito ci ha pensato Daniela Mangione, docente a contratto del Dipartimento che gestisce un laboratorio di alfabetizzazione informatica. Dato di estremo interesse: la Mangione è una delle due persone iscritte al bando,che hanno partecipato alla valutazione dei titoli (prima parte del concorso), ma non si sono poi presentate al colloquio orale (prova finale e imprescindibile per aggiudicarsi l’assegno). La Mangione ha spiegato perché non si sia presentata il giorno del colloquio (nostri i grassetti): «Personalmente mi sono iscritta all’assegno simbolicamente. Ovvero, ovvio che l’assegno fosse di Donzelli, ma ho scelto di iscrivermi ugualmente per puro diritto di esistenza – i miei colleghi sapevano che non sarei andata all’orale». E “simbolicamente” significa che, poiché prima dell’ultimo concorso per ricercatore le sarebbe stato detto (non è specificato da chi) che «è importante iscriversi per mettersi in fila», la Mangione si è iscritta «per dire: ci sono, ci siamo». Insomma, per aspettare il proprio turno nel sistema delle “rotazioni”. Eppure già da diversi concorsi si saltavano sistematicamente alcuni candidati. Quella della “fila” era una “regola” dettata dalla consuetudine che oggi, secondo la Mangione, non viene più rispettata. Quali sono allora i criteri di assegnazione dei contributi alla ricerca? «C’è solo, e sfido chiunque a smentirmi, SOLO il potentato di turno che può regolare l’assegnazione di fondi di ricerca». Sarebbe il professore che ha maggiore influenza nel Dipartimento, il più potente del momento, a decidere a favore di chi indirizzare i bandi.

Dal secondo verbale del concorso, che attualmente non si trova sulle bacheche né online, si ricava che oltre a Daniela Mangione non si è presentato al colloquio orale il candidato Francesco Longo, mentre gli altri due candidati (Maria Panetta e Carlo Serafini) hanno rinunciato al concorso dopo gli esiti del primo verbale. In questo, leggiamo che la Donzelli ha ottenuto nella valutazione dei titoli (voto di laurea, dottorato, pubblicazioni e altro) 39 punti. La seconda classificata era Maria Panetta, con 32 punti. Gli altri candidati restavano sotto i 30 punti. Il distacco tra la Donzelli e gli altri è dovuto soprattutto alla valutazione delle pubblicazioni. Infatti, mentre la vincitrice ha ottenuto ben 16 punti per le sue quattro pubblicazioni, tutte peraltro inerenti all’argomento del bando, il valore delle pubblicazioni degli altri candidati era di soli 5 punti (nel verbale non sono specificati quantità e titolo delle stesse, cosa fatta per quelle della Donzelli).

Anche sul Forum dell’ex-Facoltà di Lettere&Filosofia (ora integrato in un nuovo portale in occasione della fusione tra le varie Facoltà umanistiche) si è discusso il problema, riattivando il vecchio topic dal titolo Dottorato. Gli studenti, dimostrando una certa dose di capacità critica, hanno rilevato subito il caso in questione come un casus belli per poter trattare la tematica principale: i criteri di selezione e assegnazione di assegni di ricerca e, ancor di più, di selezione generale nell’accesso all’insegnamento universitario.

L’utente Liam scrive (grassetti nostri): «Qui si ha “con tutta probabilità” ( mettiamola cosi’, per far contento chi vuole far finta di non vedere ) uno scambio di favori che formalmente non contravviene a nessuna regola. Proprio per questo motivo se ne deve parlare. E tanto. Non che mi aspetti marcia indietro o riconoscimenti di responsabilità da parte della docente, il problema purtroppo non è lei, ma il sistema. Certi meccanismi rappresentano un male endemico del paese Italia (ma in un certo senso dell’università latu sensu) e chi li perpetra non concepisce la stortura intrinseca all’utilizzo a fini personalistici dei ( risicati ) fondi pubblici. Volgare parlare di soldi? Forse, ma qui è di questo che si parla. Soprattutto nelle scienze umane, dove la ricerca è molto spesso soltanto un modo di far carriera, considerato lo scarso ritorno pratico di molti studi.»

L’utente Elena-Ellenika, oltre a rilevare che «L’articolo di Zunino era una schifezza, come il 90% degli articoli di Repubblica sull’università, che punta sul pressapochismo e sulle chiacchiere per fare scandalo e attirare più lettori», scrive (grassetti nostri): «La Fioravanti ha scoperto l’acqua calda e tutti le sono corsi appresso: il problema non è il caso specifico -di casi specifici analoghi ce ne sono a bizzeffe non sono nella nostra facoltà ma in tutti gli atenei italiani-, il problema, se vogliamo parlare di “problema”, è il sistema stesso degli assegni di ricerca. Dal momento che per la ricerca in Italia non rimangono che le bricioline si sono inventati gli assegni di ricerca per cercare di tirare avanti la carretta con due lire (avrete letto che l’entità dell’assegno di ricerca vinto dalla Donzelli non è chissà cosa). Il bando per l’attribuzione di un assegno di ricerca, per normativa, è tagliato ad hoc su uno specifico progetto di ricerca. Vi sembra che sia colpa della Frabotta e della Donzelli (o di altri protagonisti di casi simili) o non, piuttosto, del legislatore e dello Stato che ci porta a scannarci tra di noi perché gli assegni di ricerca (come i posti di dottorato o da ricercatore) sono troppo pochi?»

Insomma, la questione continua a far discutere e ha stimolato – perché no? – la vena satirica di chi ha creato un gruppo facebook dal titolo Classifiche di studiosi appilanti artatamente ignorate dai più. Zunino docet.

Mauro Genovese & Michelangelo Pecoraro

Passaparola:

43 Risposte: a Bandi universitari, dibattiti e nuove polemiche

  1. gonzalo says:

    Una proposta alla redazione del Giornale a proposito della regolarità formale – garantita dal professor Gamberale – dell’assegnazione a Donzelli dell’assegno di ricerca, quando nel bando si afferma che «il Direttore di ricerca e il titolare dell’assegno debbono dichiarare di non essere legati da rapporti professionali o di lavoro»?
    Perché non chiedete a un paio di docenti di diritto se il rapporto che lega un autore alla casa editrice sia un rapporto professionale o di lavoro, e, se no, come debba qualificarsi? Quanto al fatto che Elisa Donzelli rappresenti la casa editrice mi pare chiaro, in quanto cura una delle sue collane.
    Buon lavoro e grazie.

