Dopo aver espresso dubbi su concorsi e assegni di ricerca, colpevoli di instaurare meccanismi ben poco meritocratici all’interno di un dipartimento, è da valutare il concorso pubblico come modalità di accesso, che dovrebbe essere la più imparziale e oggettiva, mentre mi sembra, per come è strutturato, sia la più deresponsabilizzante e vaga. Non bisogna per forza essere in mala fede, anzi, i concorsi si potrebbero migliorare soprattutto per non far sostituire la buona fede con dalla aleatorietà. Renderò conto, per esperienza diretta, soprattutto dei concorsi di dottorato, che sono stati la mia croce per qualche mese .
La prima cosa che lascia perplessi è la varietà delle prove d’accesso, da concorso a concorso: a volte è richiesta la tesi e un progetto di ricerca due mesi prima, a volte due giorni prima, altre volte c’è una prova scritta, delle volte all’orale ti chiedono il progetto di ricerca, ma non sempre è necessario, altre volte se vuoi puoi portarlo ma possiamo pure parlare d’altro, altre volte ancora ci sono talmente tanti paletti che forse è meglio se non ti presenti. Questo perché il regolamento generale delega alle università le modalità d’accesso: non vedo cosa ci sia di male a istituire un tipo di concorso generale, magari suddiviso per facoltà (o classi di facoltà). Bisogna ammettere che l’inefficienza valutativa delle prove d’accesso (progetti di ricerca, prove scritte, prove orali, valutazione tesi) rende difficile una regolamentazione seria: facendo così le facoltà hanno tutta la libertà di scegliere le peggiori.
Qualche concorso prevede come pre-valutazione, o come prima valutazione, la presentazione di tesi e progetto di ricerca. Se costituisce una pre-valutazione il più delle volte è un proforma, vengono ammessi quasi tutti e la commissione si limita a escludere chi ha inviato una testa di cavallo mozzata o la cacca conservata di un ordinario. Questo si può vedere facilmente quando, alla prova orale, davanti alla commissione, qualcuno esordisce con “Allora, di cosa parla il suo progetto di ricerca?”. Sarebbe molto più semplice non farla e limitarsi a segnalare nel bando di non spedire materiali umidi-organici, soprattutto se in decomposizione. Quando invece la presentazione della tesi e del progetto di ricerca costituisce una prima valutazione la prova diventa più emozionante: quello che saprete, il più delle volte, è un voto. Basta. Non si sa sulla base di cosa, non è dato saperlo, se per il progetto, per la tesi, per la simpatia o per quei 1000 euro in banconote di piccolo taglio allegati al curriculum: bisogna fidarsi ciecamente, una scommessa pascaliana. I SEAL sono riusciti a scovare Osama Bin Laden, e io ancora non sono riuscito a scoprire perché a Pisa ho preso 29 e non 30 o 28. Il concorso non sarebbe più trasparente se ci fosse una relazione, che almeno testimoni la lettura del progetto (vedi infra)? Scegliere il concorso come modalità d’accesso ha senso se il concorso è trasparente, altrimenti perde le sue qualità.
Passiamo alla prova scritta: anche qui si lascia totale libertà a chi istituisce il concorso. Prove scritte di 2 ore, 3 ore, 4 ore, fino alle 8 ore dove vince l’ultimo che sbrocca perché vuole fumare. Nella maggior parte dei casi si tratta di un tema da svolgere attenendosi alle indicazioni della traccia, e nella maggior parte dei casi la traccia lascia ampio margine: l’argomento generale è quello che va per la maggiore. Anche qua sarebbe da chiedersi se costituisca un’idonea valutazione giudicare i concorrenti su tracce come “Il medioevo: problemi e questioni”, “La lingua italiana da Dante a oggi” o “Storia del mondo tutto: prospettive”. Non che la traccia selettiva sia migliore, visto che crea una sproporzione tra chi si è occupato di quel particolare argomento e chi no. Forse sarebbe da ripensare la prova scritta: renderla meno esame e più valutazione, cercare di misurare la reale capacità per qualcuno di fare ricerca, per esempio dotandolo di strumenti bibliografici e valutando come sappia usarli. L’università dovrebbe puntare ad avere ricercatori, non concorrenti di Chi vuol esser milionario.
