Saprete senz’altro che, a seguito del riaccorpamento delle facoltà imposto dallo statuto Frati, le facoltà di area umanistica della Sapienza sono tornate ad essere più o meno una cosa sola. L’amletico dubbio che affligge i nostri docenti è diretta conseguenza di questo grande passo: non sanno come ci dovremmo chiamare. Per un’infinita serie di ragioni la facoltà ha temporaneamente adottato l’acronimo FiLeSUSO, accogliendo in ordine alfabetico i nomi delle facoltà riunificate, ma questa denominazione non soddisfa quasi nessuno: studenti e docenti l’hanno definita «un codice fiscale mal riuscito», «non un acrostico ma un accrocco», «il risultato di una partita di scarabeo fatta alle 3 di notte»,«ma è una facoltà straniera?», per riportare soltanto alcuni commenti.
Come dovrebbe chiamarsi la nuova facoltà? Nel Consiglio di facoltà del 28 giugno la Presidenza ha formulato una proposta: “Facoltà del Polo umanistico”. Può una facoltà definirsi “polo”? Secondo il professore Antonio Marchetta, ordinario di Lingua e letteratura latina, no; con il suo frizzante intervento in sede di Consiglio ha sollevato forti dubbi sull’attuale denominazione e su quella proposta, dubbi che, a giudicare dalle risate con cui sono state accolte le sue numerose battute («prima potevo dire di andare in facoltà, adesso che devo dire, che vado al polo?») sono condivisi da molti. In conclusione, il professor Marchetta suggerisce di fare ritorno all’originario “Lettere e filosofia“, in modo tale da non scontentare nessuno. Ma chi può essere scontento di questo nome?
Si dice che mentre i Turchi assediavano Costantinopoli i saggi della città discutevano del sesso degli angeli. Quanto senso ha accapigliarsi per un nome? Può un nome influire negativamente sulla produttività della ricerca e della didattica di uno studioso? Pongo questa domanda perché alcuni docenti hanno dichiarato di non riconoscersi nel nome “Lettere e filosofia” (del resto stessa accoglienza riceverebbe qualsiasi altra proposta). Cosa fare, allora? Rinominare la facoltà con un voto a maggioranza, magari dopo lunghe consultazioni e votazioni preliminarie, avendo la consapevolezza, però, che ci sarà sempre qualcuno a cui il nuovo nome non andrà giù? Andiamo con ordine e analizziamo le possibilità che ci si offrono.
Non è il caso di soffermarsi sulle gelosie tra cattedratici che tanta parte hanno avuto nella scissione del 2001 e che continuano nonostante la formale riunificazione a funestare e avvelenare in maniera latente la vita della facoltà; questo stato di discordia sottile e diffusa, che ogni tanto si palesa ad occhi attenti, è il principale responsabile del tacito veto che impedisce di utilizzare il nome (o una parte di esso) di una delle facoltà riunificate. Seguendo questo principio l’unica alternativa praticabile sarebbe quella di creare ex novo un altro nome in grado di mettere tutti d’accordo. Che tipo di nome si dovrebbe adottare?
Sicuramente non un acronimo, non un nome di compromesso. Abbiamo una nuova facoltà, cerchiamo di individuare un nome che possa davvero dare la misura del nuovo, che possa rendere al meglio l’idea delle nuove prospettive che si apriranno per le nostre discipline negli anni a venire, che possa essere adeguato al nuovo ruolo dei nostri studi nella società del Terzo Millennio: questa, in sintesi, è stata l’opinione espressa in Consiglio dal professore Leopoldo Gamberale, ordinario di Lingua e letteratura latina e direttore di uno degli otto nuovi dipartimenti. Sarebbe, questa, la soluzione ideale; è tuttavia il caso di ricordare che anche per quanto riguarda i dipartimenti non si è riuscita a trovare una denominazione soddisfacente: per molti di essi non si ha niente di meglio che un semplice elenco delle discipline afferenti.
L’alternativa è quella di recuperare, in barba ad ogni accademico malumore, uno dei nomi delle precedenti facoltà: esclusi “Filosofia” e “Studi Orientali”, troppo settoriali, i candidati sarebbero Lettere e filosofia e Scienze umanistiche. Come decidere fra questi due? I sostenitori del primo nome fanno appello alla tradizione: la facoltà si è sempre chiamata così, continuiamo a chiamarla così; oltretutto sarebbe conforme all’uso corrente (in Italia si contano quasi 40 facoltà denominate Lettere e filosofia, solamente una di Scienze umanistiche e una di Scienze umane e sociali). Chi sostiene il secondo nome fa invece leva sulla sua versatilità, che permette di inglobare e definire pressoché tutte le discipline impartite nei nostri dipartimenti e di non escludere nessuno.
Conservare o innovare? Cercare di fare tutti contenti o limitarsi a tornare al vecchio nome? Chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo? Come vedete anche questo è uno dei gravi problemi della nostra facoltà. Mi viene in mente un detto: «In Italia niente è più definitivo del provvisorio»; credo proprio che la nostra facoltà si chiamerà provvisoriamente FiLeSUSO ancora per un po’.
Mi sembra appropriato che mentre il Paese traballa, i Chiarissimi dibattano su problematiche consone alle discussioni nelle anticamere papali fra Bembo e Biondo Flavio.
