Recentemente la facoltà di Lettere è scossa dalla vicenda che riguarda la professoressa Biancamaria Frabotta, e le dottoresse Elisa Donzelli e Arianna Fioravanti. La tensione, in facoltà, si taglia con il coltello: molti studenti ne parlano e di tanto e tanto si riesce a cogliere qualche frammentaria informazione originale, come una conversazione, colta per caso passeggiando, in cui ho sentito chiaramente da un dottorando: “Ps psss assegno psss bando”. “Pssss soldi psss, psss puttana”, ha continuato lo studioso, concludendo: “Psss tagliata male psss psss ti ammazzo psss”. Non perdiamo la visione generale della cosa e riassumiamo in due parole quello che è successo: acqua calda. Certo, direte voi, un conto è saperlo, un conto dirlo. Ma pure dirlo non è così tanto nuovo se si pensa che in fondo non ci sono particolari irregolarità nella procedura; tuttavia la vicenda suggerisce qualche riflessione.
Innanzitutto non si capisce perché per gli assegni di ricerca, di cui si sa già l’esito (mettendoci tutta la buona fede del caso), si debbano fare dei concorsi con bandi assurdi come “La scoliosi di Gregorio VII: linee di ortopedia nella chiesa cattolica medievale”, dedicati solo a una persona; sarebbe come mettere nel regolamento della Serie A che può partecipare solo una squadra giallorossa che ha sede in una città con il Colosseo. Perché se Elisa Donzelli magari era la più strameritevole in assolutissimo per quell’assegno, questo non vuol dire che in altri casi sia così. Vuol dire che la gestione di questi soldi è affidata a professori universitari di materie umanistiche, gente che ha diviso una facoltà in due facoltà uguali, insomma, non persone verso cui nutrire il massimo della fiducia per quanto riguarda la gestione. Abbiamo davvero un sistema in cui con gli assegni di ricerca si può far un po’ il cazzo che si pare? Se invece si regolamentasse l’assegnazione, pur lasciando la titolarietà per i professori a cui vengono assegnati i soldi da gestire, sarebbe anche semplice (e dovuto) controllare come vengono gestiti questi soldi.
La frase che più mi ha colpito, attribuita dalla Fioravanti alla professoressa Frabotta, è “O hai fiducia in me o lasci il dottorato”. Frase che io tradurrei con “Abbi fiducia, arriverà anche il tuo turno, altrimenti ciao”. Frase che ci aspetteremmo detta da un monarca a un suo feudatario, in quei rapporti cavallereschi frutto del prestar servizio e della riconoscenza. In effetti, in questo clima da corte di un impero decadente, non suona così strana. Quando ci sono pochi soldi si instaurano dei rapporti di potere difficilmente scardinabili. Il giovane studioso, che magari si è fatto un dottorato senza borsa, deve ringraziare un professore che gli trova dei soldi o un assegno di ricerca, e deve farlo da prima che abbia quei soldi, fidandosi della parola data. Ma quando un qualsiasi essere umano dà dei soldi “non dovuti” (o è nella posizione per cui può dare soldi “non dovuti”) a un altro essere umano che ne ha bisogno, il primo essere umano guadagna una posizione di potere rispetto all’altro. Clientelismo. Si chiama così. C’è per il cugino dello zio che vi trova un posto in Provincia, c’è all’università per gli assegni di ricerca. Tu fai un favore a me (assistenza, esami, ecc.), io provo a fartelo a te. Tu aspetta, spera e abbi fiducia.
Non è detto che questa volta sia andata così, e ripeto che a quanto si legge è stato fatto tutto nella legalità. Ma questa vicenda fa risaltare come la gestione dei soldi sia poco chiara, e si presti facilmente a situazioni in cui potrebbe esserci tutto tranne che la buona fede. E mettiamo anche che ci sia la buona fede, sempre, i criteri quali sono? Li decide un professore? No, in teoria c’è una commissione; ma a che serve la commissione se non deve valutare nulla di un concorso, visto che è costruito ad hoc per una sola studiosa? Allora che altri criteri ci sono? Le liste d’attesa, ergo l’anzianità di servizio presso qualcuno? La pietà verso un ricercatore che sta nel dipartimento da dieci anni e gli ultimi due li ha passati con la barba sfatta abbandonato in un corridoio a straparlare di Dante con un cappello girato davanti?
