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Intervista al prof. Alessandro Gebbia

Professor Gebbia, cosa accomuna il beat alla letteratura ebraica, al crudo fantastico di Poe e a Shakespeare?


Il Prof. Alessandro Gebbia

Il Prof. Alessandro Gebbia

La letteratura inglese in senso lato, e intendo le letterature che poi dalla letteratura inglese sono nate (canadese, americane, coloniali e post-coloniali) hanno tutte un comune denominatore e sono tutte legate da un filo rosso, nel senso che abbiamo assistito ad uno sviluppo paradigmatico di tutte queste letterature; niente è a caso e niente nasce dal nulla.

Noi dobbiamo considerare che a partire da Shakespeare in poi alcune tematiche ricorrono frequentemente, come la sperimentazione. Shakespeare fa una sperimentazione in due direzioni. In primis linguistica, poiché in Inghilterra l’inglese non esisteva, c’erano solo il francese ed il latino, in quanto prende una lingua popolare non scritta e la trasforma in una lingua orale che è quella del teatro. La seconda è la sperimentazione del teatro come medium, che viene utilizzato per l’informazione popolare in quanto aveva una funzione (detto in maniera riduttiva) che oggi hanno i giornali e la televisione. Quindi il teatro shakespeareano è anzitutto teatro e non letteratura, e poi è un teatro che utilizza molte metafore, perchè chiaramente non si poteva parlare apertamente. Il pubblico però immediatamente si rendeva conto dell’argomento contemporaneo che veniva affrontato durante lo spettacolo. Questo permetteva una diffusione a livello di storia, politica, pettegolezzo, fatti di corte, e così via. Questa è la rivoluzione rispetto ad un teatro precedente che invece era un teatro rinascimentale di puro intrattenimento di corte, adoperando maschere e riproduzione di tornei cavallereschi.

L’innovazione è in questa idea di portare sulla scena la vita quotidiana e soprattutto una lingua che ancora non esisteva. Da allora in poi tutta la letteratura inglese e poi di conseguenza quella americana, canadese, australiana, anglo-indiana e per ultima africana, hanno seguito sempre questo modello. Quindi in ogni caso sono tutte legate. Pensando al cinema, quest’anno io ho fatto un modulo sulle versioni infedeli di Shakespeare. Così si prende il cinema americano nei generi più disparati come anche il western in cui c’è Shakespeare, con la trama riprodotta in un contesto e in un ambiente diverso.

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Poe viene fuori come una reazione alla letteratura puritana in quanto è il primo autore non puritano della storia della letteratura americana. Però Poe è un autore di formazione europea, pur non essendosi mai mosso dall’America. Quindi sviluppa il gotico, che è alla base dei suoi scritti, utilizzando, e questa è un’altra forma di sperimentazione, la forma racconto. Poe esordisce con una straordinaria narrativa lunga che è Gordon Pym, inserendosi perfettamente nel dibattito che c’è tra il 1820 e il 1830 su quale strada la letteratura americana debba prendere per poter diventare una letteratura autonoma e indipendente. Quindi il romanzo non funziona, perchè è difficile da gestire e allora gli autori si muovono sulla forma del racconto; si pensi a Poe ma si pensi anche a Hawthorne, che è più o meno contemporaneo. Entrambi vanno a riprendere il gotico, il problema del doppio e del faustismo, tutte tematiche presenti all’interno della letteratura romantica europea. Però tutti e due poi si muovono nella direzione di arrivare al romanzo e soprattutto di inserire un contesto e una storia americana all’interno di una struttura che americana non era. In seguito Poe muore prematuramente e Hawthorne scrive il primo grande romanzo della letteratura americana che è La Lettera Scarlatta. Anche in questo c’è grande sperimentazione perché entrambi devono muoversi in modo da impedire di essere censurati, poiché i puritani non ammettevano la letteratura, considerandola un prodotto del demonio.

