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Ma chi se l’ascolta la lirica

Una ricerca del 1985 dell'ISTAT dava la passione per l'opera lirica molto al di sotto del collezionare polli.

Una ricerca del 1985 dell'ISTAT dava la passione per l'opera lirica molto al di sotto del collezionare polli.

Cinema, videogiochi, serie tv, concerti rockpunkpostrockindiemetalhardcoregrindcore, libri, teatro: come forma d’arte/intrattenimento l’opera, nel 2011, dovrebbe collocarsi, nell’immaginario comune, tra punto e croce e passione per i bonsai. Proprio argomenti come “Gli enti lirici stanno fallendo”, “Ma chi se l’ascolta l’opera lirica” “Forza Roma” ecc., che chiunque darebbe per buoni, mi hanno portato a dare del pazzo a chi mi ha proposto di andare alle 6 di mattina davanti al botteghino del teatro dell’Opera di Roma il giorno in cui sono usciti i biglietti.

Più per assecondare che per convinzione mi sono svegliato alle cinque e mezza, orario che non conoscevo dai biglietti di Roma – Manchester; a ragione, essendo la Roma, nell’immaginario comune, una passione che sta al primo posto dando una decina di punti di distacco al sesso orale. Tra una bestemmia e l’altra, un irrazionale odio per la lirica e un machemmefregaammèdegentecheurla, arriviamo al Teatro dell’Opera, convinti e tronfi di essere, se non i primi, almeno i secondi. No. Un’espressione à la Rigoletto che scopre la morte della figlia si dipinge sui nostri volti: un drappello di persone discuteva animatamente sulla stagione precedente; qualche vecchietta si era portata la sedia da casa e aspettava, probabilmente da 15 giorni, l’apertura della biglietteria; degli avvoltoi, intanto, volavano in cerchio fiutando qualcosa di interessante. Alle sei di mattina ci viene consegnato il numeretto 135. Eppure davanti al teatro non c’erano che una ventina di persone. Le spiegazioni potevano essere due: o l’alzheimer aveva portato alcuni dei presenti a chiedere numerose volte il biglietto, o il freddo della notte romana aveva stroncato un centinaio di ottuagenari. Ma la razionalità, a volte, va sospesa: come in un remake flash mob dell’Alba dei Morti Viventi, in un’ora compaiono tutti e se ne aggiungono altri. Probabilmente si erano fatti ibernare nella notte per essere più freschi il giorno.

6:00 AM, Teatro dell'Opera: la fila.

6:00 AM, Teatro dell'Opera: la fila (dettaglio).

All’apertura del botteghino c’erano già più di trecento persone: molti degli ultimi arrivati hanno cominciato a mettere in discussione la validità giuridica del numeretto, per ovvie ragioni di opportunità, passando dalla speculazione ai fatti. Ma uno zoccolo duro di reduci della prima guerra mondiale è riuscito a resistere agli assalti di signore con il bastone “che si sentivano male e quindi dovevano passare”. Non sono stati fatti prigionieri e il bottino di cardioaspirine è stato distribuito al popolo in festa. Le prime ore sono state senza dubbio le più estenuanti: gli incaricati di associazioni di lirica e agenzie compravano abbastanza biglietti a testa da poter dimezzare il debito pubblico italiano. Cinquecento persone erano in attesa e dopo due ore si era ancora al numero tre: ricevuta questa informazione, un avvocato settantenne in pensione si è tolto la vita ingurgitando tutti i numeretti dal 523 al 647.