Più che proporre alternative, a me sembra che i professori ci sguazzino in questo sistema, fatto di dottorati senza borsa “tanto qualche soldo te lo troviamo” e assegni di ricerca “prima o poi c’è anche per te”. E in questo sguazzarci mi pare non siano estranei neanche gli allievi, accettando spesso di aiutare, servire, fare senza essere pagati o venendo sottopagati, ma sperando in qualcosa per il futuro e accontentandosi, per il presente, delle briciole elargite. Quello su cui dobbiamo riflettere non è questa vicenda, ma l’impenetrabilità del sistema di gestione dei soldi. La scarsa chiarezza porta, di fatto, anche a delegittimare qualsiasi richiesta di fondi che viene fatta al Ministero; è una freccia nella faretra della Gelmini e di Tremonti quando devono motivare altri tagli; indebolisce qualsiasi protesta fatta da professori e allievi. Per questo la vicenda riguarda tutti noi, dalla matricola al professore ordinario, chiunque pensi che se dall’alto non arrivano progetti seri, si dovrebbe innanzitutto cambiare qualche cosa nella nostra facoltà.
Notarella: ho letto nei commenti di qualche lettore che si lamentava che il Giornale non andasse a fondo nella vicenda, per presunte paure. Volevo ricordarvi semplicemente che esistono due tipi di giornalismi: uno sensazionalistico e impressionistico, che riporta quello che gli fa comodo, sente le parti che vuole sentire, evita di informarsi perché più informazioni = meno sensazionalismo (insomma l’articolo di Zunino); poi ce n’è un altro, che alle sensazioni e alle emozioni preferisce il ragionamento e la razionalità, quindi cerca di sentire tutte le parti in causa, a scapito del sensazionalismo, a scapito del tempo (informarsi fa perdere tempo). Tutto questo è fatto GRATIS (anzi, in genere per le spese tipo server paghiamo tutti una somma, quindi rimettendoci), se non un pugno di soldi che viene dato per le edizioni cartacee, quando ci sono presunti giornali universitari pieni di pubblicità e con servizi del tipo “Gli studenti e il raffreddore, come fare” che prendono una barca di soldi. Un minimo di rispetto, grazie.

Gentili redattori,
trovo interessanti le vostre riflessioni. Vi invito, però, a fare attenzione nell’adoperare certe parole: decidere di lavorare sottopagati è una libera scelta, che non implica necessariamente il servilismo.
Per quanto mi riguarda, non mi è mai stato promesso niente, da nessuno: i contratti ottenuti partecipando a bandi trasparenti e concorrendo assieme ad altri candidati comunque qualificati, come già illustrato, sono titoli da esibire nei concorsi.
In 11 anni di collaborazione con “La Sapienza” non ho mai servito nessuno, e non sento di aver mai abdicato alla mia dignità.
M. Panetta
Gentile professoressa, naturalmente non conosco ogni singolo caso, e sono certo che a lavorare in queste condizioni con così pochi soldi implichi qualche sacrificio (sacrifici che comunque mettono sempre in una condizione precaria e quindi di debolezza all’interno del sistema, condizione che ogni persona può gestire diversamente). Però le mie parole sono più una critica a quello che un tale sistema (basato su pochi soldi e poca chiarezza) può consentire, non penso sia così in tutti i casi. E se un sistema tale consente anche di agire non secondo buon senso, io penso che qualcosa vada cambiato, perché non ho una fiducia assoluta quando in ballo ci sono dei soldi e posti di lavoro.
…in quest’articolo tutti i pezzi impazziti del puzzle ritornano forzatamente a posto. Siete sicuri che sia proprio giornalismo d’inchiesta??
Questo è un editoriale: differenza di categoria, differenza di contenuto. Qua si dà un’opinione, supportata dai dati che abbiamo fornito, finora, tramite la nostra inchiesta. Non c’è alcun puzzle e non vedo forzature, solo interpretazione.
La frase “O hai fiducia in me o lasci il dottorato” non mi pare un invito e una promessa (“Abbi fiducia, arriverà il tuo turno”) ma una minaccia: “se mi contesti e ti metti a discutere con me, ti caccio dal dottorato”. La Fioravanti, sensatamente, in apparenza, ha quindi chiesto un diverso tutor, perché il dottorato è un corso di studi, e il tutor non è il “padrone” del dottorando, esattamente come il professore con cui ci si laurea non è il datore di lavoro dello studente. Se però per uno studente non è scandaloso cambiare relatore, è scandaloso cambiare tutor di dottorato. Infatti la richiesta della Fioravanti è caduta nel nulla. Quando fai un passo dentro il sistema devi imparare che “appartieni” a qualcuno, appunto il feudatario. Se non appartieni a nessuno rimani fuori. E se discuti con uno significa che magari ti permettere di dicutere con chiunque altro – di qui la pericolosità intrinseca della Fioravanti, che l’istituzone dei baroni considererà d’ora in poi, a buona ragione, una dissidente, da espellere a tutti i costi (dato che non esistono galere e ospedali psichiatrici ad hoc, in cui sarebbe altrimenti internata). Questa logica è anche la ragione per cui quasi nessuno ha la possibilità di contestare il sistema dall’interno – se lo fai sei automaticamente fuori. La questione della poca chiarezza nell’assegnazione dei pochi soldi è conseguenza – non causa – di tale logica di sistema. Che ha come ulteriore e non minore conseguenza l’irrilevanza degli studenti, della didattica, del buon funzionamento amministrativo. Sono perciò gli studenti, la sola forza in gioco fuori del sistema, a poter combattere per una università realmente pubblica e indirizzata agli scopi istituzionali.
