Le modalità concorsuali sono, da anni, al centro di aspre polemiche in ambiente universitario e non solo. Il punctum dolens è tornato allo scoperto in questi giorni, a causa di una polemica interna alla Facoltà di Robba Umana della Sapienza, in particolare riguardo al nuovo Dipartimento di Studi Greco-Latini, Italiani e Scenico-Musicali.
Riassumiamo in breve i fatti: Arianna Fioravanti, dottoranda senza borsa (entrata nel XXV ciclo del Dottorato in Italianistica ultima, prima degli ammessi in sovrannumero, con punteggio di 80/100), ha inviato il 14 marzo una lettera ad alcuni siti di informazione (Liberalvox.it e Parrotized.it), per denunciare due presunte scorrettezze e irregolarità messe in atto dalla propria tutor di dottorato, la professoressa Biancamaria Frabotta.
La prima può essere considerata quasi alla stregua di un litigio personale, pur se aggravato dalla posizione di dominio della docente: discutendo riguardo alla situazione politica di questo periodo, la tutor ha infatti lamentato una scarsa partecipazione della dottoranda alle manifestazioni in difesa della dignità femminile, considerando come significativo anche il fatto che la ragazza segua una ricerca sulla letterata e femminista Dacia Maraini.
Vale la pena riportare l’intero passo della lettera (l’episodio si sarebbe svolto il 2 febbraio, i corsivi e i grassetti nella citazione sono dell’autrice) in cui la dottoranda racconta la discussione: «entrando nello studio della mia tutor, ho dovuto rispondere alla domanda sul perché, come femminista, non avessi indossato una sciarpa bianca in segno di protesta contro Silvio Berlusconi. La mia opinione in merito alla questione dibattuta in quei giorni, e cioè la dignità delle donne, era differente dalla sua e ho ritenuto giusto esprimerla. Poiché poi la prof.ssa Frabotta ha affermato che viviamo in un paese fascista e non democratico (sempre riferendosi al berlusconismo e come polemizzando contro chi non si oppone a tale stato di cose), ho voluto esprimere il mio punto di vista anche su questo, mettendo in dubbio, tra l’altro, la stessa democraticità del sistema universitario.»
La ragazza, continuando la discussione, le avrebbe poi rinfacciato la seconda e più grave questione: una scorrettezza nell’assegnazione di un assegno di ricerca (consistente in poco più di 16.000 euro lordi annuali) in cui la Frabotta era Presidente della commissione giudicante. La Frabotta, adombra la Fioravanti nella lettera, avrebbe favorito Elisa Donzelli, figlia dell’editore Donzelli, proprio per il fatto che sia il Dipartimento che lei stessa hanno recentemente pubblicato testi con questo editore. Da notare che all’interno del bando, tra le premesse, all’art. 6 (Divieti di cumulo, incompatibilità, aspettative e interruzione) si può leggere «Il Direttore di ricerca e il titolare dell’assegno debbono dichiarare di non essere legati da rapporti professionali o di lavoro». Un rapporto del genere potrebbe rientrare nella casistica?
Un altro argomento utilizzato dalla Fioravanti: nel novembre 2010 (quindi ben prima che il concorso fosse indetto), l’utente Littlebird ha pubblicato un post sul Forum dell’ex-Facoltà di Lettere e Filosofia, in una discussione intitolata Dottorato, scrivendo «nelle ultime settimane, girovagando per la facoltà, avevo sentito correre la voce che il prossimo assegno di ricerca andrebbe a casa Donzelli, visto che è l’editore dei libri scritti dalla Frabotta, ovvero colei designata proprio come presidente della commissione giudicante…». Il messaggio desta, però, alcune perplessità: l’utente in questione ha solo due post all’attivo, nell’altro si riallaccia ad una discussione sulla Frabotta, unendosi alle lamentele di un altro utente; ciò fa pensare ad un account creato appositamente per uno scopo e poi dimenticato (infatti l’utente è sparito dal forum subito dopo). Oltretutto, nel topic citato Littlebird si appoggia, per scrivere la propria “voce”, ad un altro utente (Ross8788) che ha un unico post all’attivo, proprio quello nella discussione, e anch’esso è poi sparito senza lasciar traccia.
Nel prosieguo del diverbio, la docente si sarebbe rivolta alla dottoranda in modo quasi intimidatorio, giungendo addirittura a dirle «o hai piena fiducia in me o lasci il dottorato».
La notizia, circolata rapidamente, è stata amplificata da un’intervista a firma Sara Moretti, rilasciata dalla Fioravanti a commento della sua lettera al giornale online Parolibero.it. Riportiamo alcuni brevi passaggi dell’intervista. In risposta alla prima domanda sulla “mancanza di meritocrazia nel sistema universitario” la Fioravanti risponde: «La prova orale si svolse a porte chiuse, e già questo mi lasciò un po’ perplessa. Ma la conferma arrivò poco dopo, in occasione del primo incontro dei neo-dottorandi con l’allora coordinatore di dottorato, il prof. Pasquale Stoppelli: in questa circostanza fummo informati che i canali di accesso alla carriera universitaria sono strettissimi, se non chiusi, in quanto intasati da una fila lunghissima di persone che attende da anni.»
In risposta alla terza domanda la Fioravanti afferma, tra le altre cose, «non ne faccio un discorso politico». Questo è uno dei punti controversi. Leggendo, infatti, molti dei commenti alla lettera e all’intervista, emerge l’appartenenza della dottoranda all’area politica di destra o, addirittura, estrema destra. L’appartenenza all’area opposta della professoressa Frabotta è arcinota, quindi molti commentatori propongono l’ipotesi che, a motivare la rabbia della dottoranda, sia in realtà una differenza di opinioni politiche.
La notizia è stata poi ripresa in una rubrica di Repubblica gestita da Corrado Zunino, in un pezzo che mette in risalto soprattutto la questione del concorso per l’assegno di ricerca. Lo fa, però, in modo alquanto superficiale e approssimativo. Tanto per cominciare parla di “un gruppo di studiosi” che sarebbero “in rivolta” per l’accaduto: da chi sarebbe composto questo gruppo di rivoltosi non è dato sapere. Parla poi di una “fila di docenti precari”, di “una classifica” che sarebbe stata “saltata” con la vittoria della Donzelli. Ma proprio l’esistenza di una eventuale “fila” è una delle contestazioni che vengono mosse dalla Fioravanti, come già detto, e non solo, perché rappresenta uno degli argomenti cardine nelle critiche mosse all’attuale modo di impostare i concorsi. Poi, senza dimenticare il “prof” (perché le virgolette?) che appare per due volte, il fatto che i partecipanti al concorso originariamente fossero cinque (non sei come riportato) e la terribile chiusa sarcastica, Zunino scrive che la Frabotta, grazie alla pubblicazione con Donzelli, «ha ricevuto immensa soddisfazione dal vedere il suo nome sugli scaffali di Feltrinelli e Mondadori», tralasciando il fatto che la professoressa ha già pubblicato con entrambi i più noti editori.