Ma mi rendo altresì conto che sarebbe motivo di disonore, per quanti avevano a suo tempo abbracciato “Scienze Umanistiche”, accettare il ritorno all’antico: come se un Consiglio di Facoltà fosse simile al Congresso di Vienna! D’altro canto, mai i sostenitori di “Lettere e Filosofia”, “Studi Orientali”, “Filosofia” potrebbero accettare altra denominazione, se non quella che si sono scelti: «Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche» e, ovviamente, alle Facoltà.
Si dovrà dunque tentare di individuare un nome nuovo che abbia i seguenti requisiti:
1) non ricordare direttamente o indirettamente, ossia per citazione o assonanza, le precedenti Facoltà;
2) essere comprensivo di ogni insegnamento impartito nelle Facoltà esistenti e adatto a includere ogni insegnamento che potrà in futuro essere necessariamente istituito;
3) essere adatto a identificare immediatamente la Facoltà, onde permettere la creazione di slogan vincenti nelle presentazioni alle future matricole e non confondere i senescenti insegnati.
Detto questo, è chiaro come non si possano accettare proposte pur apprezzabili come “Facoltà di Cultura Umana” (Umana-Umanistico, troppo simile); “Facoltà di Letterature, Arti e Tradizioni” (Letterature-Lettere, non ci siamo); “Facoltà di Studi Originali” (Studi Originali-Studi Orientali… E poi, la statuaria antica si fonda sulle copie di età romana: la volete escludere?).
Nessun nome che tenti una descrizione scientifica dell’oggettp pare adatto.
Restano dunque due possibilità: o si tenta la via della metonimia (e quindi, che so, “Facoltà di Disoccupazione”; “Facoltà di Fotocopie”; “Facoltà Un-Po’-Qua-Un-Po’-Là”), o si sceglie un nome qualunque («Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» chioserebbe Bernardo di Cluny): in questo caso, io voto per «Pippo», che mi fa ridere.
Personalmente del nome dell’accorpamento (ossia dell’accrocco) non me ne frega niente. Continuerò a riferirmi al mio dipartimento come se si tratti della mia facoltà, problema risolto.
Mi interessa molto di più come questo accrocco sia l’ennesimo svilimento del lavoro personale di ogni studente.
“Cosa studi?” “Lettere Classiche”; “FIlosofia”; “Archeologia”; “faccio il Das”; “Storia”.
Cosa studi? Lettere e Filosofia; Scienze Umanistiche; Robbe Umane; Cultura Generale; Scienze della Disoccupazione; FILESUSO. Che? FILESUSO. No dai, sul serio, che studi?
Quando il nome vuole definire un insieme eterogeneo di cose che non corrispondono alla classificazione reale degli oggetti classificati, il nome è perfettamente inutile e si sta perdendo tempo nel parlare dell’aria fritta solo per riappropriarsi, in un singulto inutile di dignità, di una decisione calata dall’alto. Per quel che mi riguarda “Pippo” o “XhrgjhkankSBh” hanno lo stesso identico valore.
La diatriba in corso lascia il tempo che trova: non c’è nessun dilemma da risolvere.
Seriamente, che si cerchi rifugio nella classificazione quando non si abbia altro da fare: il problema di che nome scrivere in testa ai piani di studio, alle pergamene di laurea o sul bollettino delle tasse, dovrebbe essere secondario rispetto al problema dei contenuti.
Se ci si concentra sul primo forse è solo perché i secondi traballano.
Cari jojorm e pippo, vi ringrazio per il vostro contributo. Condivido abbastanza i vostri punti di vista, ma ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto: lo scontro sul nome da dare alla facoltà ha le sue radici in un mondo che dovrebbe essere ormai alle spalle, un mondo fatto di titoli altisonanti e gloriose dinastie di accademici dei quali ci si professa fedeli discepoli e successori. il fatto che anche a livello dipartimentale si abbia difficoltà a individuare un nome che possa sintetizzare in maniera efficace l’ambito di ricerca dei docenti è sintomo, oltre che della fretta e dell’artificiosità delle riunificazioni, di una povertà oserei dire interiore: si studiano Platone, Virgilio, Michelangelo, ma non si vedono altro che settori disciplinari.
Caro Luigi,
Sai meglio di me che lo scontro sui nomi è semplicemente uno schermo per il ben più acerrimo scontro sulla suddivisione di risorse (e se non ci fosse da piangere pensando alla esiguità delle stesse, mi verrebbe da ridere) e di potere (segno che i combattenti vivono in una realtà parallela, ove i docenti conservano intatti prestigio e privilegi che diromperò loro maestri): è pertanto accaduto che invece di creare delle unità dipartimentali di senso compiuto e far sì che i docenti di materie attinenti vi confluissero, si son quasi creati gruppi di docenti e poi – considerando le competenze dei membri – si sia cercata una denominazione adatta. Il calcolo economico si è sostituito alla logica razionale, la grettezza dei consigli di amministrazione alla discussione razionale: forse non è una novità, ma almeno fino a qualche tempo fa i vari protagonismi erano supportati da una dottrina tale che in parte li giustificava; l’attuale povertà interiore, invece, li lascia vedere per quello che sono.
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