Certo, ci vuole coraggio a combattere per una giusta causa. Che non lo faccia “quasi nessuno” (ma questo quasi a chi è dovuto?) perché “se lo fai sei automaticamente fuori” fa capire molto bene che chi scrive sia proprio una di quelle persone che, pur facendo parte del sistema, preferiscono contestarlo grazie a post anonimi, spronando gli studenti a muovere il culo, piuttosto che fare qualcosa di concreto mettendo sul piatto la propria faccia e la propria carriera.
Ovvio che siano scelte difficili, ovvio che non si possa parlare tout court di “servilismo” perché, con un minimo di intelligenza e cognizione della complessità non solo di questi problemi, ma del mondo intero, si capisce come si tratti di mere semplificazioni, eppure davvero pensate (e mi riferisco al nutrito e complesso universo dei docenti a contratto, dei dottorandi e dei post-dottorandi, dei cosiddetti “precari” dell’università) che la soluzione sia spingere gli studenti a protestare, spingerli a fare, per usare un’espressione trita ma quantomai adeguata in questo caso, il lavoro sporco?
Non pensate che forse, visto anche l’interesse che stiamo mostrando e il nostro bisogno di gettare luce su questioni scarsamente illuminate, anziché star qua a criticarci, lodarci, gettarci brani di informazioni sparsi in post firmati da diversi nick anonimi (anche quando l’autore del post è, magari, lo stesso), stuzzicarci e spammarci, sia meglio trovare un luogo dove discutere apertamente, chiaramente, onestamente e, certo, soprattutto coraggiosamente, vista la vostra posizione, queste complesse problematiche?
Vi scrivo questo con sincerità e un po’ di amarezza, anche io un giorno potrei voler intraprendere – perché no? – una carriera universitaria e quindi sono il primo a lavorare affinché il sistema universitario diventi, una volta per tutte, chiaro e funzionale. Lo faccio da tempo, in prima persona nella mia Facoltà e in senso lato avendo fondato questo Giornale e lavorandoci. Piccola parentesi: in piccolo abbiamo lo stesso problema, visto che questo Giornale (non “giornale di…” o, peggio ancora, “giornalino di Facoltà”), pur lavorando con e per gli studenti e con nostro grande impegno, non ha mai ricevuto una mano da parte dell’istituzione per cui sudiamo, solo porte in faccia.
Lavoro e lavoriamo per far diventare il sistema chiaro e funzionale: non siamo scemi. Se avete letto il primo articolo, dove io e Mauro facciamo il punto della situazione, dovreste aver capito che non ci piacciono le spiegazioni semplicistiche e, soprattutto, non ci piace chi prova a sviare, oscurare, mistificare.
Non volete che il vostro nome venga pubblicato? Mandateci una mail e spiegateci tutto per filo e per segno. Discutiamo francamente del problema. Non mettetevi a postare infiniti commenti anonimi e cambiando nickname: è veramente un comportamento misero che vi mette al livello di chi organizza un concorso ad personam e non si addice a chiunque voglia lottare per ottenere un cambiamento in meglio dello status quo.
Escludete proprio la possibilità che ad ogni nome corrisponda una persona diversa, vero? non vi rendete conto della vastità del fenomeno, del malcontento diffuso che serpeggia.
Di carne (bollente) a fuoco finora ne è stata già messa tanta: sufficiente a far scoppiare un sistema. Ma voi non ve ne rendete nemmeno conto. Probabilmente salteranno delle teste, per questo: solo per aver suggerito qualcosa. E non si tratta di esami passati con 28 anziché con 30: si tratta di posti di lavoro, di carriere interrotte. Ma voi volete altre informazioni: non vi bastano.
Vi permettete pure di fare la morale.
Non sapete quanto è difficile non mettersi al livello di chi organizza concorsi ad personam, mantenere i nervi saldi, continuare a fare il proprio dovere: vi auguriamo di non doverlo sapere mai.
