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Intervista al Prof. Stefano Asperti

Prof. Asperti, lei ha vinto il sondaggio del forum della facoltà “miglior docente dell’anno accademico 2009/10” superando per un pugno di voti il prof. Serianni e il prof. Carlino, entrambi già vincitori del concorso negli anni passati. Pensa che questa sua “elezione” sia dovuta anche ad un avvicinamento degli studenti agli studi romanzi? Ha notato una certa tendenza in tal senso?


Ma no, non credo, andrà ad anni. Comunque sono in buona compagnia.

Il Prof. Stefano Asperti

Il Prof. Stefano Asperti

 

 

Quest’anno la facoltà ha avuto delle modifiche sostanziali, conseguenza della riforma Gelmini che nonostante le forti proteste è stata approvata. Sapendo che Lei di questo è molto amareggiato e preoccupato, Le chiedo: quali sono le prospettive degli insegnamenti e dei corsi di laurea di questa facoltà?


Per la verità gli effetti della Riforma Gelmini in quanto tale non si avvertono ancora o si avvertono solo marginalmente, in aspetti come l’accorpamento dei Dipartimenti. Quelle che invece stiamo già scontando e che sconteremo in maniera sempre più dolorosa negli anni prossimi sono le conseguenze delle strette di bilancio, che si associano e sommano, nel nostro caso particolare, alle condizioni disastrate del bilancio della Sapienza. Non so cosa ne resterà e come ne usciremo. Sul solo piano numerico, nei prossimi cinque o sei anni andrà in pensione poco meno della metà del corpo docente ora in servizio e le possibilità di ricambio rischiano di essere quasi nulle, specie per i primissimi anni. Inoltre la dinamica dei pensionamenti non è razionale, ma dettata dall’anagrafe e di conseguenza interi settori rischiano di essere ridotti ai minimi termini o addirittura annullati. È quanto è successo ad esempio nel caso dell’Egittologia, che sino a pochi anni fa vedeva due ordinari, due associati e un ricercatore; tra poco non resterà che una sola ricercatrice. La stessa cosa sta capitando per settori intuitivamente cardine dell’intero assetto di una facoltà di Lettere, come la Letteratura Italiana, la Storia Contemporanea e quella Medievale, mentre il momento critico è solo di poco dilazionato per la Storia Moderna. Insomma, si rischia di avere un corpo docente non solo decurtato ma anche gravemente sbilanciato, senza avere almeno al momento, alcun mezzo per intervenire, ossia non avendo, come Sapienza, alcuna disponibilità finanziaria (o, come si dice, di budget) per affrontare la questione nodale del ricambio. In altri termini, rischiamo l’equivalente di una vera e propria crisi demografica devastante. È presumibile che qualche misura verrà presa per affrontare la situazione, ma al momento non ne è stata prospettata alcuna. E se si va a vedere CHI (maiuscolo di Asperti, NDR) perdiamo…

 

L’università sembra essere sempre più in crisi, economicamente e moralmente. Secondo Lei il mondo accademico è in crisi? Se sì può dirci quali sono, secondo Lei, i mali dell’università?

 

Questa è una domanda troppo complessa per anche solo azzardare una risposta, ma avanzo qualche idea. Mi sembra che un aspetto nodale, non l’unico, sia la difficile relazione fra l’Università e un Paese, l’Italia, che, al di là dei proclami di governanti e forze politiche, non sembra avere seriamente bisogno di un’alta formazione come elemento trainante né vi presta attenzione (l’argomento della “fuga dei cervelli”, periodicamente riesumato solo in funzione anti-universitaria, può facilmente essere rovesciato: il sistema universitario italiano produce da tempo una quantità di laureati di valore nei campi più vari che non vengono assorbiti non solo e non tanto dall’università stessa, ma in genere dal tessuto produttivo e sociale del Paese). Anche per questo l’università è vista come un corpo isolato, auto-referenziale, sostanzialmente estraneo. Che poi il mondo universitario ci abbia messo del proprio, e in misura non indifferente, per incancrenire la situazione è indubbio, non intervenendo efficacemente e in maniera autonoma là dove si delineavano situazioni critiche, permettendo il mantenersi di logiche puramente accademiche di mantenimento e controllo di posizioni di potere e di spartizione e gestione delle risorse.