  2. UnRicercatoreAll'Estero says:

    Bene, vedo che il riassuntino della faccenda e’ stato piuttosto edulcorato. Ora il teorema e’ che Zunino di Repubblica ha scritto un articolo incompleto e lacunoso. Su questo, in parte, sono d’accordo, ma non sara’ questo vizio di forma a cancellare la vergogna, si badi, non di un fatto illecito (anche se l’Articolo 6 del bando…) ma di un grosso problema etico. E gli studenti, spesso pronti a difendere a spada tratta i “baroni” di turno, ragazzi, siete voi a dover fare qualcosa perche’ il sistema non si chiuda e non vi tagli fuori. Era la vostra occasione per denunciare il fatto, per scioperare per un motivo importante, per protestare contro chi vi toglie il futuro! Baroni + Berlusconi = la morte dell’Universita’ italiana… non dimenticatevi uno degli addendi!

  3. Antonino says:

    @ RicercatoreAll’Estero: molto facile andare via dal proprio paese e dire a chi rimane: lottate per il cambiamento! Se chi se ne è andato fosse rimasto forse sarebbe stato più facile, no? Sia detto con assoluto rispetto per questa scelta di vita immagino presa non di buon cuore. Però chiedo semplicemente di non farci la lezioncina di quello costretto al confino…

  4. gonzalo says:

    L’eventuale irregolarità formale non sarebbe una questione di dettaglio procedurale. La differenza fra il concorso discusso in altri post e questa consiste nel diverso rapporto che legherebbe candidati e commissione.
    Nel caso del concorso è il rapporto di fiducia da un lato e di riconoscenza dall’altro che lega il “pupillo” e il suo professore. Potrà essere stata sbagliata la scelta del professore, potrà essere stata aggirata la posizione di pari opportunità in cui tutti i candidati dovrebbero essere posti (e certamente, inoltre, la modalità stessa del concorso, con i suoi esamini scritti e orali, è fallace intrinsecamente), ma grosso modo si è trattato di un caso, forse estremo, del consueto arbitrio che vuole predeterminati gli esiti concorsuali. I proprietari dei concorsi scelgono chi deve vincere prima del concorso stesso, o al massimo lasciano che sia la sorte a scegliere fra un paio di “pupilli”. Il concorso, di fatto, è un mero cerimoniale – ipocrita, dispendioso, lento, frustrante, sommamente imbarazzante e ridicolo – a ratifica di una decisione già presa, sebbene senza una trasparente assunzione di responsabilità. Da qui anche la facilità di immettere parenti e amici in Università. Sebbene in questo caso non ci sia un simile sospetto. Quindi: una decisione arbitraria, né più né meno di tante altre.
    Diverso il caso della borsa. L’eventuale irregolarità formale – se vi fosse – sottintenderebbe l’ipotesi di un do ut des, comunque una reciprocità e uno scambio fra le due parti. Non una scelta arbitraria ma una scelta in vista di vantaggi reciproci, in questo caso non di denaro ma di un mutuo “riconoscimento”. Uno scambio di onori, una scappellata con inchino reciproca, fatta con soldi pubblici a danno di chi avrebbe potuto accedere a una rarissima occasione di crescita.
    Chiarire dunque l’eventuale irregolarità formale – se vi fosse – aiuterebbe a capire la natura del potere accademico nell’area umanistica, fatto di pochi soldi e tanta vanità, di lobby fondate sul narcisismo, e dunque anche delle ragioni di fondo, culturali, che permettono all’arbitrio di prevalere su ogni discussione pubblica e argomentata su meriti e valore intellettuale di chi si dedica alla ricerca.

  5. UnRicercatoreAll'Estero says:

    Antonino, se non ti fossi almeno posto un dubbio alla fine mi sarei ritenuto offeso per il tuo enunciato semplicistico per cui: “e’ molto facile andare via dal proprio paese e dire a chi rimane: lottate per il cambiamento!” A me, la mia amata Italia me l’hanno tolta e ci ho rinunciato, a malincuore, dopo molti anni di sacrifici. Ho fatto la mia parte, con lavoro duro e un po’ di partecipazione. Arriva alla mia eta’ e alla mia esperienza e poi ne riparliamo. Intanto, almeno un pochino, vergognati per i toni che hai usato.

  6. John says:

    Capisco che anche voi rischiate di perdere il posto come redattori del Giornale di Facoltà e, dunque, non potete non tenere conto delle direttive dei “padroni”.
    Ai redattori tutta la mia più profonda e sincera comprensione,

    John

  7. gonzalo says:

    Caro Antonino, solo una parte di chi lavora all’estero lo ha fatto di slancio e per proprio desiderio. Troppi sono quelli che lo hanno scelto per disperazione, con una scelta lacerante. Spero davvero che non ti debba mai accadere di dover pensare: qui non c’è via d’uscita, o abbandono la ricerca o vado via… magari doverlo fare non a venticinque anni ma a quaranta… magari con figli, con genitori anziani… e pensa a quelli che hanno rinunciato, che hanno detto “non ce la faccio” pur sapendo che altrove avrebbero potuto fare il lavoro per cui sono fatti, e hanno mollato. Se chi è fuori – all’estero o comunque fuori della nostra ottima e illustre Accademia – invita a lottare non è per comodità, ma perché ha piena cognizione del dolore di doversi confrontare con la nostra “amata Italia” – per riprendere le parole, pesanti non sai quanto, di UnRicercatoreAll’Estero.

  8. Barbara says:

    Concordo PIENAMENTE con UnRicercatoreAll’Estero e gonzalo….

  9. Elena Spangenberg Yanes Elena Spangenberg Yanes says:

    @John: il Giornale di Lettere e Filosofia è un progetto interamente gestito dagli studenti, che vi lavorano gratis e per propria libera scelta, senza essere né stipendiati né diretti da alcuno che non siano essi stessi; perciò non capisco a quali “padroni” Lei si riferisca, ogni parola scritta su queste pagine è dettata solo dalla coscienza e dalle competenze degli autori degli articoli.

  10. jeko says:

    certo che siete forti: ma perché non vi siete ricordati di dirle subito queste cose? paura? speranza di poter rientrare nel numero? c’è voluto un articolo di un giornale di studenti (che poi qualcuno si mette pure a criticare: senza quest’articolo nessuno avrebbe saputo alcunché), pubblicato online e che molti di voi commentano da anonimi. comunque, si è cominciato: si vada avanti fino in fondo. vuotate tutti il sacco.

