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Il secondo tragico trasloco del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo

Già molti critici e storici avevano notato che fra i punti deboli del Museo del ‘900 c’era la collocazione del Quarto Stato: ora se ne sono accorti anche i politici ed è nata un querelle sul destino di quest’opera. Che l’opera sia esposta male è oggettivo: cattiva illuminazione, spazio inadeguato, mancanza di una logica espositiva. È misterioso perché un’opera in tutto ottocentesca sia posta ad apertura di un museo centrato sul ‘900. La risposta, forse, sta nel fatto che l’opera, dov’è collocata, non serve ad introdurre un discorso coerente: il museo inizia con la sala delle avanguardie, prima c’è un ingresso che i padroni di casa hanno ingemmato con un’opera famosa come un collezionista che, nel pianerottolo, metta un Monet per farlo vedere ai condomini. Una delle più quotate risposte all’affermazione che il Quarto Stato è esposto male, è che lì, oltre ad essere il fulcro della concezione architettonica, possono vederlo gratuitamente tutti i visitatori (la rampa non è una sala espositiva ma un ambiente di servizio), perché il Museo del ‘900 è la casa dei milanesi, perché lì è studiato e protetto. Ora, non è che a Milano in questi anni siano sorte associazioni di cittadini che reclamavano l’ostensione della tela del Pellizza, né si sono mai viste fiumane di persone accorrere in agitazione estatica verso il museo.

Cosa si è proposto di fare? Boeri, l’assessore, reclama via Facebook (17 agosto) che l’opera trovi collocazione in Palazzo Marino (sede del Comune) la vera casa dei milanesi, dove potrà esprimere, meglio allestita, tutto il suo alto valore. «Mai!» – replica l’opposizione – l’opera è troppo di parte per essere esposta nella vera casa dei milanesi e poi sta benissimo dov’è. Sarebbe meglio dire, tuttavia, che è impegnata, non di parte, altrimenti, seguendo questa logica, si potrebbe obiettare che l’opera non dovrebbe essere esposta in nessun museo civico. A guardare con malizia, sembra che la nuova giunta voglia assumere il Quarto Stato a mascotte (collocandola simbolicamente in Comune) e, nel contempo, fare uno sgarbo alla passata gestione che l’ha messo nel Museo del ‘900, mentre l’opposizione difende questa sede onde evitare che, all’insegna della discontinuità, una delle ultime realizzazioni della giunta Moratti venga cassata. Così i fautori dell’attuale collocazione (Finazzer-Flory, De Corato, il capogruppo Pdl Masseroli e, con altre posizioni, l’architetto Rota e la direttrice del Museo Pugliese) sono disposti a esporre male l’opera piuttosto che ammettere l’errore, mentre gli altri sono disposti a far peggio pur di rompere qualche uovo nel paniere. Che del quadro interessi veramente qualcosa a qualcuno è dubbio. L’idea prima di Boeri, da lui definita «ipotesi affascinante», è questa: Palazzo Marino in una sala dedicata che consenta la gratuita visione. Idea poco pratica: ricavare uno spazio espositivo ex-novo (con i relativi costi di gestione e manutenzione) per una sola opera sarebbe una spesa inutile. I visitatori, poi, ci andrebbero davvero? La precedente collocazione alla Gam e l’attuale al Museo del ‘900 non pare abbiano dimostrato che si tratti di opera capace da sola di attirare folle di visitatori. Tutta questa retorica, sull’opera simbolo del riformismo di Milano e cara ai milanesi, è avventata. Per come si parla di questo quadro sembra che i milanesi notte e giorno pensino a quel grande simbolo, bramino di trovarvisi innanzi gemendo «Pellizza mio, perché non m’accompagne!». Lo spettro di Fantozzi aleggia: i cittadini saranno condotti coatti alla quotidiana proskynesis dinanzi la veneranda immagine.

 

«Ugo, credo che non potrai vedere la tua partita questa sera… dobbiamo uscire… l’assessore Boeri… mi ha detto il ragionier Filini che dobbiamo andare a Palazzo Marino per vedere un film cecoslovacco su Pellizza da Volpedo e la storia del Quarto Stato…»

«Noooooooooooooooooooooo!»

«Ma con i sottotitoli in tedesco!»