La prova orale è ancora più spassosa: non si sa nulla di come avverrà, la commissione ha totale potere. Potrebbero limitarsi a commentare con te la prova scritta, farti domande varie su qualche argomento, chiederti di parlare della tua tesi o del progetto di ricerca. Questo naturalmente varia da “concorrente” a “concorrente”, snaturando del tutto l’oggettività della prova: non deve essere carino portare un bel progetto di ricerca e prendere di meno di quello a cui hanno chiesto di fare la verticale.
Mi rendo conto che non possa esistere il concorso perfetto, con le prove d’accesso perfette, d’altra parte mi sembra che ci sia una tendenza ad accontentarsi di questo tipo di concorsi: lasciano una patina di regolarità; nel caso possono essere aggiustati, mancando una vera trasparenza; di tanto in tanto fanno emergere i meritevoli. Una più concreta valutazione delle valutazioni e le proposte che ne seguirebbero potrebbero essere troppo compromettenti e potrebbero caricare le commissioni di troppa responsabilità: meglio lasciare un sistema fin troppo elastico e formalmente regolare, difficile da criticare nei singoli svolgimenti, e di cui, proprio per questo, si lamentano in pochi.







Per quanto mi riguarda posso portare a conoscenza la mia esperienza personale. Mi sono laureato da poco, e nel mese scorso ho svolto la mia prima prova di dottorato in Storia contemporanea presto un istituto di alta formazione inter-universitario. Dopo aver passato una preselezione sulla base del progetto di ricerca, del curriculum studiorum, dei titoli scientifici, della tesi di laurea e di due lettere di presentazione, sono stato ammesso alla prova scritta (scrematura che, peraltro, ha ridotto i partecipanti da 44 a 41).
Un primo episodio che ha subito destato perplessità è stato proprio l’orario dello svolgimento della prova scritta: l’inizio era previsto per le 9, ma è stato posticipato di quaranta minuti per aspettare uno dei concorrenti (poi vincitore) in ritardo; ritardo e attesa comunicati dallo stesso presidente della commissione agli altri candidati.
La prova scritta – su un argomento, peraltro, iper-generale (L’Europa negli anni Venti) – è stata superata da soli 8 candidati (i posti con borsa disponibili erano 4), tra cui me, che hanno così potuto sostenere la prova orale. Nel frattempo, ho scoperto con non poca perplessità – parlando con il diretto interessato – che uno degli otto ammessi – poi vincitore – è stato presentato da una lettera firmata da uno dei tre membri della commissione giudicatrice. Si può ritenere affidabile una commissione in cui uno degli esaminatori è anche il raccomandante di uno dei candidati?
Nel corso delle prove orali, udibili da tutti, non c’è stato poi un trattamento uguale per tutti i candidati. Tra i vincitori sono state dispensate domande o molto generiche o, al contrario, molto interessate. Nel caso di argomenti molto studiati non è stato premuto molto sul necessario taglio originale da dare alla ricerca, limitandosi a constatare che potevano essere i classici progetti di ricerca “da cambiare” in corso d’opera; a un altro candidato che presentava un progetto di ricerca su una precisa area geografica non è invece stato chiesto quali fonti intendesse utilizzare e soprattutto se conoscesse la lingua corrispondente, domande piuttosto fondamentali per una ricerca storica.
Con chi, poi, non è riuscito a vincere il concorso si è invece messa in dubbio la stessa dignità della ricerca da intraprendere, con affermazioni anche piuttosto offensive. Valutazione che, stando al bando, sarebbe dovuta avvenire prima, e che non è stata successivamente dovuta ad una migliore conoscenza del curriculum dei candidati, visto che, proprio a me, è stato chiesto più volte l’argomento della tesi e del progetto di ricerca durante l’orale, mentre a uno dei vincitori è stata fatta sostenere una prova a partire proprio dalla tesi di laurea, letta con attenzione – a loro dire – dai membri della commissione.
D: Raffaello Sanzio…
http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-82174ddd-0b92-468d-9f47-02fbb649659c.html
Caro Oldboy,
perplessità più che giustificate le tue. Mi permetto di illustrarti, dato che sei agli inizi, e non hai evidentemente un riferimento accademico certo, cosa vuol dire affrontare la scalata alla professione accademica in area umanistica. Più che una scalata è l’attraversata di un deserto. Mi permetterò di essere esplicito e di offrire consigli.