L’articolo di Zunino ha suscitato la rabbia di alcuni studenti e docenti vicini alla professoressa Frabotta. Uno di questi, Alessandro Giammei, ha già fatto circolare una mail in cui prende le difese della docente e mette in luce alcune contraddizioni dell’accusa lanciata dalla Fioravanti. Sempre sull’onda delle polemiche, un gruppo di studenti ha deciso di organizzare un’assemblea, all’università, per lunedì 11 aprile.
Per districarci in questa spinosa questione ne abbiamo innanzitutto discusso con il Direttore del Dipartimento di riferimento, quello di Studi Greco-Latini, Italiani e Scenico-Musicali, il professor Leopoldo Gamberale, il quale ci ha detto che il concorso si sarebbe svolto rispettando pienamente la legalità, visto che dei cinque partecipanti due hanno ritirato la domanda e due non si sono presentati al colloquio (fondamentale per l’assegnazione), lasciando campo libero all’unica candidata rimasta in ballo: Elisa Anna Maria Sergiolina Donzelli, la quale si è aggiudicata l’assegno con un punteggio finale di 79/100 (ricevendo il massimo possibile per il colloquio, cioè 40/40).
A detta di Gamberale, la Donzelli sarebbe partita in svantaggio per quanto riguarda i titoli accademici, ma in vantaggio sul versante delle pubblicazioni. Siamo in attesa di verificare questi dati: al momento il Verbale non è ancora disponibile online e sulla bacheca del Dipartimento è presente solo il secondo Verbale, quello finale dove si dichiara vincitrice la Donzelli. La commissione giudicante, presieduta dalla professoressa Frabotta, era composta anche dai docenti Novella Bellucci (con funzione di Segretario) e Beatrice Alfonzetti.
Non essendo riusciti a contattare la professoressa Frabotta, abbiamo parlato con le altre due componenti della commissione, le quali hanno risposto alle nostre domande con estrema disponibilità. Entrambe hanno confermato i dati forniti da Gamberale. Riguardo al lavoro svolto in commissione, la Bellucci ha detto «abbiamo lavorato nella maniera più specchiata possibile» e l’Alfonzetti ha chiarito di aver voluto essere proprio in quella commissione, sapendo che in seguito sarebbero potute sorgere accuse come quelle che sono state fatte, per essere sicura che tutto si svolgesse in modo pienamente legale. Inoltre, entrambe hanno magnificato la studentessa vincitrice. La Alfonzetti è giunta a dire: «la Donzelli ha svolto con me il miglior esame visto negli ultimi dodici anni».
Le docenti hanno spiegato che è stata inoltrata una lettera al Rettore chiedendo come comportarsi: probabilmente si prospettano vie legali (è stato consultato l’ufficio legale dell’ateneo) e la Fioravanti è già stata convocata dal Direttore del Dottorato, il professore Amedeo Quondam.
Bisogna specificare, proseguono le docenti, che Arianna Fioravanti non è tra coloro che hanno presentato domanda per l’assegno di ricerca, quindi ha mosso delle accuse «per sentito dire», e che alcune delle persone che hanno presentato la domanda avevano già tentato, qualche tempo fa, di vincere il bando per ricercatore non riuscendoci.
Quest’ultimo argomento sembra, a prima vista, poco pertinente, eppure proprio in esso si cela la chiave della questione. L’argomentazione, in realtà, è estremamente pertinente: chi non è riuscito a vincere un concorso generico (solo di “merito”, per usare un termine à la page) come puoi riuscire a vincere un assegno per un progetto estremamente preciso per il quale, invece, si presenta un concorrente che ha già svolto ricerche nel settore interessato?
Proprio l’estrema precisione con cui vengono emanati i bandi per posti e assegni di ricerca è alla radice del problema. L’idea è quella del “concorso tagliato su misura”, idea che viene confermata spesso e volentieri dagli accademici quando affermano, come ha fatto la Bellucci questa volta, che l’assegno di ricerca «è più che altro un contributo dato dall’università a una persona per poter portare avanti una ricerca».
Ci si chiede, a questo punto, a cosa serva bandire un concorso. Se la prassi è questa e, almeno in Italia, viene universalmente accettata, a che pro spendere soldi in burocrazia e indire concorsi che, in fin dei conti, tali non sono? Ci si rivolga al legislatore per introdurre un metodo di assegnazione che non preveda passaggi inutili e dispendiosi, in termini di denaro e di tempo. Si vuole portare avanti l’idea di una “scuola” di pensiero o di metodo? Allora la si finisca con questa presa in giro dei concorsi e si renda legale il poter scegliere liberamente a quale studioso affidare una ricerca (e un assegno) e a quale un ruolo accademico (cooptazione). Prendendosi poi le responsabilità, in modo trasparente, delle scelte effettuate.
Michelangelo Pecoraro & Mauro Genovese

Questo articolo mi lascia perplesso. Per ragioni di vita che non starò a spiegare sono stato e sono abbastanza coinvolto dalla “vita universitaria” italiana. E per età avanzata credo di averne viste parecchie, specialmente all’interno della facoltà di lettere a Roma. Che una studentessa ci racconti che i concorsi sono sostanzialmente truccati, che una professoressa si comporti in modo scorretto, che i figli di papà siano avvantaggiati e – quel che è più grave – facendo nomi e cognomi, è davvero scandaloso, terribile e inaccettabile. Dove andremo a finire? Ho letto poi che questa studentessa si chiama come un noto terrorista neofascista degli anni Settanta. Così i conti tornano: il suo è un chiaro tentativo di sovvertire il Sistema. Nei tempi belli le persone come questa studentessa andavano rinchiuse in clinica psichiatrica. Ora, quanto meno, allontanatela dalla società civile. Vogliamo forse lasciarla libera di andare avanti così? A rischio che un giorno le cose cambino?
Paolo Rossi (non parente del più noto omonimo)
bah: secondo voi la tizia che ha sollevato il casino lo ha fatto per cambiare qualcosa? io ne dubito.
il problema università esiste: destra e sinistra a targhe alterne ci speculano sopra spacciandosi per difensori/riformatori, ma alla fine nessuno migliora il sistema. giusto parlarne, giusto elaborare un’autoriforma o quello che volete voi, ma innanzitutto dev’essere chiaro che qui non si tratta di comunisti o fascisti, di parti politiche, di fare il dispetto a questo o a quello: urge una riflessione d’insieme che non sia soltanto un cambio d’ordinamento o una nuova trovata esclusivamente burocratica: c’è bisogno di una riflessione di carattere strutturale. i concorsi come questo sono la norma nel nostro sistema: bisogna interrogarsi su questo.