Ma lo capite che se noi non abbiamo testimonianze non possiamo fare assolutamente niente?! Chi darebbe retta a degli pseudonimi? E comunque c’è stato l’invito a rivolgervi alla redazione. Potete dire loro. Proprio per la vostra frustrazione dovreste, ora che ne avete la possbilità, farvi presenti! Proprio perché vi hanno tolto la possibilità di esserlo, perché esclusi.
A voi la scelta.
@Teo: Non escludiamo mai a priori alcuna possibilità, abbiamo semplicemente fatto delle verifiche tecniche che escludono l’opzione che hai proposto (cioè che a ogni nick corrisponda una persona differente). Se avessi voluto calcare la mano mi sarei permesso anche di ipotizzare dei nomi, ma non è questo il punto: sono stato sincero e ho offerto un tavolo di discussione, oltre alla disponibilità di accogliere qualsiasi dato ci venga offerto tramite mail.
Non è mia intenzione fare la morale a chicchessia, ma se si commenta ad libitum bisogna anche capire che vengono suscitati nei lettori (in questo caso nei redattori che sono anche lettori dei commenti) una serie di sentimenti. Ho cercato, semplicemente, di esternare alcuni dei miei. Non prendiate la cosa come un attacco o un tentativo di fare la morale: mi/ci interessa solo un confronto sincero, consapevole, coraggioso.
Con quest’ultimo post voi suggerite chiaramente l’idea che a parlare siano proprio le persone direttamente coinvolte in questa storia: intanto non potete sapere CHI stia realmente scrivendo quei post (rifletteteci bene bene); poi, se anche fosse vero, nessuno di loro avrebbe più il coraggio di dire niente (non credete?), perché quella che state attuando sembra quasi una denuncia, dall’esterno. Non altro.
Se un giornalista denunciasse le sue fonti, perderebbe la possibilità di fare affidamento sulle loro testimonianze. L’anonimato di certe fonti va tutelato, se si crede nella verità.
Non replicate oltre, prego.
Beh, vi dico che addirittura io ho scoperto che ci sono due teo, perché io non sono quello dei due post sopra, né del commento dei puzzle postato all’inizio. Ma non grido allo scandalo. Fa parte delle possibilità e dei giochi di questo mezzo.
L’anonimato è:
1 – anzitutto un diritto e una prassi di commento nella rete, contemplata nella natura stessa del post, senza che questo costituisca peccato. Scagliarsi contro chi usa questa possibilità è solo foriero di un blocco del dibattito: a meno che gli scopi non siano proprio intimidatori, e in questo caso l’effetto è raggiunto. E’ questo? Dire che c’è chi si firma in un modo o nell’altro va molto, troppo vicino alla violazione della privacy: o quantomeno verso una forma di inibizione forte, se detta da parte di un redattore che quasi grida, e pure incazzato: parlate, vergognatevi, io ho in mano i dati! Non dovrebbe essere detto da chi ha offerto ai lettori di partecipare al dibattito. E’ come se un arbitro che in campo si fermasse e facesse il pezzo ai giocatori perché si permettono di fare fallo. Si fa, accade. Però, assai più del fallo in campo, in questo caso ci sono motivazioni ‘sane’:
2- per esempio quella per cui l’anonimato è stato, in questo caso, la condizione che ha permesso, a parte qualche esempio di pazzo che si è firmato (o coraggioso, dipende dalla lettura), che certe cose fossero dette.
3 – l’anonimato, o il nascondersi del più debole – ammesso che si ammetta qui che c’è una parte più debole; ammesso che si ammetta che gli ordinari, e gli ordinari che creano un ‘sistema’ di potere’ , forse qualche vantaggio in forza lo hanno – ha anche una storia nobile, a meno che non si vogliano sanzionare i carbonari o i partigiani perché non si pubblicavano in liste affisse agli angoli di strada; ma bisogna conoscerla, quella storia, e averla capita, quella storia;
4- che dunque un diritto ‘storico’ come quello dell’anonimato sia un motivo sufficiente a equiparare gli anonimi (anonimi perché? ricordo, anonimi si sono detti anche dei docenti, cazzo!!) ai baroni‘che fanno le leggi ad personam’ come ha scritto Pecoraro, o diciamo pure i deboli ai forti è veramente non so se un granchio o un’ingiustizia profonda (e anche un po’ triste), e che tristemente credo induca di nuovo la direzione del silenzio;
5 – infine che si possa pensare che chi ci dice ‘voi potete cambiare le cose’ o ‘create una università nuova’, cioè chi riconosce la nostra libertà e la nostra forza come studenti ‘istighi a muovere il culo’ mi sembra davvero un sintomo del fatto che le parole di chi ha parlato non siano servite a capire quello che sta succedendo.