  11. Veronica says:

    @Ricercatore all’estero. Noi studenti ci stiamo muovendo affinché si faccia chiarezza. Non credo opportuno manifestare contro i baroni e Berlusconi insieme, semplicemente per un motivo: la pertinenza.
    Certo, tutto è pertinente alla politica, al governo; soprattutto ad un governo che ha sbandierato la riforma universitaria come rivoluzione del sistema baronale accademico italiano. Unire le due questioni però non mi sembra opportuno: piuttosto controproducente.
    La dottoressa Fioravanti, infatti, è stata sottoposta all’accusa di fascismo non appena le sue affermazioni sono state rese pubbliche.
    Le dirò di più. Alcuni studenti del primo anno di magistrale si sono incontrati più volte per discutere sull’accaduto, si sono informati sulle regolamentazioni e intendono richiedere un incontro con i docenti affinché si discuta dell’accaduto.

    @gonzalo. Il vizio di forma sarebbe interessante: ma il rapporto tra la dottoressa Donzelli e la professoressa Frabotta può intendersi come “lavorativo e professionale”?

  12. UnRicercatoreAll'Estero says:

    Ma diamine, il conflitto di interessi ora nasce dal fatto che la Donzelli è stata dottoranda di Frabotta? Non magari dal fatto che la Frabotta e mezzo Dipartimento pubblicano/hanno pubblicato per la casa editrice Donzelli? Eddai, non prendiamoci in giro, su! Veronica, cerchiamo di essere lucidi. Credi che io abbia “suggerito” uno sciopero contro Berlusconi e il Feudo Universitario insieme? Intendo solo che il problema è duplice; non intendo dire che è opportuno mischiare le cose, piuttosto che è bene che si tenga in mente che il problema del Baronato esiste e fa molti molti danni. E, guarda, puoi darmi tranquillamente del tu, dalle mie parti così si fa tra studiosi, anche se non della stessa età.

  13. Salvatore says:

    Caro ricercatore,
    accolgo il tuo ultimo invito al tu, benché rivolto a Veronica, per invitarti a rileggere il commento di jeko. Molti di noi redattori hanno partecipato, in tempi non sospetti, ovvero quando i mezzi di comunicazione non sapevano nulla di “onda” e nessun blog era abbellito dal resoconto di turno dello studioso all’estero, a riunioni in cui si discutevano, norme alla mano, le prospettive della riforma e si cercava, soprattutto, di comprendere le ragioni di molte insensatezze dell’attuale burocrazia. L’esistenza del baronato è un dato da cui occorre partire per andare oltre e, forse, denunciare un piccolo caso, cercando di evitare le semplicistiche ricostruzioni di un quotidiano, è un passo più concreto di scioperare. All’estero, magari, ma già sui mezzi nostrani, si notano di più la foto del politico che sale le scale o il blocco delle stazioni, ma è questo l’unico modo per opporsi?
    Non serve a nulla polarizzarci tra chi, come la maggior parte di noi, ancora studia e si forma in Italia e chi è all’estero: meglio sarebbe un confronto più serio, dove una volta tanto, insieme alle denunce del malcostume italiano e alle lodi dell’estero, si cerchi di uscire da questi schemi. Dici che non intendevi proporre uno sciopero, ma solo che “è bene che si tenga in mente che il problema del Baronato esiste”. Tra le mani all’aria per qualche giorno di visibilità e la constatazione muta ci sono altre vie da affrontare prima, non trovi?

  14. Mauro Mauro says:

    Come ha già detto Elena, nessuno di noi redattori del Giornale è pagato. Nessun editore (e neanche la Facoltà) finanzia il Giornale. Non abbiamo nessun posto da salvare. Siamo volontari e appassionati. Nient’altro.
    Se avessimo dei “padroni”, come sarcasticamente suppone John, si può star certi che non avremmo mai scritto una riga sulla questione. Se, sempre per servire qualche padrone, avessimo voluto “edulcorare” il “riassuntino della faccenda”, come dice UnRicercatoreAll’Estero, semplicemente avremmo lasciato che il silenzio occultasse la lettera della Fioravanti e l’articolo di Zunino, così come le parole della Donzelli e di alcuni docenti coinvolti.
    Quel che invece stiamo cercando di fare, in maniera del tutto libera, è non nascondere nulla ai nostri lettori e ricostruire i fatti nella maniera più equilibrata possibile. Certo, non è semplice. Ma, sinceramente, credo che ci stiamo riuscendo.
    E per rispondere a UnRicercatoreAll’Estero, secondo il quale abbiamo perso una bella occasione per denunciare il baronato, dico che lo spirito che guida il nostro operato di redattori del Giornale di Lettere e Filosofia non è quello della denuncia di Tizio o di Caio, ma quello dell’analisi e della riflessione consapevole. Ho l’impressione che grazie al nostro Giornale molti lettori stiano cominciando a capire più approfonditamente i meccanismi di selezione degli ambienti accademici e le discussioni che si stanno vivacizzando nel forum e in Facoltà ne sono la dimostrazione.

  15. Veronica says:

    Va bene Ricercatore, ti dò del tu!
    So che quello che sto per scrivere ti farà saltare sulla sedia, ma è la verità: la forma è importante, soprattutto in quest’ambito. Se formalmente e legalmente è tutto secondo la norma, non si può eccepire niente, formalmente (scusa il gioco di parole). Burocraticamente è tutto secondo le regole. Bisogna avere argomentazioni solide per contestare qualcosa (e l’etica in Italia non lo è: non ha norme ben definite a cui rifarsi; soprattutto i principi etici non hanno riconoscimento unanime e quindi autorità). Tanto più è necessario per noi studenti, che ci troviamo a discutere non solo con professori, cioè persone con un’esperienza di studioso, accademico (e di conseguenza burocrate), ecc…, che supera di molto la nostra, ma anche semplicemente di fronte a persone più grandi di noi, dunque più autorevoli. Anche a livello di “opinione pubblica”, la mia parola contro quella di un professore sarà sempre in minore considerazione.
    Le tue argomentazioni potrebbero essere valide praticamente, ma su livello formale non lo sono. Purtroppo o per fortuna, si può verificare la verità solo sulla base della corrispondenza alle regole. Se tali regole sono etiche, di semplice buon senso, in Italia non sono sufficienti.
    La morale italiana risiede nel motto “ma tanto è sempre tutto uguale; non cambierà mai niente”. Sai quante volte me lo sono sentita ripetere? Ho dei coetanei che pensano come dei novantenni, anche se va a loro sfavore civile. E questa non è forma: è dato di fatto.
    Il problema “baronato” esiste; e posso dirlo solo perché ci sono stati casi di corruzione ormai certificati dagli organi competenti. Ne siamo consapevoli, dunque; e per questo gli studenti, di cui ho scritto sopra, stanno avviando delle discussioni.
    Ho posto il pericolo della confusione tra “baronato” e politica generale, perché tra i facili entusiasmi si rischierebbe di buttare tutto nella più cieca confusione, mandando all’aria la discussione che si sta svolgendo in questi giorni. E per una cosa positiva che c’è non mi pare il caso di rischiare.