Poe da una parte deve inventare storie fantastiche pur non avendo grossi problemi coi puritani, invece Hawthorne ce li aveva e doveva contrabbandare tutto come niente altro che una ricostruzione della storia; quindi fatti realmente accaduti e dimostrati anche qui utilizzando un linguaggio che è nuovo rispetto alla prosa puritana. Un linguaggio che deve essere altamente metaforico da una parte e simbolico dall’altra, proprio perché, come nel teatro di Shakespeare, non si può raccontare la verità nuda e cruda e quindi c’è bisogno di fare un lavoro di sperimentazione. I beat fanno la stessa cosa in un momento di grande crisi. Tutti gli esempi citati nascono da grandi momenti di crisi. L’errore che noi facciamo nell’impostazione del discorso letterario è che ogni tanto parliamo di avanguardie come se fossero una caratteristica soltanto del ’900. In realtà le avanguardie sono sempre esistite. Nel momento di crisi c’è un gruppo di scrittori e di autori i quali tentano di sovvertire un ordine costituito a livello formale, linguistico o argomentativo. Per esempio uno scrittore come Kerouac,

Jack Kerouac

Jack Kerouac

su cui mi sono laureato, è borghese e non è così rivoluzionario o eversivo come è stato invece considerato. Kerouac non aveva alcuna intenzione di creare il movimento. Altri saranno quelli che parteciperanno ai movimenti hippy e contro la guerra del Vietnam. Quindi si lega tutto, anche il noir e il vittoriano sono tutte una conseguenza, cioè tematiche che vengono riprese e poi attualizzate. Il romanzo vittoriano che cos’è essenzialmente se non un gotico che però viene rivisto e rifiltrato attraverso le scoperte del positivismo e della scienza?

La letteratura è sempre la stessa, il modello occidentale è quello che ci ha dato l’antico testamento, perciò le trame sono le stesse da milioni di anni. Il nostro modello letterario non può essere altrimenti, è chiaro che di volta in volta viene riverniciato.

 

Secondo lei, un autore come Edgar Allan Poe trova lo spazio che merita nei moduli di letteratura anglo-americana?


Io continuerò ad usare Poe come esempio nonostante la difficoltà di fare un modulo dedicato interamente a lui.

Senza Poe non si capisce la letteratura americana dell ’800, quindi merita in ogni caso. Questa riforma può darsi anche che possa saltare, perché è una riforma che non funziona.

 

Quale letteratura nazionale si presenta come la più completa sotto il profilo di istanze non solo letterarie ma anche politiche, sociali e religiose? Quale insomma, la letteratura che ha arricchito di più ed ha funzionato da modello per le culture dei vari continenti più che essere arricchita e “modellata” da essi?


Senza ombra di dubbio quella inglese. Anche qui torniamo un po’ al discorso che facevamo prima. Oggi la critica letteraria deve sopravvivere e la sua sopravvivenza è fondata su delle “invenzioni”. Arriva un periodo in cui appunto gli storici della letteratura danno delle definizioni campate per aria perché in realtà sono un tentativo di creare dei contenitori all’interno dei quali noi mettiamo quello che avviene in un determinato periodo storico sotto particolari condizioni politiche, sociali etc. Però gli autori secondo me, anche quelli ascritti ad un determinato movimento, ne sono parzialmente consapevoli: l’autore fondamentalmente è un essere individuale. È difficile riuscire ad avere delle vere e proprie scuole di pensiero, almeno in letteratura.

Possono essere accostati degli autori quando però in verità dei movimenti organici non esistono, o almeno nel mondo anglo-sassone e ancor di più in quello anglo-americano perché lì l’individualismo è fondamentale. Oggi per esempio vanno molto le categorie come il post-moderno o il post-coloniale. Che cos’è il post-moderno? Non è che ce lo siamo inventato noi. È sempre esistito perché il post è qualcosa che viene dopo.