Peccato.
Qualche considerazione sul post di Michelangelo Pecoraro.
1. Dovrebbe essere evidente da un pezzo che l’anonimato è condizione indispensabile perché si possa parlare di questa roba. Non averlo capito significa non aver capito la natura stessa della questione. E come ci si può fidare di qualcuno che non si comporta come un giornalista, e chiede a gran voce e con toni perentori il suicidio professionale di chi offre spunti e riflessioni utili proprio al suo stesso lavoro giornalistico?
2. L’idea che ci siano poche persone e tanti pseudonimi dovrebbe essere argomentata meglio. Mai pensato che ci siano alcune persone che usano uno stesso IP perché sono coinquilini, perché studiano assieme, perché postano dai PC di una stessa biblioteca (o dipartimento)? Oppure la convinzione manifestata è derivata da indagini ad hoc, per esempio richieste ai server di associare gli indirizzi IP ai nominativi? Vanno intese come una minaccia? Perché non fare una pubblica lista dei nominativi dietro agli pseudonimi, in modo da produrre il massimo danno possibile ai più deboli, e fare un favore ai potenti? Sono saltati i nervi? Perché? Non ci sarà forse un problema, e molte persone che lo dibattono con queste modalità perché interessa molti e può essere dibattuto solo così? E poi: stuzzicarci e spammarci? Ma chi diavolo vi spamma? E dire che gli studenti sono la sola forza collettiva non ricattabile del sistema universitario significa “stuzzicare”?
3. Personalmente, non ho mai spronato qualcuno a muovere il culo, semmai l’ho invitato a tenerlo ben posato sulla sedia. A pensare. Se le vittime di questa situazione – che NON ne sono affatto complici – fossero in condizione di esporsi direttamente, a che servirebbe questa denuncia-discussione in questo sito? A passare il tempo? Anche chi è, per così dire, ai margini, come me, è coinvolto dalla necessità dell’anonimato – per esempio anche UnRicercatoreAll’Estero. Perché non si firma? Per ovvia prudenza. Per non mettere a repentaglio non tanto la propria carriera quanto quella altrui. Non capite perché? Perché nel sistema universitario le responsabilità non sono mai solo personali. Se ti dichiari, tutti i tuoi amici e tutte le persone che si presume siano nella tua “cordata” (magari immaginaria) diventano nemici di chi hai attaccato. Le ritorsioni sono per gli altri, anche se tu sei fuori tiro.
4. Mettere sullo stesso piano chi si difende dal sopruso con l’anonimato con chi usa il sopruso per il proprio potere è semplicemente stupido. Così stupido che non ci si può nemmeno offendere.
Nessuno si scaglia contro l’anonimato tout court, rileggete bene il mio post: è triste vedere le stesse persone che usano nickname differenti per far uscire fuori brandelli di informazioni. Volete dire qualcosa? Avete qualche informazione che ritenete importante perché getta luce su una qualsiasi ingiustizia? Comunicatecela via mail o scrivetela in un post, anche anonimo.
Ho deciso di rispondere con un commento (quello abbastanza lungo che precede di poco questo) anziché con un articolo, come avrei potuto, essendoci una politica ben precisa dietro una lunga sequela di commenti negli articoli che si sono occupati di questo problema, solo per fare un tentativo e fare un appello alle persone che stanno partecipando alla discussione: lasciate perdere questo modus operandi.
Lasciatelo davvero perdere, perché nel migliore dei casi io e gli altri redattori ci stuferemo di rispondere ai commenti, posteremo altri articoli e tra qualche giorno nessuno si ricorderà più dell’argomento, e gli unici a rimetterci saranno coloro che, avendo denunciato un qualsiasi problema, rimarranno isolati. Nel peggiore dei casi potremmo dover rispondere di qualcuno dei commenti che si saranno accumulati e, forse, verremo costretti a cancellarne alcuni. Costretti, perché la nostra politica è sempre stata quella della libera discussione, anche coperta dall’anonimato.
Allora, se la volontà è quella di fare in modo che questo dibattito serva effettivamente a migliorare un pochino il mondo in cui, volenti o nolenti, viviamo e studiamo, la soluzione è deporre sfiducia e rancore. Alcuni studenti stanno organizzando un’assemblea per parlare della questione, nel Dipartimento di Studi Greco-Latini eccetera. Potrebbe essere quello un momento interessante dove confrontarsi, oppure potreste comunicare con noi via mail (le mail dei redattori le trovate tutte nella sezione “Chi siamo”) e potremmo decidere di incontrarci in un altro momento o potremmo decidere, infine, addirittura di non incontrarci e di portare avanti la cosa via telematica, ma in modalità chiare e concordate.