  16. gonzalo says:

    Cara Veronica, il rapporto “lavorativo o professionale” a cui facevo riferimento (mi pareva ovvio) è quello fra un autore e una casa editrice. Elisa Donzelli cura una collana della casa editrice omonima, di Carmine Donzelli, suo padre. Non è cioè una collaboratrice occasionale e marginale. Sia la professoressa Frabotta,sia la Alfonzetti, anche lei in commissione, sono autori di Donzelli (non solo, ovviamente). In generale, come dice UnRicercatoreAll’Estero, “mezzo dipartimento” pubblica con Donzelli. Che è un editore di prestigio, con un bel catalogo, molti ottimi autori, non strettamente accademico, di sinistra. Insomma, rappresenta un eccellente vetrina, molto meglio di editori rigidamente accademici (che so: Bulzoni…) e però più accessibile di Feltrinelli o altri importanti. Insomma, (anche) per un ordinario pubblicare con Donzelli può essere motivo di lustro. Buona ragione – forse – per privilegiare sua figlia, dandole un riconoscimento accademico (i soldi ovviamente sono solo un dettaglio simbolico: veramente, non scherzo).
    Ora, torniamo alla questione: è un rapporto professionale quello che lega un autore a un editore? Il senso comune direbbe di sì, ma il diritto non è questione di senso comune. Il fatto che Elisa Donzelli abbia (non lo so, ipotizzo) un contratto di lavoro subordinato con la casa editrice di suo padre esclude che il rapporto professionale dell’autore sia con lei (diverso il caso se fosse con l’editore in persona…) oppure no? Ovviamente dovrebbe essere il TAR a decidere nel merito, se mai gli venisse sottoposta la questione. Ma intanto, giusto per non prendere cantonate affidandosi al senso comune (magari ha ragione il professor Gamberale a dire che è tutto formalmente a posto) ci si potrebbe informare – secondo i comuni criteri di verifica giornalistica – da qualche esperto super partes (docenti di diritto, avvocati di chiara fama). Nel caso in cui venisse confermato che si può considerare una rapporto professionale, naturalmente, non significherebbe che c’è l’irregolarità formale – è il tribunale a giudicare. Basterebbe, però, a comprendere meglio i termini della questione.

  17. UnRicercatoreAll'Estero says:

    Veronica, non salto affatto dalla sedia! In linea generale sono d’accordo con te ma nella presente situazione, questo mi sembra un fatto rilevante:
    http://www.donzelli.it/autore/411/biancamaria-frabotta
    e anche questo:
    http://www.donzelli.it/autore/1011/beatrice-alfonzetti
    e addirittura questo:
    http://www.donzelli.it/autore/518/amedeo-quondam
    Ricapitolo per i piu’ distratti: la Frabotta, l’Alfonzetti, Quondam, del Dipartimento di Italianistica dell’Universita’ La Sapienza, sono stati pubblicati dalla casa editrice Donzelli. Elisa Donzelli vince un assegno di ricerca presso tale Dipartimento di Italianistica, tutor: Frabotta, in commissione: di sicuro Alfonzetti, poi non so. L’etica sara’ relativa, ma qui non ci vedo nulla di relativo. Forse in termini formali e’ stato contravvenuto l’articolo 6 del bando di questo assegno di ricerca; ricordo che Elisa Donzelli e’ direttrice di una collana presso la casa editrice Donzelli, dunque non e’ semplicemente la figlia del direttore. Non sono un avvocato, quindi non so se tale congiunzione conferma una contravvenzione di questo articolo. Resta il fatto etico, ma, concordando sul fatto che e’ una cosa soggettiva, lascio giudicare voi.

    Veronica, Salvatore, quando ero studente come voi, non molti anni fa a dire il vero, anche mi avessero raccontato il dramma del baronato e dei cosiddetti “cervelli in fuga” (CHE NE SONO DIRETTA CONSEGUENZA), bella definizione coniata dall’Associazione Dottorandi Italiani, non avrei apprezzato appieno la portata del dramma, quindi vi capisco. In quella fase non avrei percepito l’urgenza di una presa di posizione, urgenza che sento ora. Gli studenti saranno anche “meno autorevoli dei professori”, citando Veronica, ma e’ ora che gli studenti si rendano conto che sono la componente piu’ importante dell’Universita’ e non possono essere umiliati sistematicamente da questa gente cosi’ “autorevole”. E Salvatore, io non voglio tessere le lodi della ricerca all’estero, ma ci sono posti dove la gente si e’ presa la responsabilita’ di costruire una Universita’ sana e produttiva; ci sono posti dove non solo gli studenti, tutti!, si sarebbero mobilitati di fronte a uno scandalo del genere; ci sono posti dove gli studenti hanno bloccato intere citta’ per giorni, non per i loro interessi ma contro la riforma delle pensioni (che c’e’ di piu’ lontano della pensione nella vita di uno studente?).

    Per finire, anche rileggendo i vostri due articoli sul caso trovo ancora che la seconda ricostruzione sia piu’ “buona” della prima+commenti annessi. Eppure non penso affatto che siate stipendiati da qualcuno o in cattiva fede, anzi, vi ringrazio per aver parlato della cosa, e’ un contributo prezioso. Il fatto e’ che ho un po’ l’impressione, sarebbe naturalissimo ma posso anche sbagliarmi, che, come molti altri studenti qui, ci sia un po’ di timore reverenziale inconsapevole nei confronti di questi grandi nomi. Ma vi suggerisco di riflettere sul fatto che mentre essi parlano, ad es., della grandezza dei nostri patrioti nel combattere le grandi potenze durante il Risorgimento (cfr uno dei link sopra) ora, quando il potere sono loro, fanno un po’ la parte degli Austriaci.