Anche i romani erano post-moderni rispetto ai greci, perché sostanzialmente il “post” significa che si prende un modello precedente e lo si riutilizza. Le categorie del post-moderno sono quelle della riscrittura. Fa parte di tutte le culture. Oggi parliamo di post-coloniale, ma il primo post-coloniale della storia della letteratura è quello inglese. Gli inglesi si liberano dei romani e da quel momento in poi utilizzano la lingua e la cultura romana per affermare la propria identità. La stessa cosa che poi gli altri popoli hanno fatto con gli inglesi. Quindi i processi della letteratura non possono mai essere segmentati, va sempre considerato come un enorme percorso unitario dove tutto ritorna e tutto si ricolloca nel momento giusto. In questo senso la letteratura inglese funziona nella direzione della vostra domanda, perchè ha assorbito il modello latino, ha assorbito quello francese, ha mantenuto il modello nordico sia a livello di tradizioni che a livello linguistico (l’inglese è una lingua germanica). A partire dal ’500 è riuscita ad arricchirsi attraverso tutti i passaggi religiosi: riforma, contro-riforma, chiesa anglicana, puritanesimo, reazione al puritanesimo e così via. Ha funzionato come modello per esempio in America; negli Stati Uniti si ripropone il modello inglese, come fa anche la letteratura canadese, con l’unica differenza che quella statunitense ha un background religioso molto forte alle spalle (modello puritano) mentre quella canadese è più laica per via del modello britannico (conquista militare e gestione commerciale dei paesi lasciando liberi tutti di professare la propria religione e il proprio credo).

Il Prof. Alessandro Gebbia

Il Prof. Alessandro Gebbia

La storia del Canada di episodi cruenti ne conta pochissimi (la ribellione delle praterie del 1837 ma al di là di quella non esistono massacri o grandi problemi di guerra). Nell’America puritana accade l’opposto perché c’è una cultura che non vuole fondersi col nuovo territorio ma vuole mantenere la cultura di partenza. Quindi in America tutto quello che è diverso viene distrutto, si pensi al problema dello sterminio dei nativi e via dicendo. Lo stesso modello che subisce due trasformazioni diverse. In Australia la letteratura comincia alla fine dell’800 ma su un territorio che è stato completamente rimodellato. Modificazione di una parte del continente sul modello della regione originaria da parte ad esempio di moltissimi ergastolani costretti in quel luogo, come ad esempio il Nuovo Galles; colline, piantagioni, pecore. Io faccio spesso l’esempio ai miei studenti di un film che tutto potrebbe essere considerato meno che paradigmatico in questo senso ma che invece lo è, ed è Babe – Maialino coraggioso. Se si vede quel film ci si convince che sia ambientato in Inghilterra: c’è la campagna inglese, c’è il fattore vestito all’inglese, i cani, la casa, la moglie e così via. Ma quando la moglie parte per un convegno, solo allora ci si accorge che dietro il pullman che la porta via c’è scritto «associazione femminile del Nuovo Galles del sud», allora ci si accende la lampadina e si capisce che siamo in Australia. E questa è la dimostrazione che lì la clonazione è avvenuta.

E poi arriviamo all’India, dove invece avviene esattamente il contrario. L’India è l’unico paese in cui la clonazione non è stata possibile: gli inglesi sono stati costretti ad adattarsi senza cambiare e modellare il territorio sulle loro strutture e anzi hanno dovute prenderle da quel territorio. Anche la letteratura soltanto agli inizi ha dei momenti alti, si pensi a Kipling che racconta l’esperienza coloniale, però poi non esiste una tradizione di scrittori inglesi residenti in India, come è avvenuto in America o anche in Canada. Il soggiorno in India è temporaneo e ad un certo punto gli inglesi si ritraggono, quindi non nasce una generazione di scrittori inglesi nati in India come invece accade altrove. Si scrive in inglese, lingua considerata ormai potente a livello veicolare, ma si trattano problemi prettamente indiani. I grandi scrittori degli anni ’20 e ’30 si occupano tutti del movimento indipendentista e delle condizione dei “paria”.