Qualsiasi cosa si decida sarà meglio di proseguire con questa specie di esplosione scarica-rancori che, tra l’altro, risulta anche poco fruibile (voglio proprio sapere quale coraggioso intraprenderà la lettura dei 45, lunghissimi commenti al primo articolo, eppure ce ne sono di molto interessanti).
un giornalista che minaccia di dire i nomi delle proprie fonti (ottenuti senza il loro consenso) per danneggiarle? per ottenere commenti firmati? ‘o vi firmate o dico chi siete’! o affrontate il problema come diciamo noi, o vi roviniamo. cos’è questo?
non si è mai sentito, né su giornali né su blog.
usare la libertà di parola come arma contro quelli a cui la si è offerta.
io rifletterei, eticamente, giornalisticamente.
la libertà degli altri è anche proteggersi. se questa cosa vi fa antipatia, lasciate stare. se vi siete stancati, lasciate stare. ma non inibite il dialogo e il confronto con queste uscite, non sono degne di chi voglia fare giornalismo vero. oppure studiatevi le regole di deontologia.
che tempo farà a pasquetta?
Io odio quelli che scrivono post anonimi: secondo me, sono comunque dei vigliacchi.
Elisa Donzelli ha di certo vinto perché meritava di vincere.
F. Beraldi
Lo penso anch’io.
Come Lorenzo Geri, che probabilmente avrà fatto scritti migliori di tutti gli altri sette candidati del concorso per ricercatore.
Tutte queste polemiche sono inutili: se gli avvocati consultati dal Dipartimento hanno asserito che l’articolo 6 non è stato violato, a che pro continuare a discutere?
Nic
Secondo me, invece, ha un senso…
Ma allora, se davvero c’era questa benedetta violazione, qualcuno poteva fare ricorso, invece di lamentarsi soltanto molto tempo dopo, no? Il fatto che nessuno si sia presentato al colloquio per l’assegno prova che tutti erano consapevoli di non poter superare la Donzelli nel colloquio orale.
Daniele
A me dispiace solo per Lorenzo, che è un bravo ragazzo. E ora si ritrova sommerso anche lui in questo fango. Non lo meritava.
E che dire della prof.ssa Frabotta? Adesso non si è più nemmeno liberi di scegliere un allievo meritevole per fargli/le proseguire gli studi?
Vogliamo essere ingiusti nei confronti del merito? Mica bisogna per forza privilegiare chi non è ricco; altrimenti si rischia di cadere nell’eccesso opposto!
Lorenzo F.
Io credo che gli articoli dei redattori del giornale siano scritti bene, equilibrati e approfonditi, certo molto più di quello sbrigativo di Zunino… Comunque loro hanno avuto il coraggio di ascoltare le voci degli studenti e di schierarsi anche contro i professori apertamente, esponendosi anche con le loro foto, laddove fosse necessario.
Non saranno giornalisti professionisti, ma promettono bene.
DV
Devo chiedere a persone competenti, ma credo che se ben tre membri di una commissione su tre si espongono pubblicamente per dichiarare che un concorso è trasparente, dei motivi validi ci saranno. Di certo sanno quello che fanno.
Nicola, sono d’accordo. Però il fatto che gli studenti ci riflettano sopra non mi sembra così strano: in fondo sono cose che li riguardano da vicino. Riflettere non vuol dire per forza condannare; soprattutto in un caso del genere, in cui parliamo di una studiosa titolatissima e stimata da molti.
Anch’io non ho fiducia assoluta, quando ci sono in ballo dei soldi e dei posti di lavoro… Bisogna capire a chi conviene di più cosa.
A me dispiace molto leggere certi post pieni di ostilità.
Non si potrebbe discutere tutti serenamente, senza offendersi a vicenda?
Non è questo che volete trasmettere, soprattutto voi professori?
A me pare che chi accetta certe cose poi non possa tanto protestare; bisognerebbe farlo fin dall’inizio, rifiutando, ad esempio, di lavorare gratis.
Sì, Chiaretta. Ma anche tu stai facendo uno stage gratuito per poterlo mettere, poi, sul tuo curriculum: il senso è lo stesso. Anche se la posta in gioco è diversa.
Comunque, perché bisogna sempre pensare male?
Volete dire che tutti quelli che vincono un concorso universitario sono poco di buono? Così si finisce per fare di tutte l’erbe un fascio.
Quel post sui pezzi del puzzle è veramente assurdo! Ma dov’è il puzzle? Hanno ragione i redattori: qua del puzzle avete tirato fuori solo spizzichi e bocconi…
Solidarietà a tutti i prof. del Dipartimento: questa non è una bella pubblicità per la “Sapienza”.