    Con questo chiudo, il mio amore per la giustizia mi porterebbe a parlare tanto e togliere spazio alle vostre preziose riflessioni. Cosi’ come non si esporta la democrazia non sara’ un ricercatore all’estero a darvi una ulteriore prova che l’amata Italia ce la stanno togliendo anche cosi’; ognuno deve vivere le proprie esperienze di popolo, di gruppo, di classe e deve elaborarle nei tempi necessari, con la riflessione e il dibattito. Non auspico certo una “guerra civile” universitaria e nemmeno un nuovo ’68, spero pero’ che almeno dentro di voi, se non pubblicamente, voi possiate spogliare questi baroni della loro vera o presunta autorita’.

  18. Maria Panetta says:

    Gentili Signori,

    dato che, mio malgrado, i miei nome e cognome sono stati “sbattuti” in rete e che, dunque, indirettamente sono stata coinvolta in una polemica cui non ho dato origine personalmente, mi permetto d’intervenire soltanto per precisare un punto.
    Ho sentito parlare più volte, su diversi blog, da varie persone che evidentemente non conoscono la situazione degli atenei italiani, di “contributo simbolico”, in relazione ai quasi 17.000 euro lordi attribuiti per questo assegno di ricerca.
    Ebbene: faccio riferimento alla mia personale situazione e non parlo a nome di altre persone (come ha fatto il, pur coraggioso, Zunino, arrogandosi il diritto di parlare a nome di presunti studiosi “in rivolta”, senza consultarci – almeno per quanto mi riguarda – e senza concederci, poi, possibilità di replica, diversamente che ad altri).
    Sono sei anni che insegno per una triennale della “Sapienza” e tengo un corso da 32 ore di lezione, che prevede anche 2 ore di ricevimento settimanali nonché svariate ore dedicate alla correzione a casa di circa una cinquantina di elaborati scritti ogni settimana, per 11 settimane: per questo mio impegno lavorativo, ho percepito, ogni anno, dai 1000 ai 1400 euro lordi complessivamente, tassati al 40%, dato che non ho un altro impiego stabile.
    Da tre anni, poi, insegno anche in una magistrale della “Sapienza”: corso da più di 40 ore di lezione, con 2 ore di ricevimento settimanali, 11 appelli d’esame (che possono durare un giorno, due, tre ecc.) e relazioni e correlazioni di tesi di laurea. Dato che le tesi le leggo tutte, perdo moltissime ore a casa per la correzione dei file inviatimi dai miei studenti; bisogna calcolare, poi, intere mattinate o pomeriggi dedicati alle sedute di laurea. Ho percepito, per tutta questa mole di lavoro (la stessa che grava sulle spalle degli altri docenti incardinati, che in più partecipano alle riunioni varie, cui forse anch’io dovrei partecipare, in qualità di docente, ma ciò non mi è stato mai richiesto), 200 euro lordi l’anno per tre anni, per un totale di 600 euro lordi, sempre tassati al 40%.
    Aggiungo che dal 2000 faccio anche il tutor; dopo la fine del dottorato, ho percepito una borsa da circa 50 euro lordi al mese per tre anni; poi più nulla.
    Tirando le somme (e voglio parlare solo di numeri), dal 2003 (anno in cui ho finito di percepire la borsa di studio mensile per il dottorato di ricerca) a oggi, lavorando abbastanza duramente 8 anni per “La Sapienza”, avrò “guadagnato” meno di 8000 euro lordi.
    Ovviamente tutte le ricerche che ho continuato a condurre e a pubblicare in questi anni sono state da me autofinanziate (pur non essendo ricca di famiglia).
    Trovo, pertanto, piuttosto irritante leggere che 17000 euro lordi, in una situazione di simile tragicità, siano un “contributo simbolico”.
    Perché ho accettato una simile situazione? Perché le docenze a contratto dovrebbero fare curriculum e rappresentare dei titoli per concorsi vari; pertanto, nonostante tutto, ringrazio di cuore i docenti che hanno deciso per tutti questi anni di rinnovarmi la loro fiducia e di farmi vincere ogni anno il bando a cui partecipavo, confrontandomi ogni volta con altri candidati.

    Trovo, infine, di cattivo gusto – mi perdonino gli studenti, con i quali in genere ho un ottimo rapporto – il titolo di quel gruppo inaugurato su Facebook: vi auguro di cuore di avere maggior fortuna della generazione cui appartengo, schiacciata da chi l’ha preceduta e a volte involontariamente anche da chi la segue.
    Non ho altro da aggiungere.

    Maria Panetta

  19. gonzalo says:

    Gentile Professoressa Panetta,
    mi scuso di averla involontariamente irritata. La mia osservazione circa il valore simbolico dei 17.000 euro voleva alludere, semplicemente, al fatto che per la vincitrice dell’assegno – avendo un lavoro, presumo retribuito e stabile, presso la casa editrice di famiglia – non rappresentano ciò che invece possono significare per un professore a contratto. Quella borsa non serve a far sopravvivere faticosamente per qualche tempo uno studioso che si dedica esclusivamente alla ricerca e alla didattica, ma ha evidentemente un’altra funzione, in cui l’aspetto economico è – per chi la riceve – assai probabilmente del tutto accessorio.
    Trovo importante aver messo in evidenza – per gli studenti soprattutto – le grottesche e incivili retribuzioni che si percepiscono a fronte del lavoro da lei descritto. In una situazione di “simile tragicità” ogni arbitrio rappresenta un’offesa alla dignità personale di chi potrebbe legittimamente aspirare a svolgere il lavoro scelto, e per cui ha i titoli, in condizioni economicamente meno insopportabili.