 

Confrontando la concezione e la resa formale della nostra letteratura con quella anglo-americana, quali i tentativi autoriali di più ardita sperimentazione e ricerca innovatrice? La rivoluzione inziata dalla poetica di James Joyce regge il confronto con l’audace e spregiudicato operato dantesco?

 

Sono in difficoltà, nel senso che non sono un italianista e quindi non so quanto gli italianisti potrebbero accettare un accostamento del genere. Dante fa un’operazione straordinaria che forse può essere accostata a quella di Shakespeare. Dante e Shakespeare funzionano perfettamente, proprio perché sperimentano un nuovo linguaggio e una nuova maniera di comunicare. Su quanto Dante sia sperimentale non ci piove. Quanto l’impatto di Dante possa essere paragonato all’impatto di Joyce, su questo io personalmente ho qualche dubbio. Joyce è importante innanzitutto perché rivoluziona un modo di scrivere, quindi sdogana la scrittura da una serie di sovrastrutture che sono la forma e la struttura del testo, così libera il linguaggio. In fin dei conti il flusso di coscienza è un prodotto della psicanalisi, ma anche un prodotto di un “andare a ruota libera” ed è anche un rompere le convenzioni. Non solo una valenza di tipo psicologico ma anche di tipo politico. È un tentativo analogo a quello che Eliot ha esercitato in poesia.

Un accostamento tra Eliot e Dante funziona di più, proprio perché Eliot deve proporre la poesia del ’900, ovvero una poesia che deve fare i conti essenzialmente con questo evento stravolgente che è stata la prima guerra mondiale. Con la guerra sono saltati tutti gli schemi (numero di morti, armi di sterminio di massa etc.); la guerra non è più un guardarsi in faccia e magari spararsi o combattere, la guerra è un fregare l’altro (gas, bombardamenti, guerra di posizione), tutta una serie di elementi prima non presenti o che al massimo erano stati anticipati dalla guerra civile americana o come prima grande catastrofe del capitalismo, in quanto si combatteva per acquisire materie prime, e in questo gli americani sono stati maestri. La paura, le attese e disattese dell’unione sovietica coincidono con la consapevezza di assistere ad un momento in cui salta tutto il meccanismo precedente e si va in crisi e quindi come puoi rapportarti con esso?

Il discorso si va a ricollegare alla letteratura ebraica, in quanto gli scrittori ebrei sono quelli che nel ’900 per primi si fanno portatori di tutta una serie di valori che sono saltati. Strappati da una cultura e portati in un’altra cercano di mantenere la propria identità e contemporaneamente “assimilarsi”, perché altrimenti è impossibile sopravvivere. Il problema di essere vittime ed essere perseguitati; ad esempio in Unione Sovietica la maggior parte di intellettuali che partecipano alla prima fase sono ebrei, però subito dopo vengono epurati perché cadono tutti i presupposti del comunismo e non si realizza né comunismo né socialismo, ma in un altro modo per esercitare un potere di un certo tipo. Come raccontare il mondo dopo la prima guerra mondiale? La letteratura inglese e americana, oltre a Joyce, è principalmente una letteratura “eliottiana”. Ma pensiamo anche ad Hemingway e Fitzgerald.

 

Si dice che vedere un film in lingua originale (e quindi non doppiato) è tutta un’altra cosa. Per le letture impegnate si può fare lo stesso discorso?

 