Piano piano la vendita ha cominciato ad accelerare, grazie a caffè avvelenati distribuiti sapientemente dagli impiegati del teatro e un’epidemia di peste diffusasi a macchia d’olio tra 10:58 e le 11:45, probabilmente per colpa di un quarto di tramezzino andato a male che un’anziana signora conservava da sei giorni nella borsa. Ma, per quanto veloce, si procedeva sempre troppo lentamente e la tensione si poteva tagliare con il coltello: bastava muovere appena un braccio, scherzare sulla validità dei numeretti e subito ci si ritrovava un coltello piazzato all’altezza della giugulare e un’intimazione a “non fare scherzi”. Non meno terrorizzati erano quelli che, ormai dentro a comprare, sentivano l’angosciante pressione della folla: bastava tentennare un attimo, metterci cinque secondi più per ricevere svariati “Rincoglionito”, “Movite scemo”, “Vai a comprare bocchini da quella troia di tua madre” (citazione pucciniana, per i meno esperti).

«I biglietti per la prima del Macbeth, non fare scherzi»

«I biglietti per la prima del Macbeth, non fare scherzi»

Se quelli a distanza di cinquanta numeretti dall’acquisto formavano la classe aristocratica e tranquilli si dedicavano al cibo, alla lettura e al placido gozzovigliare proprio delle classi agiate, la classe inferiore, il 99% in termini attuali, si dedicava alle attività più bieche e grette, e il mercato nel tempio di Gerusalemme era a malapena confrontabile con l’androne del Teatro dell’Opera: numeretti in cambio di prestazioni sessuali, truffe, gioco d’azzardo, rapine, omicidi, stupri. Intanto vecchi saggi, intorno ad alti fuochi, narravano ai bambini di antichi eroi che erano riusciti a comprare posti per la terza fila della balconata. Capita la situazione sociale, il teatro ha deciso di vendere biglietti a oltranza, oltre l’orario: purtroppo ancora non si hanno notizie di quelli rimasti dopo la chiusura.

I “Solo in Italia”, “Siamo il terzomondo”, “Non è possibile”, “Devo controllare la pressione” permeavano l’aere dell’androne, con una precisione, un vigore e un’armonia tale che in confronto il coro delle streghe del Macbeth è roba da dilettanti, e ogni tanto qualche arie di scuse assurde per scavalcare la fila ingentiliva l’ambiente (mi è rimasta impressa la cabaletta Fatemi passar, non mi curo della fila. Fatemi passar, ho il forno in doppiafila). Ma più di qualsiasi altro fatto (la lunghezza, la lentezza, le bestemmie), ciò che lasciava più sgomenti i giovani (quelli intorno ai sessantanni, diciamo) era la resistenza dei vecchi. Stanchezza, malattie, depressione, solitudine, spifferi freddi, il caldo una volta finiti gli spifferi freddi, persino la stessa Morte era assolutamente secondaria rispetto ai fottutissimi biglietti dell’opera: di vecchi ne muoiono, e tanti, ma mai quando ti stanno davanti in fila.

Il Botteghino.

Il Botteghino.

Contro ogni previsione, dopo nove ore il nostro momento è arrivato: mentre sentivamo chiamare il numero 135 un consesso di figure angeliche suonava con trombe melodie celestiali, e intanto si aprivano le gigantesche porte del Botteghino; sarebbe più facile descriverlo se fosse come ce l’eravamo immaginato: vetri, computer, impiegati, ma così non era. Il Botteghino era solo Luce, una luce indescrivibile, in cui v’era tutto ma niente era distinguibile; i sensi nulla potevano e l’unica cosa che si percepiva era pace e serenità, il cui ricordo ancora mi addolcisce il cuore; potremmo esserci stati un secondo, come dieci mesi, se solo avesse senso parlare di tempo, là dentro. Solo che mi son risvegliato alle quattro di notte nel mio letto, con i biglietti in mano e capelli bianchi attaccati al maglione: non è stato un sogno.

Passaparola:

3 Risposte: a Ma chi se l’ascolta la lirica

  1. Pingback: Al ballo mascherato delle celebrità | Il Giornale di Letterefilosofia.it

  2. Giulia says:

    rido. rido molto.

  3. Pingback: La Butterfly Steinberg/Dessì all’Opera di Roma | Il Giornale di Letterefilosofia.it

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