Basta polemiche!
Sì. Dai, adesso stiamo esagerando.
Dire che la doppietta Geri-Donzelli sia uno scandalo della “Sapienza” mi pare davvero troppo, pur con tutto il rispetto che ho delle opinioni altrui.
Siete riusciti a mettere in mezzo pure la Bellucci, che è una persona gentile e sensibile, una delle poche che parli con gli studenti e sia disponibile.
Non vi vergognate?
Anche l’Alfonzetti si è dimostrata più volte sensibile al problema degli studenti che non provengono da famiglie ricche: la terrei fuori dalle vostre beghe.
Perché, la Frabotta stessa? Ha sempre lottato per i diritti delle donne e per certi valori.
Volete proprio infangare tutto?
Marco P.
E che spiegamento di forze! Un post ogni 2 minuti, dall’1:20 alle 2:05!
Bravi! Leggo i vostri post e provo un’amarezza pesantissima e nemmeno
ci perdo il tempo a spiegarvi il perche’, non capireste. Poi guardo fuori dalla
finestra, mi ricordo che sono lontano anni luce dalla provinciale Roma,
dalla politica italiana che deprime l’Universita’ e gli istituti di ricerca, dagli Atenei
che sono ostaggio del sistema baronale CHE SOLO VOI NON VEDETE,
poi oggi c’e’ pure il sole e penso: buona fortuna a voi, ragazzi.
Vi faccio salutare da Faber:
Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.
(F. De Andre’, Nella mia ora di liberta’)
PS: ora non facciamo che qualcuno si offende, eh! Dal mio punto di vista una situazione come quella dell’Universita’ italiana si puo’, non dico risolvere, almeno capire solo attraverso una forte messa in discussione di qualsiasi “dogma”, anche attraverso la provocazione. Ho riletto i commenti del Redattore Michelangelo. Michelangelo, se credi che il dibattito vada affrontato in un altro modo, cancella pure il mio commento precedente. Tra parentesi, con riferimento a un tuo commento precedente, credo che leggersi 45 post riguardo un argomento cosi’ importante non sia affatto faticoso.
Ottime argomentazioni, davvero. Ho cambiato idea, tutto OK, niente da discutere. Finalmente qualcuno ci ha messo la faccia e ha detto le cose come stanno: in molti, con un bel coro notturno.
E complimenti alla redazione per l’approfondito lavoro di scavo giornalistico.
Saluti a tutti, e anche da me: buona fortuna!
che marea di fregnacce
Ma sì…
Adesso ci volete pure far credere che per accedere alla carriera universitaria bisogna avere cognomi famosi o tanti soldi…
Secondo voi, tra questi ci sono nomi già sentiti???
A parte la Donzelli, io non ne vedo: come la mettiamo con questa protesta?
Non diciamo sciocchezze…
XXI
Binni Elena
Roth Marton
XX ciclo
Cholewa Ewa Beata
Iacobini Valerio
Kowalczyk Ernest
Maiur Alessia
Petteruti Pellegrino Pietro
Roncoroni Claudio
XIX ciclo
Geri Lorenzo
Parretti Lorenza
XVIII ciclo
Sbordoni Chiara
Smolizza Matteo
XXII CICLO
Cardinale Eleonora
Cristiani Chiara
Gurreri Clizia
Iacopino Angela Maria
Ibrahim Mohammed Diab Gian
Kotb Sayyid
Mantzouranis Nikolaos
Mazzuoccolo Roberta
Paciucci Marco
Suriani Anna Maria
XXI CICLO
Bintoudis Christos
Camarotto Valerio
Caruso Chiara Abigaille
Garofalo Sara
Gjekmarkai Agron
Meacci Giordano
Montebello Manuela
Scalessa Gabriele
Wei Yi
XX ciclo
Canneto Salvatore
Donzelli Elisa
Proietti Pannunzi Giorgia
Giannini Viviana
Tanzi Roberta
Visone Giovanni
XIX ciclo
Ahmed Mohamed Soliman
Benvegnù Damiano
Biancolatte Tecla
Cappellini Katia
Longo Francesco
Eun Young Kim
Salerno Antonella Maria Ester
Pensi Marta
XVIII ciclo
Corabi Gilda
Gizzi Barbara
Lee So-Young
Pacioni Marco
Tavazzi Valeria Giulia Adriana
XVII ciclo
Abdel Razek Mariam
Aramini Nadia
D’Angelo Fiammetta
De Michelis Ida
Febbraro Paolo
Meucci Valerio
XVI ciclo
Fagnani Francesca
Mangione Daniela
Masucci Manlio
Merola Valeria
Serafini Carlo
Spila Cristiano
XV ciclo
Ghirlanda Daniele
