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Il potere di un assegno di ricerca

Una ricercatrice della facoltà di Lettere

Recentemente la facoltà di Lettere è scossa dalla vicenda che riguarda la professoressa Biancamaria Frabotta, e le dottoresse Elisa Donzelli e Arianna Fioravanti. La tensione, in facoltà, si taglia con il coltello: molti studenti ne parlano e di tanto e tanto si riesce a cogliere qualche frammentaria informazione originale, come una conversazione, colta per caso passeggiando, in cui ho sentito chiaramente da un dottorando: “Ps psss assegno psss bando”. “Pssss soldi psss, psss puttana”, ha continuato lo studioso, concludendo: “Psss tagliata male psss psss ti ammazzo psss”. Non perdiamo la visione generale della cosa e riassumiamo in due parole quello che è successo: acqua calda. Certo, direte voi, un conto è saperlo, un conto dirlo. Ma pure dirlo non è così tanto nuovo se si pensa che in fondo non ci sono particolari irregolarità nella procedura; tuttavia la vicenda suggerisce qualche riflessione.

Innanzitutto non si capisce perché per gli assegni di ricerca, di cui si sa già l’esito (mettendoci tutta la buona fede del caso), si debbano fare dei concorsi con bandi assurdi come “La scoliosi di Gregorio VII: linee di ortopedia nella chiesa cattolica medievale”, dedicati solo a una persona; sarebbe come mettere nel regolamento della Serie A che può partecipare solo una squadra giallorossa che ha sede in una città con il Colosseo. Perché se Elisa Donzelli magari era la più strameritevole in assolutissimo per quell’assegno, questo non vuol dire che in altri casi sia così. Vuol dire che la gestione di questi soldi è affidata a professori universitari di materie umanistiche, gente che ha diviso una facoltà in due facoltà uguali, insomma, non persone verso cui nutrire il massimo della fiducia per quanto riguarda la gestione. Abbiamo davvero un sistema in cui con gli assegni di ricerca si può far un po’ il cazzo che si pare? Se invece si regolamentasse l’assegnazione, pur lasciando la titolarietà per i professori a cui vengono assegnati i soldi da gestire, sarebbe anche semplice (e dovuto) controllare come vengono gestiti questi soldi.

La frase che più mi ha colpito, attribuita dalla Fioravanti alla professoressa Frabotta, è “O hai fiducia in me o lasci il dottorato”. Frase che io tradurrei con “Abbi fiducia, arriverà anche il tuo turno, altrimenti ciao”. Frase che ci aspetteremmo detta da un monarca a un suo feudatario, in quei rapporti cavallereschi frutto del prestar servizio e della riconoscenza. In effetti, in questo clima da corte di un impero decadente, non suona così strana. Quando ci sono pochi soldi si instaurano dei rapporti di potere difficilmente scardinabili. Il giovane studioso, che magari si è fatto un dottorato senza borsa, deve ringraziare un professore che gli trova dei soldi o un assegno di ricerca, e deve farlo da prima che abbia quei soldi, fidandosi della parola data. Ma quando un qualsiasi essere umano dà dei soldi “non dovuti” (o è nella posizione per cui può dare soldi “non dovuti”) a un altro essere umano che ne ha bisogno, il primo essere umano guadagna una posizione di potere rispetto all’altro. Clientelismo. Si chiama così. C’è per il cugino dello zio che vi trova un posto in Provincia, c’è all’università per gli assegni di ricerca. Tu fai un favore a me (assistenza, esami, ecc.), io provo a fartelo a te. Tu aspetta, spera e abbi fiducia.

Non è detto che questa volta sia andata così, e ripeto che a quanto si legge è stato fatto tutto nella legalità. Ma questa vicenda fa risaltare come la gestione dei soldi sia poco chiara, e si presti facilmente a situazioni in cui potrebbe esserci tutto tranne che la buona fede. E mettiamo anche che ci sia la buona fede, sempre, i criteri quali sono? Li decide un professore? No, in teoria c’è una commissione; ma a che serve la commissione se non deve valutare nulla di un concorso, visto che è costruito ad hoc per una sola studiosa? Allora che altri criteri ci sono? Le liste d’attesa, ergo l’anzianità di servizio presso qualcuno? La pietà verso un ricercatore che sta nel dipartimento da dieci anni e gli ultimi due li ha passati con la barba sfatta abbandonato in un corridoio a straparlare di Dante con un cappello girato davanti?

Più che proporre alternative, a me sembra che i professori ci sguazzino in questo sistema, fatto di dottorati senza borsa “tanto qualche soldo te lo troviamo” e assegni di ricerca “prima o poi c’è anche per te”. E in questo sguazzarci mi pare non siano estranei neanche gli allievi, accettando spesso di aiutare, servire, fare senza essere pagati o venendo sottopagati, ma sperando in qualcosa per il futuro e accontentandosi, per il presente, delle briciole elargite. Quello su cui dobbiamo riflettere non è questa vicenda, ma l’impenetrabilità del sistema di gestione dei soldi. La scarsa chiarezza porta, di fatto, anche a delegittimare qualsiasi richiesta di fondi che viene fatta al Ministero; è una freccia nella faretra della Gelmini e di Tremonti quando devono motivare altri tagli; indebolisce qualsiasi protesta fatta da professori e allievi. Per questo la vicenda riguarda tutti noi, dalla matricola al professore ordinario, chiunque pensi che se dall’alto non arrivano progetti seri, si dovrebbe innanzitutto cambiare qualche cosa nella nostra facoltà.

Notarella: ho letto nei commenti di qualche lettore che si lamentava che il Giornale non andasse a fondo nella vicenda, per presunte paure. Volevo ricordarvi semplicemente che esistono due tipi di giornalismi: uno sensazionalistico e impressionistico, che riporta quello che gli fa comodo, sente le parti che vuole sentire, evita di informarsi perché più informazioni = meno sensazionalismo (insomma l’articolo di Zunino); poi ce n’è un altro, che alle sensazioni e alle emozioni preferisce il ragionamento e la razionalità, quindi cerca di sentire tutte le parti in causa, a scapito del sensazionalismo, a scapito del tempo (informarsi fa perdere tempo). Tutto questo è fatto GRATIS (anzi, in genere per le spese tipo server paghiamo tutti una somma, quindi rimettendoci), se non un pugno di soldi che viene dato per le edizioni cartacee, quando ci sono presunti giornali universitari pieni di pubblicità e con servizi del tipo “Gli studenti e il raffreddore, come fare” che prendono una barca di soldi. Un minimo di rispetto, grazie.

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53 Risposte: a Il potere di un assegno di ricerca

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