@Paolo Rossi: Mi sfugge il perché quest’articolo la lasci perplesso. Mi sembra esposto tutto molto chiaramente e in modo da offrire al lettore ogni informazione, così che possa farsi una propria idea sull’accaduto. Abbiamo anche esposto l’idea che lei riporta, secondo cui il movente sia in realtà una divergenza di opinioni in materia politica.
@Jeko: L’ultima parte dell’articolo parla esattamente del problema a livello strutturale.
L’argomentazione del concorso per ricercatore non vinto come prova sarebbe valida se anche il suddetto concorso per ricercatore del 2010 non rientrasse nella casisitica dei concorsi-scandalo universitari, la cui pessima fama è arrivata persino qua in Svizzera.
Francesco F.
@Francesco: Interessante questione. Potresti essere più preciso? Se vuoi puoi farmi sapere anche tramite mail (la trovi in Chi Siamo). Ovviamente abbiamo riportato il dato senza sovrainterpretazioni, quindi in caso emergessero nuovi dati sarei lieto di inserirli nei prossimi articoli. Ciao e grazie.
Io sono perplesso dal commento del Sign. Paolo Rossi: non sapevo che l’omonimia fosse sintomo di appartenenza politica.
Le sue affermazioni mi lasciano sospettoso. Infatti, sia a commento dell’intervista citata sulla pagina online di Parolibero.it, sia in alcune affermazioni di studenti vicini alla Professoressa Frabotta, ritorna il ritornello del “fascismo” della dott.ssa Fioravanti.
Sicuramente il dubbio è insensato e io ho visto troppe puntate della “Signora in giallo”.
Ma lasciamo stare la malafede. Trovo ad ogni modo inopportuno alludere ad appartenenze politiche o dichiarare che una persona sia da rinchiudere in una “clinica psichiatrica” nel momento in cui si sta discutendo di ben altro (per curiosità: le case psichiatriche erano “tempi belli”? Ma non suona un po’ “quando c’era lui”?). Forse questo è un atteggiamento “scorretto”.
La questione (e mi rivolgo in particolar modo a lei, Sign. Paolo Rossi, che dimostra alla fine del Suo articolo che l’omonimia non è sintomo talvolta neppure di parentela) è proprio sul “Sistema”, quello di “casta” accademica, circolo chiuso per pochi conoscenti.
L’articolo è chiaro: legalmente nulla si può eccepire sulla scelta della dott.ssa Elisa Donzelli, sicuramente preparata e la più idonea (dal momento che il titolo della di lei tesi è pressoché simile a quello del bando di concorso) a vincerlo; la questione è di buon senso.
@ Jeko, che scrive “bah: secondo voi la tizia che ha sollevato il casino lo ha fatto per cambiare qualcosa?” domando: ha forse notizia che lo abbia fatto per motivi diversi?
@ Francesco consiglio di rileggere con più attenzione il mio post
@ Michelangelo: spiego meglio la mia perplessità. Il mio alludere al cognome come chiaro sintomo di appartenenza all’estrema destra era evidentemente ironico. La perplessità deriva dal fatto che – a mio avviso – la studentessa che coraggiosamente denuncia uno dei tanti scandali e scandaletti universitari va sostenuta (o crediamo davvero che il concorso di cui si parla sarebbe stato vinto da chi lo ha vinto anche se avesse avuto un papà diverso?)
@sig. Rossi: come secondo la studentessa Fioravanti l’assegno di ricerca è stato assegnato in base a criteri clientelari, così secondo me la suddetta Fioravanti sta sbandierando la questione per rivincita personale e antagonismo politico. non avrebbe altrimenti insistito sulla sua esperienza personale, ma avrebbe semplicemente riportato quello che considera essere un abuso.
Gentili Michelangelo Pecoraro e Mauro Genovese,
vi prego di allegare alla ricostruzione degli eventi anche la mia replica all’articolo di Corrado Zunino che è stata pubblicata questa sera sul sito http://www.repubblica.it.
Per comodità potete intanto leggerla qui di seguito.
Vi ringrazio per l’attenzione.
Un cordiale saluto,
Elisa Donzelli
Gentile Direttore,
a voler cercare a tutti costi il malcostume, talvolta si prendono clamorosi abbagli e si incappa in spiacevoli incidenti. Nella vostra rubrica “La Scuola siamo noi”, è stato pubblicato un articolo di Corrado Zunino contenente affermazioni del tutto inesatte che ledono la mia dignità professionale e umana.
Mi chiamo Elisa Donzelli, sono nata nel 1979 e ho studiato all’Università di Roma “la Sapienza” presso il Dipartimento di italianistica conseguendo una laurea in Lettere nel 2004 con il massimo dei voti (relatrice Biancamaria Frabotta, correlatore Andrea Cortellessa). Presso il medesimo Istituto ho vinto una borsa di dottorato e ho poi conseguito nel 2008 il titolo di Dottore di ricerca in italianistica. Da molti anni seguo la cattedra della Professoressa Biancamaria Frabotta, prima come studentessa poi come collaboratrice e cultrice della materia. Dopo aver conseguito il dottorato, ho continuato a sviluppare le mie ricerche guadagnandomi da vivere, nel frattempo, con l’insegnamento a tempo pieno in un liceo di Roma.
È vero: sono anche figlia dell’editore Carmine Donzelli, cosa di cui non mi sento colpevole e di cui ho ragione di andare orgogliosa. Da qualche anno ho affiancato mia sorella Marta nella direzione della collana di poesia della casa editrice Donzelli, incarico che mi è stato assegnato per evidenti motivi di competenza nel settore.
Nel 2009, ho pubblicato presso l’editore Aragno il volume ‘Come lenta cometa’ che è la rielaborazione della mia tesi di Dottorato, uno studio sul carteggio tra René Char e Vittorio Sereni legato ai temi della traduzione poetica. Ho svolto quella ricerca all’interno di importanti archivi italiani ed europei, riportando alla luce materiale inedito di assoluta rilevanza. Il valore di quelle carte e la serietà dei miei studi sono stati riconosciuti da emeriti studiosi, oltre che da una serie cospicua di articolate ed entusiastiche recensioni. Con questo titolo, e con altri articoli scientifici pubblicati su varie riviste, ho partecipato al concorso pubblico per un assegno di ricerca bandito dal Dipartimento di studi greco-latini, italiani, scenico-musicali (ex Dip. di italianistica), presso la Cattedra della Prof.ssa Frabotta. Al concorso hanno presentato domanda altri quattro candidati, e io ne sono risultata vincitrice.
Corrado Zunino accredita l’idea che io abbia vinto un concorso truccato: naturalmente, non si è preso la minima briga di verificare il mio curriculum, né mostra di conoscere le regole di assegnazione di un “assegno di ricerca”, che per legge è bandito su un progetto specifico, cui stia lavorando il titolare della cattedra che ne è l’assegnatario.