  20. Maria Panetta says:

    Gentile Gonzalo,

    La ringrazio molto della cortese precisazione e della comprensione profonda che Lei dimostra della gravità del problema.
    Per chi, come me, non ha mentori, né punti di riferimento (il mio Maestro, Mario Scotti, è purtroppo scomparso da tre anni, lasciando, nella mia vita professionale e umana, un vuoto incolmabile), né parenti o amici influenti, continuare a fare ricerca e a insegnare, cercando anche di sopravvivere con mille lavori di vario genere, è piuttosto faticoso e stressante.
    Il mio Maestro, comunque, mi ha sempre ripetuto che, alla fine, il lavoro paga, per i meritevoli: ed è con questa fiducia che finora sono andata avanti e con questa speranza che intendo proseguire per la mia strada. Questo è anche ciò che insegno ai miei studenti.
    Serietà, professionalità, correttezza, dignità, passione: questi sono i principi che mi hanno guidato finora, e che tento di non tradire.
    Grazie ancora,

    Maria Panetta

  21. Veronica says:

    @gonzalo. Appunto: è la forma che conta. Perché dovrebbe essere evidente il riferimento al rapporto Editore Donzelli – professoressa Frabotta? Ripeto che formalmente non lo è (evidente). Sono due soggetti diversi! Il regolamento parla di rapporto tra ricercatore e docente, non dei loro parenti! La correttezza formale sostenuta dal prof. Gamberale è stata verificata (per quanto possibile, data l’ evidente inaccessibilità ad alcuni documenti) anche dalle analisi degli studenti che se ne sono interessati. Si sono cercati i bandi, le regolamentazioni; si sono verificati i rapporti formali, ecc…
    Bisogna stare alla forma! Questo l’ho già spiegato nel commento precedente, perciò non mi dilungo oltre.

    Gentilissima dottoressa Maria Panetta,

    la ringrazio per la sua testimonianza. Non ritengo affatto che 17000 euro siano pochi; anzi. Lo scrivo nonostante la precisazione di gonzalo, perché voglio sia chiaro che sono consapevole della situazione economica grave che affligge l’università italiana e sento profondamente (come molti altri studenti) le difficoltà di studiare pur non provenendo da una famiglia ricca e (non so nel suo caso) talvolta per nulla colta.
    Per quanto riguarda il gruppo facebook, non posso darle delucidazioni, non facendone parte. Posso solo dire che facebook è un ottimo veicolo per lo scambio di informazioni, ma è soprattutto luogo ludico. Credo che la scelta del titolo non abbia avuto altro scopo che quello di denunciare in maniera ironica. Discutibile ironia forse, ma non più di questo: penso non si volesse banalizzare ma polemizzare sulla grave situazione. Oltretutto, a quanto verifico, ha appena cinque iscritti.
    Ancora grazie.

  22. UnRicercatoreAll'Estero says:

    Ehm… Redattori? Me lo autorizzate il mio post di stamane (10:33 am)? A me risulta “Waiting for moderation”. Ho scritto qualcosa di sconveniente, non volendo?

  23. Appena approvato. Era in moderazione solo perché quando il testo è particolarmente lungo e presenta vari link, a volte, lo mette automaticamente in moderazione (problemi con lo spam dei bot o cose del genere).

    Finora non abbiamo mai cancellato alcun messaggio, nonostante l’anonimato e, a volte, l’ostilità dei contenuti. La trasparenza al 100 % è uno dei nostri pilastri.

  24. gonzalo says:

    @Veronica
    Sono del tutto d’accordo con UnRicercatoreAll’Estero. Ma, per puntualizzare, dato che non ci capiamo: la questione non è che Elisa Donzelli è figlia dell’editore, ma che è responsabile della collana di poesia (per “ovvie competenze”, come ha tenuto lei stessa a evidenziare).
    Se pubblichi le tue poesie da Mondadori ne “Lo Specchio” hai rapporti professionali con direttore di collana o con Marina Berlusconi? Quando pubblichi un libro con Rizzoli hai rapporti professionali con l’editor, il responsabile di collana, il direttore editoriale o con l’assemblea dei soci RCS? Quando mandi un articolo a “Strumenti critici” chi è che te lo boccia, te lo approva, te lo corregge, il direttore della rivista o la Società Editrice Il Mulino? Sei certissima che per “rapporti professionali” si intenda esclusivamente “rapporti contrattuali fra soggetti giuridici”? Non sarà che chi è incaricato di valutare, discutere, respingere, correggere, approvare, curare il testo dell’autore stabilisca con lui dei rapporti, appunto professionali, in rappresentanza dell’editore? Chi è in una casa editrice, se non chi ha competenze professionali (ovvie o meno), a stabilire rapporti professionali con gli autori? Mah…

  25. Veronica says:

    @Ricercatore @gonzalo. Grazie per le vostre puntualizzazioni.

    Gonzalo, con il tuo intervento si è chiarito quello che ritieni, probabilmente, una violazione dell’art. 6. Bisognerebbe consultare un giurista; ma credo che chi stia valutando la situazione a livello dipartimentale lo abbia già fatto o lo farà presto. Questo non toglie che si possa consultare, indipendentemente dagli organi deputati alla valutazione, un avvocato o chi per lui.

    Ricercatore, conosciamo tutti e due la situazione italiana. Non credere che io (o Salvatore) sia così ingenua (ingenuo) e così poco previdente riguardo il futuro. L’Italia, per quanto da studentessa (come se essere studenti fosse qualcosa da nulla, o condizione da “limbo”: e in parte lo è, ma con tutte le difficoltà che ne derivano), anzi, proprio in quanto studentessa, la vivo anche io; la osservo, la studio (con tutte le accezioni che comporta questa parola). Non credere che, perché poco più giovani di voi (magari molto, non lo so!) o perché ancora non si sia affrontato il mondo del lavoro (e poi non è così: molti hanno dei lavoretti; altri sono addirittura studenti lavoratori), ci sia disinteresse o incoscienza del mondo. Sicuramente avrete più esperienza di noi (poi bisogna vedere i singoli casi), ma non credete che le nostre vite siano tutte rose e viole, col manualetto alla mano, o a leggere l’uno o l’altro poeta; o peggio dei nullafacenti, spaparacchiati sul “pratone” della Sapienza.
    Mi pare che gli interventi e il dibattito avviato sia proprio studentesco. Scrivi che “tutti!” dovrebbero mobilitarsi, discutere, preoccuparsi della situazione nella quale sono immersi. Eh…Bel problema. Tutti chi?
    I dottorandi? I ricercatori? Ecco, forse di ingenuità, scusami, ma pecchi tu!
    Porti gli esempi dell’”estero”. Ecco, appunto. Qua siamo in Italia. Non funziona propriamente come da te! Anzi, il fatto che alcuni di noi stiano cercando di portare il dibattito avanti, mi pare già un miracolo! E c’è il rischio concreto che con le vacanze di Pasqua tutto si concluda con la discussione sul “solito maltempo di pasquetta!”. Ma chissà, forse ci sarà bel tempo e la discussione andrà avanti.