Io credo che un testo come un film vada goduto in lingua originale. Anche perché da un punto di vista formativo è molto più utile: permette da una parte di addentrarsi nel mondo di uno scrittore e contemporaneamente ti aiuta a migliorare la lingua, la conoscenza e la comprensione di una lingua. Capisco che però il problema della lingua è uno dei maggiori di questa facoltà, ma io oserei dire di tutto il sistema culturale italiano. Adesso si sta cercando di metterla alle elementari però prima noi non abbiamo mai avuto un’apertura in questo senso. Quindi è chiaro che il problema linguistico, unito al fatto che gli italiani hanno più difficoltà ad apprendere le lingue straniere, spaventa e mette in imbarazzo gli studenti. Io faccio vedere i film in lingua originale e soltanto per i primi film concedo i sottotitoli in inglese e a lungo andare il miglioramento si vede. Il doppiaggio ad ogni modo è qualcosa di poco credibile, anche perché i doppiatori non necessariamente conoscono bene la lingua, ma hanno solo il problema della sincronizzazione, dopo di che possono dire quello che vogliono. A mio avviso il senso di un film cambia moltissimo rispetto all’originale nel doppiaggio. Anche con lingue per me sconosciute, come quelle dei film di Bollywood ad esempio, specchio della cultura indiana non indifferente, se guardati in indi coi sottotitoli in inglese all’inizio si stenta a capire poi però pian piano qualche cosa si riesce a comprendere.

 

Quali cambiamenti ha notato, dal suo primo giorno da studente ad oggi, nello studente e nel sistema universitario (ampiamente inteso come docenti, funzionari, organizzazione etc.)?

 

Io sono convinto che la politica universitaria degli ultimi anni è stata una politica scellerata. Per cui io rimpiango il vecchio ordinamento perché i quattro anni del vecchio corso di letteratura che io ho fatto, da un punto di vista formativo, erano di gran lunga migliori rispetto ai tre più due di oggi. Oggi la politica la fanno gli incompetenti e quindi la riforma della 509 è stato un tentativo che nessuno ha capito e soprattutto a cui nessuno si è opposto, di svilimento della cultura e della preparazione. E se poi uno va a vedere cosa è successo negli ultimi dieci anni si capisce che tutto era in funzione propedeutica di svuotamento dell’università per far crescere l’università privata. Quindi un discorso di cultura di seria A e cultura di serie B, lauree di serie A e lauree di serie B.

Se fossero stati onesti la riforma universitaria avrebbero potuto farla tornando al vecchio ordinamento di 19 esami seri e fatti in una certa maniera. L’aggiunta, magari col tirocinio, del titolo abilitante e, terza cosa, l’abolizione dei concorsi universitari, che tanto sono quello che sono. Io sostengo sempre che è meglio la cooptazione rispetto ad un concorso universitario. In America in ogni anno c’è una verifica seria e se non lavori ti cacciano via insieme a quello che ti ha “cooptato”. Mentre oggi noi ci troviamo in una situazione dove la 270 è un rabberciamento del vecchio ordinamento dove però si è costretti a fare i crediti. I moduli primo anno di inglese sono con 8 crediti di lingua e 4 di letteratura; ma con 4 crediti di letteratura (che sono 32 ore) quale letteratura puoi fare? Che cosa puoi spiegare se non il Bignami della letteratura inglese? Se devo preparare gli anglisti pensando a delle persone che possono andare a insegnare, ma con quale preparazione escono da qua? Io quando ho fatto i quattro anni con Agostino Lombardo, per preparare un esame di inglese dovevo studiare  40 o 50 testi, però alla fine sulla letteratura si era pronti. Non si esce veramente specializzati. Si fanno i moduli da 8 crediti che non servono a nulla. Solo per tracciare una panoramica introduttiva sulla letteratura inglese ci vuole un anno.

 

Tornando invece al cambiamento che lei può aver notato nella figura dello studente, cosa ha notato?

 

Io devo dire che sono molto soddisfatto dei miei studenti. Io trovo negli studenti, tranne pochi casi fisiologicamente previsti, una grande voglia di apprendere che però cozza con una preparazione debole a livello di scuola superiore. Chiaramente gli studenti che arrivano all’università hanno una preparazione linguistica che non è quella prevista per gli standard della comunità europea all’uscita dal liceo. Sono molto curiosi e li trovo forse a fare i conti con un processo di maturazione rallentato, ma non è colpa loro. È un dato che deve far riflettere. C’è un appiattimento di ragazzi che arrivano “bambini” a 19/20 anni. Ma non è colpa loro. È colpa di questa società e della scuola italiana. Talvolta bisogna guidarli, il che è giusto.