Nell’articolo si parla di “sei docenti precari” (chi sarebbero?) e della “fila” che si sarebbe venuta a creare da almeno “cinque anni” in attesa di un assegno. Faccio presente che l’assegno di ricerca in questione non è affatto l’unico: dal 2006 al 2011 il Dipartimento ha indetto una decina di bandi per assegni di ricerca.
Nell’articolo si parla di “studiosi in rivolta”. Chi sono? I quattro (non sei) che hanno partecipato al concorso e non lo hanno vinto? E sulla base di cosa quell’assegno “toccava” secondo Zunino a “uno dei sei”? Sulla base dell’anzianità? Sulla base della “quantità” dei titoli? O sulla base della qualità di essi e della attinenza con il progetto bandito? Il fatto di gravitare nei corridoi di un Istituto universitario può essere concepito come il criterio primario di valutazione, o come la garanzia assoluta di qualità delle proprie idee?
E veniamo all’ultima accusa che mi viene rivolta: l’aver pubblicato un volume, dal titolo ‘Due rive ci vogliono’, presso la collana di poesia della casa editrice Donzelli. Intanto quel volume non è mio, e non è “una ricerca”, come l’articolo vuol fare intendere. Meno che mai è la ricerca che mi è stata assegnata attraverso il concorso. Due rive ci vogliono è – semplicemente – un libro di poesia. I suoi autori sono René Char e Vittorio Sereni; il libro è presentato dal Prof. Pier Vincenzo Mengaldo; io mi sono modestamente limitata a proporne la pubblicazione e a curarla, insieme con Barbara Colli. Quel volume, peraltro, non compare nemmeno tra i titoli presentati per il mio concorso, anche per la banale circostanza che all’atto della presentazione delle domande non era ancora stato pubblicato! È bene ricordare ai lettori di Repubblica che quel titolo – così sarcasticamente irriso dal giornalista – è null’altro che un verso del grande poeta francese tradotto dal grande poeta ed editore italiano.
Gentile Direttore, lo sa come continua quel verso? “Due rive ci vogliono, per la verità”.
Nel ringraziarla per l’attenzione, le porgo i miei migliori saluti
Elisa Donzelli
e aggiungo: le risulta forse che la Donzelli abbia vinto l’assegno per motivi diversi? esiste solo il “legittimo sospetto”, ma le nostre sono solo insinuazioni: per carità, magari fondate, ma per dirlo occorre avere prove. essere “figli di” non è una prova sufficiente. un curriculum pressoché nullo, un bando di concorso manipolato, documentate pressioni sui commissari potrebbero essere prove: se ci sono, tiratele fuori. allo stato attuale possiamo solo dire che il bando sia stato fatto in modo tale da poter assegnare l’assegno a una persona ben precisa. possiamo condividere, non condividere, ma il sistema è questo ed è perfettamente legale. separiamo la legalità di ciò che è accaduto dall’immoralità della legge: adesso si discute del primo punto. si vuole criticare il sistema di affidamento assegni di ricerca, borse di dottorati, cattedre e affini? legittimo, anzi doveroso, ma non mischiamo le carte in tavola.
@Elisa Donzelli: Ho già avuto modo di leggere la sua risposta all’articolo di Zunino, nonché la controreplica dello stesso, sul sito di Repubblica. Purtroppo avevamo già pubblicato l’articolo. Stiamo comunque accumulando materiale e tra un paio di giorni, probabilmente, pubblicheremo un altro articolo sulla vicenda che conterrà tutte queste nuove informazioni. Con relativa sicurezza, posso dire che raccoglieremo anche le dichiarazioni della prof.ssa Frabotta riguardo alla vicenda. Cercheremo di indagare a fondo e terremo aggiornati i nostri lettori. Grazie comunque per il commento.
La ricostruzione mi sembra lucida, e decisamente più informata dell’articolo di Zunino. Avviene, in sostanza, che la redazione de “il giornale di letterefilosofia” – immagino composta da volontari non pagati – alzi il telefono per verificare le fonti, e che quella di Repubblica.it invece non lo faccia. Questo mi stupisce anche più della generale difficoltà a distinguere una borsa post-doc da un posto di ricercatore, della non belligeranza tra i termini “meritocrazia” e “fila”, e dell’ipotesu che un autore de Lo Specchio Mondadori possa avere qualche convenienza nel cooptare la codirettrice della collana di Poesia Donzelli.
@Alessandro: Grazie per gli apprezzamenti. È evidente che nella questione il Giornale di Lettere e Filosofia gode di una posizione privilegiata rispetto alla Repubblica. È anche vero che abbiamo impegnato molto del nostro tempo – certo, gratuito – per recuperare le informazioni riportate. Capire come stanno effettivamente le cose comporta sempre uno sforzo.
Credo che sia utile a tutti riconsiderare il verso citato da Elisa Donzelli: “Due rive ci vogliono, per la verità.” Spesso, al bisogno che ha una rubrica di accaparrarsi dei lettori viene sacrificata una delle due rive. Stiamo tentando di restituire ai nostri lettori la complessità della questione; non per stabilire colpe o innocenze, ma per mettere in evidenza, a partire dal caso particolare, le meccaniche di questo ed altri problemi, sperando, così, di contribuire ad una discussione che in questi giorni si sta animando nel dipartimento ex-Disp.
Diciamo che forse un Carmine Donzelli, con tutte le sue conoscenze, e una Donat-Cattin (figlia di Carlo e sorella del terrorista Marco e del dirigente Rai Claudio), con le sue varie aderenze, non avrebbero difficoltà a trovare chi firmi una recensione positiva a un qualsiasi lavoro di chiunque:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/02/17/donzelli-einaudiano-che-fassino-vuole-alla.html
Francesco
Un buon articolo di analisi che, comunque si concluda la vicenda, porta alla luce tematiche spesso trascurate dalla comunità studentesca e a cui invece sarebbe meglio prestare maggiore attenzione.
“dei cinque partecipanti due hanno ritirato la domanda e due non si sono presentati al colloquio”
La curiosità di sapere il perché è molta. Riuscite a contattarli in qualche modo?
@Marco: Ci stiamo provando, il fatto è che difficilmente un dottorando dirà qualcosa contro il sistema di cooptazione universitaria, per non venirne escluso a priori. Diciamo che, in questi casi, viene effettuata sui candidati una sorta di “moral suasion” difficilissima da provare.