Gragnani Enrico
Lefevre Matteo
Panetta Maria
Vinci Lucrezia
XIV ciclo
De Matteis Tiberia
Ranalli Omerita Giuseppina
Tufano Ilaria
XIII ciclo
Cedola Andrea
Motolese Matteo
Nardi Florinda
XII ciclo
Carmosino Daniela
Moll Nora
Russo Emilio
XI ciclo
Cosentino Paola
Passarelli Maria Antonietta
Sgavicchia Siriana
X ciclo
Benedetti Stefano
Capata Alessandro
Gentili Sonia
IX CICLO
Cantatore Lorenzo
Cortellessa Andrea
Gigliucci Roberto
VIII CICLO
Boumis Carlo
D’Acunti Gianluca
Deidier Roberto
VII CICLO
Alemanno Laura
Bertolo Fabio Massimo
Vagnoni Debora
VI CICLO
D’Alessio Carlo
Marini Maria Teresa
Pignatti Franco
V CICLO
D’Anna Riccardo
Fortini Laura
Onofri Massimo
IV CICLO
Calitti Floriana
Gualdo Riccardo
Pulce Graziella
Spera Lucinda
III CICLO
Costa Claudio
Foà Simona
Storini Monica Cristina
II CICLO
Barbieri Eleonora
Di Paola Gabriella
Zingone Alexandra
I CICLO
Bertini Malgarini Patrizia
Carella Angela
Carini Enrico
Di Bucci Felicetti Orietta
Maragoni Giovanni Pietro
Marucci Valerio
Patota Giuseppe
Procaccioli Paolo
Trenti Luigi
Villani Giovanni
Verificate pure:
http://www.disp.let.uniroma1.it/contents/?idpagina=36
http://www.disp.let.uniroma1.it/contents/?idpagina=37
Se ne trovate anche uno solo, fate un fischio, che dormo tranquillo…
Simo
Leggete e meditate tutti:
http://www.giornalistivaldostani.it/stampa/odg/index.cfm/la-carta-dei-doveri-del-giornalista_1-6-9-0.html
Anche questo mi sembra interessante:
http://www.altalex.com/index.php?idnot=37724#richiamo_33
Cosa sì e cosa no:
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1407101#10
Questo è per Zunino: se si offende un Dipartimento o una persona, non si può negare il diritto a replicare:
http://www.odg.it/content/diritto-di-replica
Normalmente, in un Forum telematico, 1) postare un testo-lista di quasi 100 righe, 2) produrre 4 post separati, contenenti ciascuno solo un link, sono considerati comportamenti violenti. Quantomeno isterici.
Per la questione in se, il conflitto di interessi Donzelli/commissione mi sembra cosi’ ovvio ed evidente che non perdero’ altro tempo a parlarne. Non so se ha rilevanza legale ma e’ di sicuro dubbio (scusate il gioco di parole) dal punto di vista etico. Fa rabbia vedere come da qualcuno venga negata cosi’ ostinatamente l’evidenza. Cosi’ non si discute seriamente della faccenda. Altre tesi campate in aria, caro Stefano P. e Simone C., ad esempio la “prova” che non c’e’ nessuno “famoso” nel dottorato di italianistica, nemmeno le discuto.
Finti studenti, o aspiranti portaborse, più realisti del re, che scendono in piazza compatti per gridare solidarietà a Quondam (a Quondam!!!) , e si stracciano le vesti dinanzi al sospetto che nei concorsi della Sapienza non tutto sia regolare.
E poi ancora qualcuno si stupisce che esista gente come Ghedini o Ferrara.
Che spettacolo indecoroso.
Ditelo: via le BR dai forum. Solo per la claque c’è rimasto posto, in Italia.
io se fossi un docente mi sentirei offeso se non riuscissi a dare qualcosa al mio prediletto. assodato ciò, il prediletto può essere in gamba o può essere una capra: il problema è che ci si deve affidare alla volontà dell’ordinario di turno, non la qualità del designato.
@jeko. Il punto, del quale si dovrà necessariamente tenere in qualsiasi proposta e tentativo di riforma del sistema dei concorsi universitari, è che non c’è nessuno più qualificato dell’”ordinario di turno” per valutare le qualità (perdonate il gioco di parole) dei candidati. E che questo non sia subito interpretato come una difesa prona dello status quo, è solo un elemento che faccio presente e che non si può non tenere in considerazione in qualsiasi discussione costruttiva si voglia fare su questo argomento.
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