 

 

Secondo Lei i concorsi universitari hanno problemi di trasparenza?

 

Parlo per quel che conosco. Ne hanno avuti in alcuni casi, talora anche gravi, ma continuo a pensare che si tratti di episodi rispetto al numero complessivo dei concorsi effettuati. La generalizzazione dell’accusa è ingiusta, rientra nell’immagine negativa, fatta in buona parte di stereotipi, che si è venuta costruendo contro l’università negli ultimi anni e che l’università, ripeto anche per sua grave colpa, non riesce a scrollarsi di dosso. Il ripetersi delle situazioni indica comunque un qualche limite di sistema rispetto alla capacità di correggersi.

 

Come è nato in lei l’interesse verso gli studi romanzi?

 

Per caso, quando sono arrivato qui ignoravo candidamente l’esistenza della materia, poi per un problema di orario (a latino non mi avevano concesso un cambio di cattedra, i miei orari di frequenza rischiavano di saltare tutti e dovevo trovare un esame in alternativa) sono capitato in aula da Tavani, giusto per farmi un’idea, e non mi sono più mosso.

 

Quali sono stati i docenti che più di tutti hanno influito nella scelta di avvicinarsi verso gli studi romanzi?

 

Mi piacevano gli argomenti dei corsi di Tavani, mi piaceva il taglio complessivo delle questioni, il senso di concretezza e insieme di profondità e di complessità nel rapporto coi testi e con le lingue, in forte consonanza con le esercitazioni di Storia della lingua italiana di Serianni e poi di Agostini.

Volendo cercare di circoscrivere il più possibile, credo che la colpa specifica sia stata di qualche pagina di Avalle sulla tradizione manoscritta della lirica provenzale.

 

 

Qual è lo stato attuale degli studi romanzi? Pensa che il periodo d’oro di questi studi sia superato?

 

Bisogna distinguere. La condizione attuale degli studi è buona, il livello degli studiosi, specie in Italia, è di assoluto rispetto. D’altra parte è indubbio che lo statuto accademico della disciplina non sia più quello di qualche decennio or sono (ed è giusto che sia così, perché nuove discipline si sono venute affermando e affiancando, guadagnando spazi considerevoli su nuovi terreni di ricerca e di insegnamento); d’altra parte è un dato di fatto, grave, che la filologia romanza, come la concepiamo, cioè come una disciplina comparatistica aperta alle varie componenti del dominio romanzo, si mantenga con forza solo in Italia e in pochi altri paesi, mentre altrove, in Francia e in Germania per esempio, sia quasi del tutto sparita in favore di discipline di settore.

Sul piano strettamente scientifico gli ultimi quarant’anni del XIX secolo, sino ai primi del XX, sono stati un’epoca eccezionale, perché corrispondono alla “scoperta” scientifica vera del mondo romanzo, in particolare del mondo letterario romanzo medievale, che costituisce il cuore della disciplina.

 

Proponiamo a tutti i docenti la domanda sull’interdisciplinarietà. Com’è il rapporto tra i vari docenti anche dello stesso dipartimento?

La filologia romanza di per sé tende all’interdisciplinarietà: ha una componente filologica in senso stretto, una linguistica, una letteraria. Didatticamente mi trovo molto bene soprattutto con i colleghi di Linguistica Italiana e stiamo lavorando perché questo spazio di collaborazione e d’interazione prenda sempre più piede. Sul versante scientifico, condivido alcuni interessi con gli antichisti e glottologi. In generale, i nuovi confini dei Dipartimenti, sebbene indotti da nuove normative e restrizioni di bilancio, possono aprire potenzialità interessanti, se le si intende sfruttare.