Che il sistema universitario sia assoggettato completamente alle scelte personali dei professori è un dato di fatto: ognuno porta avanti il proprio studente fregandosene di percorrere vie lecite. Quante volte, anche nei concorsi di dottorati di ricerca, si vedono persone passare brillantemente lo scritto per poi venire schiaffate all’orale agli ultimi posti solamente perché non hanno raccomandazioni ??! Oramai neanche le pubblicazioni contano più: il docente che vuole portare avanti un determinato allievo, a dispetto di un altro, fa pubblicare al suddetto un’infinità di articoli sulle riviste di facoltà, o di testate cui è membro del comitato scientifico.
All’estero sono molto più seri, evitando la farsa di questo genere di concorsi pilotati.
Mi fanno ridere quando affermano che la commissione ha operato “nella maniera più specchiata possibile”…ci mancherebbe che affermassero che hanno commesso iniquità!!!
Per quanto riguarda la fazione politica della ragazza penso sia di poco conto…queste cose succedono a chi è di destra e a chi è di sinistra, in egual misura. Quando accadono fatti simili e si ha il coraggio di denunciarli credo sia doveroso porre l’accento su bel altre cose rispetto ad una mera questione politica.
Già: in maniera specchiata.
Tutti e tre i membri della commissione per questo benedetto assegno sono autori Donzelli:
http://www.donzelli.it/evento/268
Ed è un autore Donzelli anche il coordinatore del dottorato “Sapienza”, che (guarda caso) vuole buttare fuori la Fioravanti:
http://www.donzelli.it/autore/518/amedeo-quondam
@Frizzy: Ogni docente cerca di portare avanti i propri studenti, ma a meno che non si abbiano prove (ecco un caso recente in cui, forse, si sono passati effettivamente i limiti della legalità: http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/puglia/2011/03/30/visualizza_new.html_1529328344.html ), non si può dire che tenti di farlo “fregandosene di percorrere vie lecite”. La via dei bandi con progetto estremamente accurato è, allo stato attuale delle cose, perfettamente legale. La discussione, evidentemente, dovrebbe incentrarsi su questo (a livello nazionale).
@Francesco: Nell’articolo abbiamo scritto che “sia il Dipartimento che lei stessa hanno recentemente pubblicato testi con questo editore”. Al momento non è possibile dire che il professor Quondam abbia alcuna volontà in materia, si è limitato, a quanto ne sappiamo, a convocare la Donzelli.
Seguiremo comunque la vicenda e faremo luce su tutti gli eventuali sviluppi.
Come componente del quartetto che ha osato iscriversi all’assegno, sto qui a leggere, leggervi – ma nessuno mi ha interpellato – e rispondo volentieri a quello che si chiedono Marco Esposito e Michelangelo; volentieri perché forse almeno agli studenti davvero interessa farsi un’opinione, il più possibile libera dato l’articolo calibrato.
Personalmente mi sono iscritta all’assegno simbolicamente. Ovvero, ovvio che l’assegno fosse di Donzelli, ma ho scelto di iscrivermi ugualmente per puro diritto di esistenza – i miei colleghi sapevano che non sarei andata all’orale. Simbolicamente, per dire: ci sono, ci siamo. Dunque non per vincerlo, ché sarebbe stato impossibile a chiunque vincerlo, la ricerca era la ‘sua’ ricerca. Ma era il secondo assegno che veniva dato ad un giovane da poco uscito dal dottorato, mentre a noi – quelli che si sono iscritti, credo di poter dire; ma non parlo per i miei colleghi; e comunque un gruppo nutrito, più degli iscritti – le ‘rotazioni’ passavano sotto gli occhi saltandoci sistematicamente, nonostante fossero trascorsi diversi anni dal dottorato e lavorassimo all’interno del dipartimento.
Ora: ovvio che ‘lavorare nel dipartimento’ – sento le voci dei docenti che guarda caso ultimamente continuano ossessivamente a ripeterlo – non dà nessun diritto. E dunque: che cosa regola gli assegni? Le pubblicazioni? No. L’anzianità? Non sarebbe giusto. La permanenza di anni in un dipartimento? Per carità. La correttezza? Nemmeno. La discrezione, il rispetto? Forse al contrario. Dunque cosa? Nulla. Non c’è più nemmeno la ‘fila’ che un tempo c’era, e che costituiva comunque uno straccio di regola, perché se una fila poteva crearsi era tra studiosi che stavano ricercando e collaboravano con altri studiosi maggiori di loro, in dipartimento. Non era una gran regola ma era qualcosa.
In questo caso, allora, cosa ha regolato l’assegnazione? E’ attorno a questo, esattamente, che si svolge la discussione. Nella quale non voglio entrare. Il fatto è – e per questo il caso è emblematico – che c’è solo, e sfido chiunque a smentirmi, SOLO il potentato di turno che può regolare l’assegnazione di fondi di ricerca. Ovvero, c’è solo la fortuna di avere il professore con cui lavori ‘potente’ (talvolta pre-potente),’il più’ potente in quel momento. Non altro. Possiamo metterci a disquisire sulla ‘grazia intellettuale’ di Donzelli o meno: a me non interessa farlo. Donzelli, che non conosco personalmente, è assai probabile sia brava, e non mi permetto di giudicarla – ho troppo rispetto per il lavoro di ricerca e per la sua complessità per credere che si possa meritare più di altri un assegno per ‘grazia intellettuale’, come è stato scritto; e, perdonate l’orribile banalità, ma se una cosa la ricerca insegna è, credo, l’umiltà del lavoro e del giudizio sui propri risultati.
Dunque ho partecipato simbolicamente, e per questo non sono andata all’orale. Credevo, in verità, che mi venisse chiesto da qualcuno il perché non mi fossi presentata; dai docenti che si incontrano nei corridoi o che vediamo spesso negli studi (perché studi e corridoi frequentiamo non per ‘gravitare ‘ passivamente o bighellonare, come è stato scritto su Repubblica, ma perché abbiamo piccole docenze a contratto, da 4 o 5 anni, e fra studi e corridoi facciamo, e senza comparire nelle bacheche perché non siamo ‘incardinati’: esami, ricevimento, tutorato per gli studenti. Ma questo non fa acquisire, ce lo ripetono e ripetono, nessun ‘diritto’ – neanche, appunto, quello di comparire nelle bacheche, come fosse per noi e non per gli studenti; ‘diritto’ è una parola che è bestemmia, se riferita a noi precari. Ma questo è un lungo discorso, che forse a voi studenti non interessa).
Dicevo, dunque, che lo avrei detto e spiegato volentieri, il senso dell’iscrizione, garbatamente; invece il gelo, nessuna parola, come mai esistiti, nessuna possibilità di parlare, anche solo uno scambio, anche magari anche critico, dialogico al proposito. Il solo fatto di iscriversi è stato interpretato come atto di grave insubordinazione. Personalmente non lo era, non lo è stato; semplicemente, come mi era stato detto prima del citato ultimo concorso per ricercatore, è importante iscriversi per mettersi in fila.