Una facoltà universitaria secondo me dovrebbe essere modellata su quella anglosassone: professori dal lunedì al venerdì e dalle 9 alle 17 del pomeriggio impegnati in facoltà ad insegnare, ricevere, a far seminari, ad aiutare nelle ricerche e così via. Questo da noi ovviamente non succede? Gli studenti sono molto motivati, il problema è di dargli gli strumenti giusti per soddisfare questa loro curiosità e voglia di fare.

Io sono stato fortunato perché quando mi sono iscritto alla facoltà di anglistica eravamo 20 persone, quindi era bello e interessante. Il modello del professor Lombardo poi è stato un modello vincente aggiunto alla possibilità di frequentare seminari e conferenze. Poi essendo pochi c’era sempre un grande scambio con i docenti. Oggi invece c’è la massa, ed è giusto che ci sia perché è un principio della democrazia in cui però poi ci sono docenti che hanno l’80% della massa, chi il 10% e chi non ha nulla.

 

Quali le soluzioni attuabili? Come poter contrastare la svalutazione della cultura, sempre più stretta tra un bieco pragmatismo interessato (l’ansia del lavoro) ed una mercificazione della stessa?

 

Il problema è che la cultura è, secondo me, la risorsa primaria di questo paese.

 

Dovrebbe…

 

No, io sono convinto che lo sia ed è la verità. Poi in realtà non viene sfruttata come dovrebbe. A partire dal patrimonio culturale e dalla formazione che vengono svilite, perché si pensa che non rendano. E invece anche solo la pura funzione pedagogica e la formazione sono essenziali per un paese. Un paese in cui si formano le nuove generazione fin dalla scuola primaria è un buon paese. Avere buoni maestri e buoni professori significa creare un paese più forte. L’Italia è l’unico paese che non ha più una facoltà di formazione per gli insegnanti. Prima c’era il magistero, oggi non più.

L’ipotesi per il futuro di una facoltà umanistica dovrebbe essere anche quello di prevedere un percorso che prepari veri e propri operatori culturali. Poi alla fine il lavoro si trova. Io lo vedo con il nostro master diviso in due percorsi: uno per i traduttori letterari e l’altro per i traduttori di spettacolo. Volutamente il gruppo è piccolo, formato da non più di 12 studenti l’anno: il 70% di quelli bravi il lavoro lo trovano, perché dove vanno a fare lo stage lì rimangono, che sia nel doppiaggio o nella casa editrice. Questo accade però perché sono formati e hanno una specializzazione. Io ad ogni modo non sto dicendo che il master è l’eccezione, ma voglio dire che tutto il sistema universitario si dovrebbe sviluppare in questa direzione. Ad esempio noi qui abbiamo il corso di laurea in Scienze della moda e del costume ma non esiste un laboratorio dove gli studenti di tale corso possano mettersi a lavorare. Vai all’“Accademia del Lusso” dove ti prelevano 10.000 euro l’anno e hai tutto. Questa è la follia. Ancora un altro esempio: i vostri colleghi di arte secondo voi hanno un laboratorio dove poter lavorare? Assolutamente no. Tanta teoria che se non si accompagna con la pratica non serve a niente.

Qualunque mestiere deve essere accompagnato dalla prassi. Soprattutto mestieri come quelli umanistici – vedi il traduttore, l’operatore dei beni culturali e via dicendo – devono avere il modo di andare a “bottega”, perché altrimenti la teoria conta zero. Non è che leggendo un libro teorico poi posso aprire il cofano della macchina e riparare il motore, devo guardare e applicarmi per imparare. Quindi il problema è a monte, ossia che non si vuole risolvere il problema. La politica non ha interessi nei riguardi dell’università di stato, e soprattutto ad avere una popolazione acculturata. Altrimenti come credere a tutte le castronerie che vengono dette?

 

Si vuole quindi un popolo con la coscienza addormentata?

 

Questo è evidente.