 

Quindi, bandendo la retorica e l’interesse particolare, quale contesto permetterebbe la migliore valorizzazione e fruizione dell’opera? Boeri, il 19 agosto, ha ampliato lo spettro delle possibilità con strabilianti new entries: il Museo del ‘900 ma in un’altra collocazione, il Castello Sforzesco «dove era ospitata prima del Ventennio fascista»[1], Palazzo Marino e – incredibile! – la Gam. Cosa scegliere? Il Quarto Stato non è solo un’immagine simbolica, è un quadro con una tecnica, con un autore legato al divisionismo e al simbolismo, al proprio contesto storico e sociale; l’opera esposta in solitaria – come sarebbe nelle prime tre sedi ipotizzate – non permette di comprendere nulla di tutto questo. Che valore può avere che centomila persone guardino il Quarto Stato senza che venga comunicato nulla sull’artista, sul suo percorso stilistico, sul suo inserirsi all’interno di un contesto artistico più ampio: il nostro Ottocento è quasi misconosciuto, opere di questo tipo dovrebbero servire come esca per favorirne la conoscenza, per far avvicinare il pubblico ad altre opere ed altri autori e non essere tramutate in icone autosufficienti.

L’opera dovrebbe trovarsi in continuità con le opere di Segantini, Previati, le altre di Pellizza, di Morbelli, di Filippo Carcano, di Enrico Butti che costituiscono il continuum stilistico e tematico del Quarto Stato. L’arte attenta alle questioni sociali, in quel fine secolo, non è solo il Quarto Stato: è un fenomeno vasto, e il valore dell’opera del Pellizza verrebbe sublimato da opere di altri artisti italiani ed europei come Meunier o Dalou. Ricostruire questa trama attraverso opere, documenti, percorsi didattici, sarebbe un modo migliore per valorizzare l’opera piuttosto che ostenderla come la Sindone. Ma dove? Alla Gam di Milano – dove l’opera era prima – queste possibilità, latenti, ci sono e molti lo hanno ribadito (Daverio, Biscottini, Mazzotta). Certo, la Gam è una sorta di limbo dove le opere galleggiano: un museo, a ingresso gratuito, che custodisce opere straordinarie del nostro Ottocento, ridotto ad un presente non fulgido a causa della cronica mancanza di fondi, di personale, di spazi espositivi, di fiacche gestioni. Una vecchia casa ma l’unica adatta ad accogliere il Quarto Stato e stupisce che, invece di pensare a ridare smalto a quella istituzione, la si sia depredata di opere e lasciata al suo declino. Ma sembra che a Milano tutti vogliano lasciare un segno nuovo del loro passaggio: ora il Museo del ‘900, domani il Mac… nessuno si preoccupa di cosa succederà alle vecchie e nuove cattedrali una volta erette e lasciate allo sbando fra tagli, contratti precari, mancanza di fondi per portare avanti progetti di ricerca o realizzare un catalogo degno di questo nome. Il Quarto Stato doveva restare alla Gam, una gestione attenta, piuttosto che spostarlo nel nuovo Museo, avrebbe dovuto occuparsi del luogo nel quale si trovava, ma anche oggi riportarlo indietro alla Gam senza intervenire in maniera strutturale sui problemi dei musei civici, è uno sperpero di denaro e uno stupido capriccio politico. Se un cambio di gestione si vuol fare, che sia almeno all’insegna di una maggiore attenzione alle istituzioni culturali della città: meno mostre-evento che arricchiscono le imprese che le organizzano e più qualità. In molti musei le sale sono chiuse per mancanza di personale, altrove cedono le condotte idriche: il problema non è dove esporre un’opera, ma se sia giusto esporre un’opera in condizioni pessime, se non valga la pena conservare le opere nei depositi e chiudere i battenti piuttosto che offrire servizi mediocri, a singhiozzo e non garantire l’adeguata tutela delle opere stesse e – cosa gravissima – renderne agevole lo studio. Insomma si voleva creare una polemica politica, senza minimamente affrontare i problemi reali, con le decisioni finali da [non] prendersi a settembre. Ci vorrebbe il Rag. Fantozzi a urlare: «Il Quarto Stato è una cagata pazzesca!»: un gruppo di insorti comandati da Filini, al grido di Avanti Popolo, andrebbe al Museo del ‘900 e, sequestrata la tela del Pellizza, la riporterebbe alla Gam. L’assessore e gli altri sarebbero condannati, fino all’età pensionabile, a mettere in scena un tableau vivant del Quarto Stato, gratis, 24h su 24h, in Piazza Duomo. Inaugurerebbe l’opera vivente l’epica Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, sperando che abbia conservato la sua ineffabile mira…

«Vadi Contessa! Colpischi! E non temi, abbiamo bottiglie per tutti!»

 

 


[1] 1 L’opera, per la cronaca, si trovava lì perché la Galleria d’Arte moderna non aveva transitato ancora nella attuale sede e le collezioni erano pertanto collocate nel Castello.

 

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