I concorsi sono tutti pilotati. Esistono eccezioni ma sono appunto casi particolarissimi. La sola parziale deroga alla regola generale riguarda i concorsi per il dottorato. I vincitori sono scelti prima, ma talvolta rimane qualche posto da assegnare per merito. Non ci sono ovviamente statistiche; ti assicuro però che potresti dover sostenere anche dieci o quindici prove prima di imbroccarne una. Quasi certamente, comunque, quando ce la farai si tratterà di un dottorato senza borsa (sono i posti “in piedi”, destinati, quando disponibili, a chi non è pre-scelto). Puoi cercare di diminuire il numero di prove da sostenere studiando di volta in volta gli argomenti di ricerca dei membri della commissione e adattando il tuo progetto alla loro fisionomia scientifica.
Vinto il tuo dottorato, avrai tre anni di tempo per prepararti alla carriera universitaria. Non concentrarti sulla tesi, è un errore. La tesi è un mezzo assai più che uno scopo. Il tuo scopo è diventare allievo prediletto del professore con cui capiti. Ma è del tutto inutile, ai fini del tuo ingresso in accademia, che si tratti di un qualunque professore. Occorrono tre condizioni preliminari: 1) il tuo professore deve essere uno dei pochi, pochissimi, che desidera realmente (molti sono i millantatori) avere degli allievi e portarli avanti; 2) il tuo professore deve essere abbastanza potente all’interno del dipartimento e avere una solida e ampia rete di relazioni importanti fuori della sua università; 3) il tuo professore deve godere di una sana e robusta costituzione e almeno dieci anni di carriera davanti a sé. Come puoi scegliere, fra i tantissimi che hanno magari solo uno o a malapena due dei requisiti, un simile professore? In pratica non puoi: è il caso a gettarti fra i suoi augusti piedi. Inoltre non saprai in anticipo se il tuo professore ha i tre requisiti. Intuito e pettegolezzi possono aiutare, ma non dare la certezza. In ogni caso simili professori sono rari come le tigri reali nella giungla indiana.
Mettiamo che tu sia così fortunato da capitare con un Professore-Tigre, un barone cioè. Il tuo compito negli anni di dottorato sarà sedurre il professore. Farti amare, far sì che desideri il tuo successo. Come per ogni seduzione non esistono regole universali. Dipende da come sei fatto tu e come è fatto lui o lei. Non c’entra molto la tua bravura, che può essere d’aiuto ma paradossalmente anche d’ostacolo. Devi dipendere totalmente, sul piano intellettuale, da lui o da lei, ma devi anche dimostrare originalità e intraprendenza, senza però sconfinare in campi disprezzati e senza scoprire nulla che il tuo maestro non presentisse e pregustasse. Lavorare sodo è un titolo di merito, ma non è indispensabile. Alcuni desiderano adulatori capaci di un servilismo abietto, altri di una forte sintonia politica, alcuni di un’affinità esistenziale e intellettuale, altri ancora di qualcuno che sgobbi per loro come negro: bisogna comunque entusiasticamente plasmarsi sulle esigenze del Maestro. Entrare nella sua vita professionale, intellettuale e umana. Non si tratta di fare una cosa piuttosto di un’altra, si tratta di essere importanti per lui o per lei. E in quest’opera di seduzione avrai molti concorrenti, con cui trattare quotidianamente in termini amichevoli o almeno accettabili. Mai litigare con nessuno, per nessuna ragione: la sola regola certa è non creare problemi. Quante possibilità hai di farcela? Non si sa, e anche se conoscessi in anticipo ogni più riposto aspetto del tuo futuro Maestro neppure tu lo sapresti. La Sorte regna sovrana e spietata.