 

Quotidianamente infatti assistiamo a scene come quella del ministro Brunetta che gode nel vedere chiusi i “rubinetti” dei finanziamenti alla cultura (mi riferisco nello specifico alle dichiarazioni sui finanziamenti destinati al FUS rilasciate lo scorso Settembre).

 

Noi abbiamo una classe politica che non ha il senso dello stato, che non sa fare politica e che non ha rispetto per gli altri. Brunetta non ha rispetto per nessuno. Io potrei anche giustificarlo da un punto di vista psicologico, avendo lui evidenti problemi, però non può comunque permettersi di fare certe affermazioni, pensando anche alla fazione di cui è rappresentante e di quello che propaganda. Il popolo va rispettato!

Umanamente può capitare che scivolino dichiarazioni fuori dalle righe, ma quando è la costante viene a mancare il rispetto per gli altri e quindi anche la democrazia. Lui è così. La Gelmini impara tutto a memoria e poi quando esce ci racconta le favolette e basta interrogarla approfonditamente per mandarla in tilt. Credo che l’interesse non ci sia. È inutile parlare di riforme. L’unica che si può fare adesso è quella di far ripartire la produzione. Cosa utilizzata anche dai paesi di capitalismo avanzato, come gli Stati Uniti. Aumentare i salari e cercare di eliminare la disoccupazione perché chi guadagna spende anche, chi non guadagna non spende. Io sono convinto che sia voluto l’utilizzo folle del precariato come sfruttamento. Si crea un indotto di persone non tutelate, prive di contratto e quindi costrette a scelte forzate. Alimentato continuamente è anche il vampirismo tra coloro che cercano un posto di lavoro. Se si analizzano i tagli fatti all’università e quelli non fatti alla politica, si capisce quanto più si potrebbe investire nella formazione. Dove sta scritto che dei somari come quelli (politici ndr) prendano tutti quei soldi al mese? Il vitalizio, portaborse e via dicendo.

Facendo un calcolo si arriva a milioni che potrebbero essere investiti nella formazione sino ad ottimizzarla oltre che a renderla migliore.

 

Andando amaramente avanti… Quali sono, tra quelli non ancora citati, i mali dell’università  e soprattutto, perchè e da cosa dipendono la rassegnazione ed inoperosità (per non azzardare il termine menefreghismo) di certa docenza e amministrazione?

Infostud

 

Molto semplice, perché l’università è fatta da due componenti che sono docenti e amministrazione, che dovrebbero lavorare in sinergia per ottimizzare le risorse. Il problema è che noi siamo vincolati dalla burocrazia. Il male dell’Italia è la burocrazia. Quando ci si trova costretti a dover studiare una normativa e una volta appresa viene repentinamente cambiata, non ci si pone il problema che qualcosa non funzioni correttamente? Stesso discorso per il tutoraggio per la 270! Se le cose cambiano ogni giorno è chiaro che non si riesce a raggiungere un equilibrio nel sistema.

Infostupid” (Infostud, ndr) è una cosa allucinante. Siamo costretti a confusione tra moduli e indifferenza del servizio che non si occupa delle molteplici lamentele, sottovalutandole per giunta. “Infostupid” nega disparate soluzioni e possibilità, anche riguardo le bocciature. Le bocciature verbalizzate si contano sulla punta delle dita, e sono quasi tutte motivate da atteggiamenti del singolo studente che vuole andare avanti sino alla bocciatura oppure da altri studenti che non rispondono per tempo alla discussione del verbale. Ma comunque è sbagliato il sistema, in quanto la bocciatura avrebbe un senso se ci fosse una conseguenza, ma dal momento che non c’è, ed è meglio così perché potrebbe essere utilizzata in malo modo, come impedimenti a dare altri appelli nella stessa sessione, che senso ha allora?

Un sistema che è costato centinaia di migliaia di euro funziona poco e male. Un tecnico informatico mi disse che il cervellone di Sapienza ha solo due giga di Ram e per questo spesso si “impalla”. Noi abbiamo “Infostupid” e “Forrest Gomp” (Gomp, ndr).