Secondo lei nel corso di questi anni la tipologia di studente è cambiata?

Bisogna delimitare l’arco di tempo e operare comunque delle distinzioni. Un primo dato è quantitativo: rispetto a quando studiavo io, cioè trent’anni fa, gli studenti della nostra Facoltà sono molti, molti di più. Sul piano qualitativo non si può più fare sicuramente riferimento a (e affidamento su) una formazione di base sufficientemente solida e relativamente uniforme: correggendo compiti e interrogando mi trovo di fronte a casistica varia – errori di ortografia italiana, ignoranza di nozioni elementari di grammatica italiana (che cos’è un passivo, un avverbio, un suffisso, ecc.), di geografia dell’Italia (il Po scambiato con gli Appennini, mari ignoti, ecc.), dell’Europa e del bacino del Mediterraneo, di storia varia (si passa da Carlo Magno a Carlo Alberto come se niente fosse, tanto vale l’omonimia, ecc.) e chissà cosa altro: “roba” da scuola elementare – che è francamente sconcertante. Diciamo che mancano le premesse che garantiscano di comprendersi su un terreno minimo comunque accertato. Questo non è semplice da gestire didatticamente. Sempre sul piano qualitativo mi sembra che si sia smarrita la componente di curiosità e quindi anche d’intrinseca autonomia operativa che caratterizzava acutamente gli studenti di Lettere; ora vi avverto complessivamente come più passivi, inerti. E la cosa si salda a quelle sacche d’ignoranza di base di cui dicevo prima: se non si sa come è fatto il bacino del Mediterraneo cosa si può capire di quanto è successo negli ultimi sei mesi nel mondo arabo? L’ignoranza, perché tale è, di base si associa in troppi con una sostanziale passività rispetto alla quantità di stimoli cui si è giornalmente esposti, a fronte dei quali pare mancare una benché minima capacità di organizzazione gerarchica dei dati e delle informazioni, quindi di selezione. Il risultato sembra essere una diffusa incapacità recettiva.

Spesso e volentieri, tra gli studenti, quando si ha un problema con i piani di studio, con codici di esami etc. si consiglia sempre di “rivolgersi ad Asperti”. Segno che gli studenti riconoscano il Lei un certo zelo e una disponibilità su questioni “burocratiche” che in tantissimi altri suoi colleghi non trovano. Come reputa questa idea che gli studenti hanno di lei?

Ovviamente non mi dispiace, ma è una fama che in certe occasioni si rivela un po’ pesante da gestire, qualche volta le situazioni da interpretare e da risolvere sono tutt’altro che facili, anche in conseguenza di quella che sembra una predilezione perversa per la complicazione burocratica che è condivisa tanto dall’amministrazione quanto dai colleghi.

Giacomo I


Tra gli autori provenzali e catalani di cui si è occupato, qual è quello che più di tutti è riuscito a trasmetterLe emozioni?

Il Libre dels feyts di Giacomo I.

Quali sono le sue passioni extra-accademiche, cosa le piace fare nel tempo libero e quali sono i suoi autori, film, artisti preferiti?

Vedo vecchi film in orari improbabili. Film: Sentieri selvaggi, Ran, La sottile linea rossa. Scrittori: Conrad.

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7 Risposte: a Intervista al Prof. Stefano Asperti

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  5. Vera says:

    Non c’è niente da fa. Asperti è sempre er mejo della fiera. Se tutti fossero come lui l’università sarebbe un posto migliore e varrebbe la pena ciecarsi gli occhi sui libri. È una persona che mostra davvero di aver capito quanto ha studiato. Ha infatti tutte le caratteristiche della cortesia.

  6. laura says:

    <3

  7. Veronica says:

    Che tempi andati!

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