  26. teo says:

    @ Veronica: Finché considereremo un miracolo, e non un evento normale, un normale diritto, il fatto di portare avanti un dibattito scomodo per i potenti non avremo speranza. Dipende da noi. Si può cominciare solo da qui. Altrimenti continua il loro potere che si basa (come tutti i poteri non democratici) sull’omertà dei ricattati, sul silenzio dei più deboli. Ma avete letto le condizioni di chi interviene nel dibattito? Avete visto cose c’è dietro il silenzio? Avete visto che anche i docenti, dico i docenti stessi (vedi post in liberalvox), con stipendio che non gli viene tolto da nessuno, anche loro hanno paura? Che cosa sta succedendo secondo voi? E’ un clima trasparente, di dialogo, intellettualmente valido o non sembra un muro di gomma che difende privilegi e poteri come tante volte abbiamo visto nella storia, nella letteratura, e continuiamo a vedere nella politica? Non avete visto come d’improvviso, da un giorno all’altro, i sostenitori di donzelli e frabotta si sono taciuti? non ci sarà stato un ordine di scuderia di non fomentare la polemica, perché è pericolosa, davvero pericolosa? Gestiscono l’università non come ciò che è, una istituzione al servizio degli studenti e del sapere, ma come cosa propria. Quante volte ci è capitato di non trovare il professore per il ricevimento, senza avviso? quante volte ci è capitato di doverlo aspettare per ore? di non trovare un programma affisso? cosa c’è affisso? gli articoli che i potenti (ex sessantottini!) hanno pubblicato sui giornali. Che cosa sta succedendo agli studenti della 509, che non sanno a chi rivolgersi, che nessuno se li fila? Fa tutto parte dello stesso problema: l’università è Cosa Loro. chi non ci sta viene intimidito, sanzionato, isolato. Restano solo i conniventi, chi è disposto a tacere e permette che si perpetui questa modalità di gestione. E anche i docenti, quelli che non fanno parte di questa logica, e certamente ce ne sono: anche loro forse dovrebbero prendere la parola, se lo fanno quelli che sono ben più deboli.
    Complimenti ai redattori che portano avanti questo confronto, è importantissimo.

  27. Veronica says:

    @teo. Il dibattito non è portato avanti solo dai redattori ma da tutti. Le discussioni, come è stato scritto, avvengono per i corridoi, per le aule della Facoltà di Lettere; non solo qui.
    C’è poco da polemizzare. E’ un miracolo quello che sta avvenendo. Hai mai partecipato ad assemblee, dibattiti, manifestazioni? Sei mai stato a contatto con la realtà studentesca? Con la realtà universitaria?
    Certo, il fatto di considerarlo un “miracolo” può, dal punto di vista idealistico, essere un segno negativo della situazione attuale: dovrebbe essere normale discutere di cose che interessano in quanto studenti e, più in generale, in quanto cittadini, poiché l’università di cui si discute è pubblica. Ma dal punto di vista realistico è un MIRACOLO! Altrochè se è un miracolo! Poi, se vogliamo illuderci che tutti sono pronti a preoccuparsi dell’università pubblica italiana, beh, illudiamoci. Se vogliamo parlare di dati di fatto, allora documenti alla mano! Se si vuole veramente cambiare la realtà, prima bisogna conoscerla profondamente; solo dopo si può cercare di cambiarla; e non certo attraverso schemi precostituiti. Tutti i valori imposti sono destinati a fallire, perché non sono riconosciuti. Il dialogo è importante. E’ il primo passo. E può essere miracoloso.

  28. Elena Spangenberg Yanes Elena Spangenberg Yanes says:

    @teo. Mi permetto di dissentire dal Suo intervento: sono proprio le posizioni manichee su cui si attardano ancora tanti, troppi, studenti a favorire il “muro di gomma” di cui Lei scrive; come dire, forse non solo i professori forse si sentono post-sessantottini. La logica che vuole i cattivi (professori o “potenti” o “baroni”) contro i buoni (studenti, dottorandi, studiosi e docenti precari) è sterile. Lei ha citato il problema degli studenti dell’ord. 509, con un po’ di retorica, “che non sanno a chi rivolgersi”. Fortunatamente questo è falso. Statuto di ateneo e regolamenti di facoltà, dipartimenti etc. garantiscono agli studenti uno strumento, le rappresentanze studentesche, e degli interlocutori, i presidi, direttori di dipartimento, presidenti di CdL, membri di commissioni didattiche, di giunte di facoltà etc. La via per cambiare qualcosa nell’università -malgrado le riforme e le finanziarie che ci piovono addosso, quelle sì, da un “alto” sordo e insensibile- inizia proprio nel rapporto con questi interlocutori; e per questo motivo nella nostra Facoltà, e sulle pagine di questo Giornale, abbiamo protestato a lungo per i ritardi nell’indire nuove elezioni studentesche dopo la fusione delle Facoltà umanistiche.
    Giacché mi trovo ad essere rappresentante degli studenti del mio corso di laurea Le posso testimoniare che quando sfruttiamo lo strumento della rappresentanza per lavorare sui problemi concreti dell’organizzazione didattica (aule, orari, corsi) e non solo (biblioteche ad es., ma penso anche alle proteste congiunte di professori e studenti quest’estate contro i tagli) qualche risultato lo si ottiene, certamente più che non gridando allo scandalo e alla tirannide su un sito internet celati dietro un nickname.

  29. teo says:

    @ Elena: Bene, allora non esiste nessun problema. Quello che sta venendo fuori è che c’è un settore che non è sottoposto a nessuna regola, non solo ‘leggibile’ ma neanche democratica. Che c’è gente schiacciata, precari non protetti da nessuno, né dalla legge né dal merito né dalla prassi, da niente di niente, gente che studia e che per il solo fatto di volere studiare e fare ricerca deve assistere a veri abusi di potere (come quelli che ci hanno raccontato: credi siano così falsi? che interesse ci sarebbe?). Il fatto che tutto questo non riguardi direttamente gli studenti ma i gradini successivi – come quelli di chi prende gli assegni, o fa concorsi – basta per dire che ‘è tutto a posto’ . Non capisco allora perché vi siete occupati sul giornale di facoltà del problema donzelli: non interessa noi studenti direttamente. Riusciamo a vedere al di là del nostro orticello? Riusciamo a capire che, terminata la specialistica, tocca a noi questa roba (perchè in questa storia c’è già la denuncia di una dottoranda, ve lo ricordo: e per difenderla non ci sono strumenti, nessuno, a quanto ne so io, la sta difendendo ‘istituzionalmente’), a noi che vogliamo continuare a studiare, se non ha già toccato nostri fratelli, sorelle, parenti, amici? Quanto a quelli della 509, io ne conosco a decine e decine di miei amici e amici di amici che hanno vagato per corridoi per cercare un programma adatto a loro, increduli, conosco le proteste, le lamentele, i disorientamenti arrivati fino in presidenza, il bussare alle porte degli studi chiedendo un tutor che rispondesse agli interrogativi. Ma va tutto bene. E non esistono neanche i baroni, e soprattutto non fanno del male a nessuno. Diciamo che è lecito il baronaggio, magari anche auspicabile , che non ci sono problemi di giustizia o di uguali opportunità e chiudiamola qui. Direi allora che la discussione può terminare, di cosa abbiamo parlato finora se è tutto così democraticamente gestibile, cara Elena?