 

A questo punto ci può spiegare che cos’è questo fantomatico Gomp (famigerato per via dei molteplici problemi che ha creato e continua a creare)?

 

Questa è un’invenzione del ministero per cui ogni corso di laurea 270 deve inserire il proprio percorso in base a quella che è la disponibilità di forza lavoro. Non si può più costruire un programma in cui ad esempio è prevista letteratura americana, dato che non può essere poi sdoppiato. Quindi io non posso insegnare letteratura anglo-americana per merito di questo Gomp, che dà una mascherina rigidissima, per cui ci si deve attenere o altrimenti sei tagliato fuori. Quindi il docente si trova a dover studiare equilibri straordinari per poter mandare avanti il corso di laurea. Non ha senso. Lo avrebbe se questa fosse un’università con la docenza adeguata al numero di studenti e ci fosse un ricambio della stessa, quindi anche una possibilità di apertura alle forze nuove. Ma in questa facoltà, dopo il pensionamento, chi sostituisce i docenti? Si dovrebbe in qualche modo far assistere i ricambi da docenti più anziani ed esperti che invece vengono sempre più liquidati prematuramente.

Un enorme patrimonio umano, sprecato!

Le persone motivate, e competenti anche fuori dal paese, si trovano ad essere private degli strumenti per poter lavorare come si deve. Quando ho portato degli studenti in America i docenti stranieri erano meravigliati per la preparazione di questi ragazzi. Noi stiamo sprecando tutto per una burocratizzazione e uno schema folle. Il bello dell’università è di modellare i percorsi formativi sulle propensioni degli studenti, e non “con lo stampino”.

Qui si bloccano i percorsi alla radice.

 

Pura curiosità: tra le sue letture, non impegnate, quali sono gli autori (teatrali, di saggi, musicali, registi, artisti..) e i generi che carpiscono al meglio il suo interesse, tra coloro che non sono stati citati in precedenza?

 

Io devo dire che la sera quando vado a letto non posso leggere letture di lavoro. In questo periodo sto leggendo molti neo-vittoriani e molte riscritture di Jane Austen. Leggo anche sulla musica, soprattutto rock, e sul cinema. A teatro ci vado il più possibile. Io, in genere non lo dico e non lo metto in curriculum, ho scritto un libro su Rod Stewart, e ho lavorato in radio. Mi piace tanto il rock. Per due anni in questa facoltà ho tenuto un corso di traduzione musicale, ho fatto tradurre Bob Dylan e Leonard Cohen ed era come tradurre la poesia, non semplici canzonette.

 

Per noi va bene così e la ringraziamo.

 

Di nulla. Anzi, grazie a voi. Seguo spesso il vostro Giornale, fate un buon lavoro.

 

Valerio Chiocchio e Buffalmasci (Adriano Masci)

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2 Risposte: a Intervista al prof. Alessandro Gebbia

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  2. Paola says:

    Condivido pienamente quanto esposto dal Prof. Gebbia riguardo alle conseguenze pratiche della riforma universitaria sugli studenti, all’ imperante sfruttamento del precariato incoraggiato da questo sistema e al conseguente vampirismo che si crea tra coloro che cercano un posto di lavoro.
    Con il cambio di governo, non sarebbe il caso che persone autorevoli come il professore facessero presente al nuovo ministro Profumo la situazione tragica in cui versa la ricerca in Italia? Profumo viene da un ambito universitario e dovrebbe saperlo. Migliaia di ricercatori senza futuro, né prospettive certe. Chi può permettersi di arrivare a 40 anni senza un lavoro sicuro? Penso sia utile richiedere emendamenti e sollecitare un cambiamento, perché, vi assicuro, la situazione vista dal basso è veramente triste. E spero che anche gli strutturati, anzi soprattutto gli strutturati, aiutino chi è ancora fuori e vive delle briciole del sistema.

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