Ma le logiche cambiano ad ogni svolta di potere – e guerreggiando i potenti, le file vengono sciolte e sudditi e soldati semplici sottopagati hanno la peggio, e sono pure cazziati perché hanno detto: ahi! Anche questo non è in loro diritto, e dà scandalo. Così è.
Daniela Mangione
Gentile professoressa Daniela Mangione,
innanzitutto grazie per il suo contributo.
Proprio in questi istanti stavo contattando per email alcuni dei partecipanti al concorso per aver un colloquio con loro. Il fatto che non l’abbiamo fatto prima è dovuto semplicemente al fatto che, oltre a scrivere per il Giornale, siamo anche studenti e lavoratori.
La visione dei fatti che qui ha proposto chiarisce ulteriormente la meccanica dell’assegnazione degli assegni di ricerca. Francamente, quel che vedo è un sistema che non ha più le risorse necessarie per sopravvivere. E se mancano le risorse – i soldi – è difficile che non si creino problemi e divergenze.
Se lei ne ha la voglia e il tempo, ci piacerebbe approfondire la questione. La prego, per questo, di lasciare un suo contatto all´indirizzo email (mio o di Michelangelo Pecoraro) che puo` trovare nella sezione Chi siamo. Credo sia utile individuare i problemi e discuterne apertamente. E` questo quel che stiamo provando a fare su questo Giornale.
Grazie, arrivederci.
Mauro Genovese
Questa lettera non ha bisogno di commenti, purtroppo.
Non so se la prof in questione sia coinvolta (forse si potrebbe rivolgere a lei anche questa domanda) anche nel concorso per ricercatore citato dalle docenti in commissione assegno, ma ribadisco che la sua pessima fama, lo scandalo anche di quel concorso bandito dallo stesso dipartimento, è giunta a valicare i confini nazionali.
Francesco, ma non diciamo sciocchezze! Lorenzo Geri è un ragazzo sveglio che negli ultimi anni ha già dimostrato di saper condurre lavori ordinati e accuratissimi e ha sempre pubblicato per le più prestigiose case editrici. A quegli altri sette .. dava una pista già appena uscito dal dottorato. Che assurdità
Infatti. Proprio appena uscito dal dottorato: quando ha vinto il concorso!! ……..Divertente, Beatrice… Ti consiglio di farti qualche idea più chiara su chi sono i maggiori editori italiani… ma ovviamente ogni opinione, anche la più strana, è degna di rispetto!
Che Lorenzo Geri sia un ragazzo sveglio, può anche essere: valutazione personale che lascio integralmente a chi l’ha scritta. Che però qualcuno vinca un concorso da ricercatore – concorso per esami e titoli, ripeto titoli – appena uscito da un dottorato, è già evenienza più unica che rara e, aggiungo, di una eccezionalità che mi sento di definire inaccettabile.
Per come la vedo io nessuno, da neodottore di ricerca, può avere le spalle così larghe (culturalmente e didatticamente parlando) e soprattutto il curriculum adatto a ottenere quel titolo, diventando a tutti gli effetti un professore della Sapienza. Non a caso una volta esistevano (ed esistono in parte ancora) vari gradi di formazione quali il dottorato, il postdottorato e l’assegno di ricerca: anni durante i quali uno studioso raggiungeva compiutamente la maturità che poi veniva valutata e semmai sancita da un esame da ricercatore. La raggiungeva studiando, scrivendo, partecipando a convegni e seminari, insegnando. Sottolineo, insegnando; cosa che Geri non può aver fatto se non pochissimo per ovvie ragioni anagrafiche, e che invece è molto importante, nonché esplicitamente richiesta dai bandi di concorso.
Il ragazzo ha vinto un posto per la vita a credo poco più di trent’anni, e grazie a cosa? A un paio di curatele (che notoriamente ai concorsi universitari sono valutate pochissimo), a qualche articolo e a una voluminosa monografia petrarchesca (“Ferrea voluptas”) stampata fuori collana presso un piccolo editore-tipografo di quelli che proliferano oggi in rete, e stampano qualunque cosa a pagamento, il che non è esattamente la stessa cosa che aver pubblicato per una vera casa editrice, in una collana con un ncomitato scientifico riconosciuto. Tra l’altro, ho approfittato del dibattito per curiosare in rete, e mi sono accorto che la monografia sta singolarmente dentro e fuori la scadenza dei termini del concorso, perché sull’opac appare datata 2007, mentre ora sul sito di Nuova Cultura si legge 2009, il che mi fa pensare al classico escamotage truffaldino di stampare un libro in pochi esemplari per rientrare nei termini di un concorso e ristamparlo in seguito.
Non basta essere un ragazzo sveglio per diventare ricercatore. Non basta di certo con così pochi titoli e quella nessuna esperienza. Nemmeno se Geri fosse stato l’unico candidato. Sono assolutamente d’accordo con Francesco: lo scandalo di quel concorso ha fatto rumore in tutta Italia, e chi lo ha gestito, il concorso, pur non essendo affatto nuovo a una gestione del potere smaccatamente arbitraria, questa volta l’ha fatta davvero grossa. Superata solo, in sfacciataggine e irregolarità, dalla bella edificante vicenda Donzelli di cui vi state occupando adesso.
Caro Alonso, mi meraviglio di lei. Scommetto che neanche conosce Geri: certo che è un ragazzo sveglio, molto sveglio per la sua età. Curriculum o non curriculum, bisogna valutare anche gli scritti di un concorso: secondo lei è così strano che uno studioso, pure giovane, che sta lavorando sull’autore che per sua fortuna esce al concorso faccia un compito migliore degli altri? Secondo me no: mi pare evidente che avrà fatto degli scritti talmente brillanti e superiori alla norma che il fatto di non avere un curriculum lungo quanto gli altri è passato nettamente in secondo piano. La commissione avrà avuto le sue ragioni, se lo ha fatto vincere: non crede? A maggior ragione se tutti gli altri sette avevano titoli nettamente superiori ai suoi, come dice lei. Rifletta prima di parlare.
E poi su quali basi si permette di dire che chi ha gestito il concorso sia abituato a farlo in modo arbitrario? Bisogna avere le prove per fare simili accuse. O almeno essere meno vaghi: la sua imprecisione mi fa pensare che non sappia minimamente di cosa parla.
Gentile Beatrice, io sono sempre stato per l’abolizione delle prove scritte in un concorso in cui si valuta la vita di un ricercatore. Sono i titoli che contano, le cose che si sono scritte negli anni, anni di ricerca e di impegno, e che danno la prova di qualità a lungo termine, non un temino ben fatto, che è roba al massimo da prova scritta di italiano all’università. Fare o non fare bene un tema è cosa sottposta a troppe variabili, dalla giornata storta, di mal di testa, alla casuale scelta di un argomento che conosci meno bene, tra tanti che magari padroneggi benissimo. E poi, diciamocelo, cosa si può scrivere di tanto interessante in sei ore di tema? Un bignamino, più o meno eloquente. Allora premiamo i bravi riepilogatori?
