“I hope I die before I get old” (The Who)
“Quann’è che comincerai a lavora’?” (Mio padre)
Sì lo so, forse dovrei dirvi di lasciare perdere la carriera accademica perché è un gran circo di raccomandazioni, figli, figliastri, soldi, burini, scemi, geni, lustrascarpe, fanfaroni, esaltati, depressi, sfruttati; perché le ultime politiche dell’istruzione hanno chiuso il rubinetto; perché file di topi stanno abbandonano le università italiane. Ma poi finisce il giochino: io non motivo voi e quindi non motivo me. Per chi riuscisse a leggere questo messaggio barrato ci vediamo al Ponte di Ariccia il 17 giugno alle 21. Se volete portate anche il cappio, il mio non lo presto.
Eccoci a una delle lezioni più difficili del corso motivazionale: la carriera accademica. In genere ci metto dieci minuti a scrivere “carriera accademica”, e ammettetelo anche voi, quando vi chiedono cosa vi piacerebbe fare dopo la laurea, o non lo dite per vergogna, o lo dite mettendolo come possibilità davvero remota:
«Ma guarda, non mi dispiacerebbe, mi rendo conto che è davvero difficile, di questi tempi, quindi è proprio una cosa che giusto se capita, ecco, non mi dispiacerebbe la carriera accademica»
«Scusa mi sono perso, cosa stavi dicendo non ti dispiacerebbe?»
«Ehhh, il muratore, non mi dispiacerebbe fare il muratore»
Interroghiamoci prima sulle motivazioni che potrebbero portarvi a pensare di tanto in tanto alla carriera accademica. Innanzitutto, come già detto, il lavoro non fa per voi, e pensare a questa strada potrebbe motivarvi infinitamente di più che immaginarvi dentro a una banca (a lavorare, si intende). E poi la possibilità di studiare, fare ricerca, insegnare, esaminare, rimorchiare: però pagati, pagati bene. Ci sono anche le volte in cui non vorreste pensarci, ma siccome siete bravi e studiate quel quarto d’ora al giorno a differenza dei vostri colleghi, questi vi dipingono il futuro, mettendovi l’ansia addosso con frasi come «Ah, ma tanto tu diventerai professore» (e tu diventerai concime per i campi, se non la smetti di rompere il cazzo). La vostra ambizione e le vostre speranze sono direttamente proporzionali al sangue che dovrete sputare per arrivarci: siete come spermatozoi lanciati, solo uno ci riesce. No dai scherzo, facciamo una decina.
Essendo agli inizi, posso solo soffermarmi sul dottorato, che possiamo considerare l’antro uterino dove muoiono la maggior parte degli studenti. Come si ingravida una… ehm, come si vince il dottorato?
Generalmente un concorso di dottorato prevede un pugno di posti con borsa, un numero otto volte maggiore di candidati, delle prove che non sono il massimo dell’obiettività: non importa. Dovrete essere senza pudore, sfacciati e sanguinari. Pittatevi idealmente la faccia di cultura, stringete il pugnale della retorica tra i denti, imbracciate il mitra dell’eloquio. Innanzitutto dovrete pensare a un progetto di ricerca: io adoro i progetti di ricerca, ogni tanto ne scrivo qualcuno come esercizio retorico, sembra un programma di governo, in quello che ho presentato a Roma tra gli obiettivi avevo promesso di abolire l’ICI sulla prima casa. Essendo un esercizio retorico, eccovi qualche frase che non dovrà mancare nel vostro progetto: «Uno studio di questo tipo può essere utile in due direzioni: da una parte [...], dall’altra […]»; almeno uno degli obiettivi dovrà iniziare con «Contribuire a»; usare «eventualmente» quando proponete qualcosa che tanto poi non farete; possibilmente iniziare con «Ultimamente la ricerca ha cominciato a prestare maggiore attenzione a [ambito su cui si propone di fare la ricerca]»; poi almeno un «Collocare i risultati in una prospettiva […]»; distinguersi con espedienti come «Un approccio di questo tipo»; e infine un pizzico di «non più [...], ma […]».
Un buon progetto di ricerca può fare la differenza all’orale, dove in genere non si sa di cosa parlare, così potete evitare di esordire con «Insomma, ‘sta Roma…”, «Certo che fa freschetto eh?», «Allora ci sono uno spagnolo, un tedesco e…».
Per i concorsi di dottorato che prevedono una prova scritta la questione è più complessa. Meglio una traccia generica o una specifica? Quella generica sanno farla tutti, e anche voi, si spera; quella specifica nessuno, tranne quel simpatico ragazzo color ebano che vi sta sorridendo mentre voi sconsolati pensate «Ma chi la conosce mo la storia del Congo». Insomma che fare? Prendetela come l’ultima occasione per studiare qualcosa che vi piace o come ultima occasione per non fare un cazzo per qualche mese di vita, e sentirvi ancora studenti.
Eh sì, perché, se dovessi trovare una forte motivazione psicologica per chi si inerpica sui pendii della carriera accademica, fondamentalmente direi che lo si fa per rimanere giovani, non accettando di finire un ciclo. Se posso dare un consiglio, guadagnare motiva molto di più che fare la fame: per quello i nostri professori sono così in forma. Fare le cose gratis è frustrante, stupido e un po’ vergognoso per un cazzone umanista, programmato per ottenere il massimo con il minimo sforzo.










sei bravo, dovresti aprirti un blog con altra gente sveglia come te
complimenti,caro cazzone umanista!
articolo brillante e ironico!:)
fortissimo quest’articolo!
Pingback: Corso motivazionale per umanisti: i professori | Il Giornale di Letterefilosofia.it
Bravo! Hai dipinto cristallinamente il mio stato attuale: non voler finire un ciclo, quello della gioventù, che associo e assocerò per sempre allo studio. Aggiungerei un altro stato emozionale possibile per chi, leggermente paranoico come me, si prepara ad affrontare l’esame di ammissione al dottorato: ma come posso ambire io ad una borsa (su due), quando ci saranno milioni di persone molto più preparate di me?! E’ il complesso della cazzona umanista che apriva i libri a due settimane dall’esame rintanandosi in casa e che si sente ora addosso la pressione degli accademici quelli veri, che le passavano il libro già sottolineato due mesi prima dell’appello. Ma (e inizio un periodo con ‘ma’) grazie al tuo articolo ritroverò la forza di indossare la maschera dell’erudizione e della cultura innata!!!
Complimenti comunque…..E andrà come andrà, si tenta ed è già un inizio.
Carissimo, a me piace soprattutto l’idea del guadagnare senza far niente…. ma sarà vero?
Un abbraccio virtuale, sei forte!