  30. Elena Spangenberg Yanes Elena Spangenberg Yanes says:

    Gentile Teo, probabilmente mi sono espressa male. Non intendevo mettere in dubbio che vi sia un serio problema dei concorsi e del precariato della ricerca; quello che contesto è che spesso le stesse persone che tirano fuori tanto ardore contro “i potenti” nei commenti anonimi su un giornale online o un forum, poi in facoltà non si rimbocchino mai le maniche per progetti concreti, anche se piccoli, di miglioramento.

  31. Francesco says:

    @teo. Io non voglio fare il dottorato.

  32. gonzalo says:

    Per finirla definitivamente con l’art. 6 del bando: dato che un docente di regola intrattiene rapporti professionali con società (per es. case editrici), istituzioni, enti ecc. e non con singoli individui, se il “rapporto professionale” è inteso esclusivamente e rigidamente come rapporto con l’istituzione, la società ecc., di fatto sarebbe esclusa ogni possibilità di conflitto di interessi, perché non è una S.r.l. a chiedere, mai, un assegno di ricerca. Sarebbe dunque un articolo “vuoto”, all’incirca una presa in giro.
    Mi chiedo infine da chi siano composti – a livello dipartimentale – gli “organi addetti alla valutazione” della questione. E se mai, in mancanza di un ricorso, si prenderanno la briga di discutere l’interpretazione dell’art. 6 del bando… Sarebbe gravissimo se i controllori fossero legati da qualche “rapporto professionale” con i controllati. O no?

  33. jeko says:

    l’università funziona come sistema seprato: o si è dentro (e tutto va bene perché il professore ci conosce, di lui ci fidiamo, lo riteniamo una persona in gamba e capace, eccetera) o si è fuori: niente assegni, niente cattedre, continua esistenza da precario del sapere. chi è fuori automaticamente attacca il sistema che lo esclude, viceversa chi è dentro lo difende. bisogna pensare non tanto a come funziona per chi è dentro, quanto preoccuparsi di chi (e soprattutto perché) rimane tagliato fuori.

  34. Marco P. says:

    A me non sembra che dentro la “Sapienza” ci siano solo persone raccomandate.
    Non starete esagerando?
    Non sarà che quelli che sono rimasti fuori magari semplicemente non meritavano di entrare?

  35. Luigi D. says:

    Inizio a pensarlo anch’io.
    Secondo voi gli accademici sono così stupidi da circondarsi solo di idioti figli di papà?
    Pensateci bene, prima di parlare…

    LD

  36. Re Enzo says:

    Solidarietà alla Donzelli, alla Frabotta, all’Alfonzetti, alla Bellucci!
    Solidarietà a Geri e Quondam!
    Basta con le polemiche inutili: l’università di solito premia il merito, proprio per non affondare se stessa.

  37. UnRicercatoreAll'Estero says:

    …comunque il vostro forte e’ la sincronia! Riuscite a inviare post alternati ogni 2 minuti in due topic differenti! Se dopo la laurea vi dovesse andar male coi concorsi universitari, non vi preoccupate!, avreste sempre un futuro come batteristi di un gruppo Rock! :P

  38. Elena P. says:

    Io veramente suono già! ;-)
    Ma GRAZIE di cuore per l’augurio…

    Non capisco perché adesso non si possa nemmeno scegliere liberamente con quale editore pubblicare i propri libri.
    Se alla “Sapienza” ci sono tutti questi docenti (Ago, Antonelli, Alfonzetti, Bellucci, Caffiero, Cirillo, Quondam, Flores, Frabotta, Ferroni, Mancini, Rostagno, Quarta, Sinopoli, i Pedullà, Tatti, Villari etc.) che hanno scelto Donzelli, non può essere che sia semplicemente un buon editore???
    Con lui hanno pubblicato pure Brunetta, D’Alema, la Melandri, Rodotà, Gramsci, Obama etc.; persino Napolitano… Che avete da dire, adesso?
    Magari è solo un buon editore, che fa bene i libri..

    Elena P. (e io mi firmo)

  39. UnRicercatoreAll'Estero says:

    Elena, Elena, Elena… ma vuoi fare la “corretta” perche’ scrivi il tuo nome e l’iniziale del tuo cognome? Ma su! Ho dato piu’ informazioni io su di me, ad esempio conosci il mio mestiere e sai che non vivo in Italia, di quante ne hai date tu col tuo ElenaP. E poi chi dice che Donzelli non sia un buon editore? Lo sara’ pure! Purtroppo ritengo, ma mi sembra ben evidente, un grosso conflitto di intessi che la commissione di un assegno di ricerca sia composta da gente che ha pubblicato o pubblichera’ per la casa editrice di cui la candidata e’ curatrice di una collana e figlia del direttore. Ma lo vogliamo davvero negare? Affrontiamo seriamente la cosa, per favore!

    E visto che esprimiamo soliderieta’ oggi, eh Re Enzo?, io esprimo la mia per tutti i precari dell’Universita’ e degli enti di ricerca, offesi, umiliati, calpestati giornalmente prima dal Governo poi dai gruppi di potere nei Dipartimenti. Io di solito ho solidarieta’ per i piu’ deboli.

  40. jeko says:

    ma quanti nomi di ricercatori/associati/ordinari mangiapane a ufo che si potrebbero fare!

  41. Pingback: Concorsi alla Sapienza: intervista alla prof.ssa Frabotta | Il Giornale di Letterefilosofia.it

  42. Pingback: Concorsi universitari: giornalismo, politica, omertà | Il Giornale di Letterefilosofia.it

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>