Per non parlare poi del fatto, notorio, che – a parte la fortuna – spesso i commissari formulano i temi ben sapendo le competenze dei loro candidati. Suvvia, non mi faccia credere di essere così ingenua, o di essere nata ieri. Il tema è la forma più facile per truccare un concorso. Non è neanche necessario passare sottobanco la traccia al proprio pupillo: basta darla su quello che sai essere il suo argomento.
Beatrice, ne sai di particolari… Devi essere perlomeno un’amica di Geri!
Allora, da quello che mi pare di capire da quello che dici, su ben 7 tizi nessuno è riuscito a fare uno straccio di scritto migliore di uno appena uscito da un dottorato????.. Se è così, di certo meglio perderli che trovarli!!!! Però ammetterai che lui ha avuto una gran bella botta di … a capitare col tema sul suo autore, no???
Beato lui! Speriamo che succeda pure a me, quando mi laureo!!
Se è vero quello che dice Alonso, allora voglio laurearmi con quello che gli ha passato il compito!!! è un grande!!! Magari trovare professori così, che aiutano i loro studenti!
Non tutti gli studenti, però, cara Kikka: dato che si tratta della stessa persona che ora vuole cacciare la Fioravanti.
Francesco
Pure tu mi sa che sai un sacco di cose…Francesco. Ma non stavi in Svizzera?? Hai le spie qua a Roma??
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Sono daccordo con Michelangelo Pecoraro sulla indiscutibile legalità del bando: formalmente non si può contestare nulla. Possiamo tuttavia farlo a livello etico!
Leggendo gli articoli linkati da Francesco (non io , ovviamente: lo specifico per chi legga solo gli ultimi commenti) e semplicemente conoscendo l’Italia e la sua accademia delle scienze, si può facilmente dedurre che la caratteristica del sistema pubblico (e lo vorrei sottolineare: pubblico) italiano sta nella “familiarità”. Attenzione! Non ho scritto che si vincano concorsi per mera amicizia; voglio intedere che tutti si conoscono. Non solo: i cognomi ritornano a Roma, alla Sapienza, la più grande università d’Europa!
Penserei a questo punto che le qualità intellettuali si trasmettano per via genetica (attendo con ansia chi me ne linki la dimostrazione scientifica). Eppure in parte è vero. Infatti, non si trasmette il “gene della conoscenza acquisita”, ma sicuramente un percorso “facilitato”, per il semplice motivo che se “il figlio di” è sempre stato immerso nel mondo del lavoro del padre (a meno che non lo rifiuti) avrà i mezzi (e non alludo a mezzi illeciti, ma semplicemente i mezzi economici e le conoscenze giuridiche, ecc…) che servono per muoversi in quell’ambito. Ma stiamo allungando il brodo. Torniamo a noi.
Nel caso dell’accademia, ciò che fa storcere il naso è che la Sapienza assomigli ad un piccolo paesello, dove su cento abitanti almeno settanta sono cugini e i trenta rimasti sono parenti acquisiti. E quando si presenta lo straniero, questo puzza e deve essere cacciato, esiliato. E se è pure più bravo, peggio! A pedate!
Credo che il dibattito avviatosi qui e nei corridoi di Italianistica sia utile a farla finita con i sistemi clientelari: non sarà il caso della Donzelli, anzi, non lo è sicuramente. Ma almeno parliamone.
Alonso ha scritto: “Non è neanche necessario passare sottobanco la traccia al proprio pupillo: basta darla su quello che sai essere il suo argomento”: se poi, come è arcinoto, la busta con la traccia fra le tre offerte è stata scelta dal pupillo, e su chiamata del commissario!!! e se la seconda traccia del concorso, sulll’autore di cui si occupa il pupillo, era solo una, senza possibilità di scelta… che ne pensi Beatrice del caso ‘fortunato’???
Ricapitoliamo:
1) la busta della prima prova (una su tre) è stata “pescata” dal futuro vincitore;
2) la traccia della seconda (una “secca”) era sull’autore di cui si stava proprio allora occupando il futuro vincitore…
E che ne pensi, Beatrice, del fatto che questa seconda traccia fosse stata portata a mano dal commissario interno, su foglietto volante, senza alcuna busta, mentre nel verbale risulta che addirittura una delle candidate ha visionato la busta in questione e ha appurato la regolarità della stessa? Pensaci un attimo, Beatrice! Tesoro…
E che ne pensi del fatto che anche solo questo fosse un vizio formale sufficiente a impiantare un ricorso, ma nessuno dei magnifici 8 (ops! scusa!) 7 l’ha fatto???
Pensaci un attimo, Beatrice, e dimmi…
Francesco
Cara Beatrice,
ti racconto una storia:
C’era una volta un concorso per ricercatore che doveva svolgersi a maggio del 2010. C’erano tanti candidati, tra cui gli 8 di cui sopra, ma tutti (a Sapienzaland e fuori) sapevano che doveva vincerlo (per merito) un nono candidato. Questo candidato aveva presentato domanda anche per un altro concorso per associato, in un’altra città.
A un tratto, all’improvviso, uno dei tre commissari del concorso per ricercatore, per sue imperscrutabili ragioni, chiede di posticipare il concorso di Sapienzaland: sai a quando, Beatrice? a una settimana esatta dopo quell’altro per associato! Buffo, no?
Insomma, guarda il caso e la fortuna: il candidato che doveva vincere a Sapienzaland – colpo di scena! – vince il concorso per associato fuori, lasciando a bocca aperta alcuni candidati che, fino al giorno prima, speravano concretamente di potervi diventare associati…
Tutti gli 8 candidati di Sapienzaland, allora, pensano di avere – inaspettatamente- una possibilità di vittoria, e sono felici! Partecipano impegnandosi al massimo…
E poi, come sai, vince il più giovane, il pupillo.
Sai come va a finire la storia?
Che il nono candidato sta ancora aspettando la chiamata come associato, mentre il pupillo prende lo stipendio da novembre…
E sai la cosa più buffa della storia? Il comun denominatore dei due concorsi è il famoso commissario interno.
Bella la storiella, vero Beatrice?
Genialeeee!!!!!!!!
Lo voglio conoscereee!!!!!!!!!!!
Stai dicendo che si è levato il nono dai c……… per far vincere il suo protetto???? Che mito!!!! Un genio del malel!!