Mettiamo, di nuovo, che il fato sia con te benigno e ora tu abbia il tuo Sole intorno a cui orbitare. La parte più difficile inizia ora e dura circa dieci anni. Devi chiedere e ottenere le prove d’amore. Queste non consistono tanto in attestati di stima intellettuale, inviti a prestigiosissimi convegni, lavoro da svolgere gratuitamente (per esempio fare esami e lezioni per lui), non simpatia e fazzoletti profumati. Le sole prove d’amore autentiche sono i soldi, ricordalo sempre. Una borsa post-dottorato, la pubblicazione della tesi a spese dell’università o di altri, un contratto per ricercatore, poi il suo rinnovo. Se ottieni i soldi vuole dire che sei veramente amato, altrimenti no. In questi anni sarai allettato da offerte all’estero, ma sappi che se metti un piede fuori del nostro amato Paese sei fuori per sempre: basta girare la testa e per la nostra accademia diventi una statua di sale: veramente. Passeranno gli anni, tanti, troppi anni, in cui starai malissimo. Vivrai nell’incertezza, nella precarietà, nella dipendenza assoluta – quando interiormente non sei da un pezzo più dipendente da nessuno. Tanti ti passeranno davanti. Il caos delle politiche universitarie ti regalerà una lotteria ogni mese che passa. Poi, finalmente, all’orizzonte, da esigere con ostinata inflessibile dolcezza, ci sarà il Concorso (o qualunque altro burocratico ornamento immaginerà nel frattempo la politica per certificare l’incardinamento all’istituzione). Il Tuo Concorso. Come farai a vincerlo? Se il professore ha i tre requisiti e ti ama davvero la cosa verrà da sé, altrimenti non verrà mai.
Ti lascio, caro Oldboy, su questa numinosa soglia: qurantenne amareggiato, disilluso e provato, euforico oppure disperato, chissà. Passo a qualche considerazione di ordine generale.
I concorsi sono la ratifica di scelte maturate nel tempo in base a criteri del tutto soggettivi da parte di chi ha potere, il Professore-Tigre. Il merito intellettuale ha una parte imponderabile nel maturarsi della scelta, e comunque non verrà mai valutato e discusso pubblicamente, nel confronto con la comunità scientifica: nei concorsi, poi, meno che mai. È il tuo Maestro a decidere se vali o no, e lui non metterà mai in discussione i suoi criteri, che sono inoppugnabili – e talvolta incomprensibili – come il suo stesso valore.
I fattori decisivi per intraprendere la carriera universitaria dunque sono tre: la fortuna, di gran lunga l’elemento più importante; in misura molto minore, la capacità di sedurre e trattenere a sé la magica belva accademica da cui si dipende, e, infine, la resilienza economica e psichica – la capacità di sostenere, cioè, non meno di dieci anni di precarietà assoluta.
L’orrore e la follia di un simile sistema di selezione sono evidenti. In effetti, esiste però qualcosa che viene individuato attraverso questa attraversata del deserto. È la certezza interiore – che deve essere assoluta e invincibile – di essere vocati alla ricerca. La stragrande maggioranza dei talenti e delle vocazioni sono sacrificate assurdamente, maciullate e sputate via dal sistema: non basta questa certezza ad attraversare il deserto. Eppure, chi sopravvive avrà comunque sofferto abbastanza da rendere praticamente certo che non voglia fare altro nella vita se non stare in università. Nessuno si sottopone alla tortura che ti ho descritto se non ha questa certezza interiore. Non sarà affatto il migliore, neppure, forse, veramente bravo, ma, poiché ciò che si ama è di solito proprio ciò che ci riesce bene, non si tratta quasi mai di uno pescato a caso. Il numero degli incompetenti viene limitato da questa auto-valutazione, basata su un’altissima considerazione di sé e su una scelta irrevocabile. Come appare chiaro, una simile auto-considerazione, che sostiene nella tortura, è anche la base grazie a cui si perpetua il sistema: il barone si auto-considera, e pone se stesso come metro di giudizio assoluto, perché ha saputo farlo nei suoi anni di tragico noviziato. Continuerà a farlo per sempre.
Il mio consiglio, caro Oldboy, è di fare un dottorato all’estero e trovare lavoro lì. Emigrare. È duro, ma è anche qualcosa che puoi fare tu con il tuo lavoro e le tue capacità. Se invece proprio vuoi giocarti la vita a questa roulette italiana, almeno che tu sappia a cosa vai incontro. Ciò che troverai varcate le solenni porte sacre – nell’improbabile caso tu riesca un giorno a entrare – non è opportuno anticiparlo ora.