Sì Kikka, è esattamente quello che ha fatto, questo “genio del male”… e lo ha fatto sotto gli occhi di tutta la comunità scientifica nazionale, in totale spregio delle regole (baronali, ma pur sempre regole) dell’università. Ti dirò di più: lo ha fatto con una tale faccia di bronzo e una tale mancanza di vergogna che a settembre, nel bel mezzo del suo piano, si è persino messo a predicare, davanti all’assemblea riunita dell’Adi – l’associazione degli studiosi di letteratura italiana di cui è presidente – un maggiore impegno etico e una maggiore regolarità nella gestione dei concorsi.
Chi ci vive da tanto tempo nell’accademia ne aveva viste di cose oscene, ma questa doppietta alla Sapienza (Geri-Donzelli) ha superato ogni limite.
Io sono veramente senza parole. Non mi intendo di dottorati e non so sicuramente tante cose che altri mostrano di sapere. Guardo dall’esterno e seguo per caso questa vicenda. Ho letto sia l’articolo di Repubblica che quello qui pubblicato e se da una parte uno può essere superficiale anche qui, lasciatemelo dire, non mi sembra che siamo proprio imparziali, la sensazione che percepisco è che una posizione certo ci sia, come ovviamente deve essere. Non dico niente in merito. Vorrei semplicemente esprimere una convinzione profonda che mi supisco di come non emerga dai commenti dei miei colleghi: il fatto che una cosa sia formalmente legale non vuol dire niente, se non lo è anche eticamente!!Come fate a dare una giustificazione di questo tipo!!!Non conosco le parti in causa, non mi interessano le posizioni e gli orientamenti politici che mi porterebbero a sostenere per istinto o l’uno o l’atra parte, cerchiamo di guardare solo i fatti per favore: e l’unico fatto è che il tema del concorso coincideva con il lavoro della ricercatrice premiata. Il fatto che questo accada sempre non vuol dire che ci si deve adattare!!!!e neanche che si debbano eliminare i concorsi per affidamenti ad personam!!!!semplicemente dovrebbero essere uno strumento equo per valutare la meritocrazia….So che siamo nel campo dell’utopia ma non per questo trovo giusto che si rinunci a ciò a cui si ha diritto!!!!Mi dispiace ma questa volta anche questo articolo mi lascia perplessa, non solo quello di Repubblica, e non prendetemi in giro dicendo che non è incline ad una certa interpretazione perchè tutti conosciamo bene la scrittura, i mezzi che abbiamo a disposizione e come utilizzarli. Il mio rispetto va a tutti i vincitori di un concorso di dottorato che, anche senza assegno, hanno superato una prova affrontando un tema che non rientrava nei propri studi e che ce l’hanno fatta (se esistono) senza facilitazioni così ovvie…Sono veramente amareggiata e delusa.
Da quello che ho letto purtroppo al momento non posso che concordare con la dott.ssa Daniela Mangione.
Certo.
Solidarietà alla prof Mangione,
John
@Barbara. Il problema etico è stato trattato nei commenti, tenendo in considerazione sia la situazione passata sia quella attuale. C’è una legge e legalmente, ripeto, non può contestarsi nulla o quasi. Infatti, come fa notare gonzalo a commento dell’articolo più recente sulla vicenda, la regola prevede che “il Direttore di ricerca e il titolare dell’assegno debbono dichiarare di non essere legati da rapporti professionali o di lavoro”. Come scritto anche nella lettera a Repubblica, Elisa Donzelli ha avuto rapporti “professionali o di lavoro” con la Prof.ssa Frabotta: “Da molti anni seguo la cattedra della Professoressa Biancamaria Frabotta, prima come studentessa poi come collaboratrice e cultrice della materia”. Non so se percepisse uno stipendio e, di conseguenza non so se si possa parlare di “rapporto lavorativo”; credo tuttavia si possa intendere quale “rapporto professionale”.
http://www.donzelli.it/autore/411/biancamaria-frabotta
Il fatto di fare esami per qualcuno non vuol dire avere un rapporto professionale con lui/lei, secondo me…
Marco P.
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Lorenzo Geri ha partecipato a un concorso da ricercatore a Viterbo (Università della Tuscia) pochi mesi prima del concorso della Sapienza. Secondo alcuni ignari commentatori costui sarebbe autore di prove scritte sensazionali, indice di assoluta genialità.
Leggete cosa scrivono dei suoi elaborati scritti i professori ENRICO MALATO, LUCA CURTI, VINCENZO DE CAPRIO: (controllate sul sito dell’università della Tuscia)
ELABORATI B:
Elaborato n. 1:
giudizi individuali:
Commissario Enrico Malato:
Il candidato circoscrive il suo campo d‟indagine all‟Ottocento e in questo orizzonte ferma l‟attenzione su alcuni romanzi, l‟Ortis, i Promessi Sposi, i nieviani Le confessioni e Angelo di bontà. Rapida focalizzazione delle figure femminili, che tuttavia non va oltre una sintetica esposizione di dettagli delle rispettive vicende. Scrittura corretta.
Commissario Vincenzo De Caprio:
L‟elaborato svolge un‟ampia panoramica di più testi ottocenteschi che resta però a tratti alquanto generica. Esposizione chiara. Scrittura scorrevole.
Commissario Luca Curti:
Traccia un quadro molto vasto per illustrare l‟argomento ( da Leopardi e Foscolo fino a Imbriani). Buona forma, vasta informazione, panorama a tratti sfuggente e in fondo abbastanza convenzionale.
Giudizio collegiale:
Il candidato circoscrive il suo campo d‟indagine all‟Ottocento e in questo orizzonte ferma l‟attenzione su alcuni romanzi, l‟Ortis, i Promessi Sposi, i nieviani Le confessioni e Angelo di bontà. Rapida focalizzazione delle figure femminili, che tuttavia non va oltre una sintetica esposizione di dettagli delle rispettive vicende. Scrittura corretta.
Elaborato n. 2
giudizi individuali:
Commissario Enrico Malato:
Tentativo di analisi formale della lirica leopardiana, non priva di osservazioni interessanti, ma nel complesso non idonea a cogliere i valori profondi dell‟opera.
Commissario Vincenzo De Caprio:
Analisi formale minuta che talora è imprecisa, accontentandosi di indeterminate valutazioni positive e restando come chiusa in se stessa. Piana la forma.
Commissario Luca Curti:
Buona comprensione del testo, corretta analisi metrica e testuale, buona forma. Poco interessato a considerazioni storico-filosofiche, formula nel finale una prospettiva ispirata ma da dimostrare.
Giudizio collegiale:
Tentativo di analisi formale della lirica leopardiana, non priva di osservazioni interessanti, ma nel complesso non idonea a cogliere i valori profondi dell‟opera.
giudizio collegiale sugli elaborati B.
Buon tentativo di definire un discorso critico sul tema della prima prova e sul testo oggetto della seconda prova, che tuttavia non riesce a raggiungere risultati di piena maturità.
il solito concorso pilotato, che ha escluso un ragazzo dotato
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