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Più spazio, più muro

«Ci sono giorni / che non si staccano / dalle pareti», scriveva Alda. Senza saperlo, a distanza di anni, la miglior difesa nei confronti della scelta di buttar giù il muro di casa sua l’aveva proclamata lei, con questi versi. Fumetti, pensieri, numeri, rischiavano di andare perduti, insieme alle tracce di rossetto sparse per il Muro, baci stampati senza troppe romanticherie. E in effetti, la Merini stessa esprime la sua volontà di non abbattere quel pezzo di casa, permettendo che questo divenisse un’eredità, una pagina di vita per l’umanità: «La casa della poesia non avrà mai porte». Simbolicamente, se il muro verrà conservato e collocato nella sua casa museo, il sogno di Alda, in parte, verrà esaudito, essendo questo alla portata di chi vorrà farvi visita.

Imbrattare muri è un atto che, analogicamente, rimanda alla dimensione dell’istintività. A qualsiasi livello esso – il gesto – venga riprodotto, pare collocarsi sulla soglia della ricerca della libertà, dell’infinito. È strano, perché il muro è, al contrario, spesso legato a un immaginario più grigio, carcerario: la parete contiene in sé la propria de-limitatezza per de-fini-zione. Eppure, il muro continua a chiedere di essere riempito, nell’estasi virtuosistica dell’horror vacui, nel rapimento sostratico della parola Scritta, dall’urgenza del canto che viene da dentro e si imprime, sigillo, sulla perentorietà di uno sfondo bianco sporco. «Amo la sporcizia, la amo, la desidero, la bramo», si legge sul muro di Alda. Sporco è pieno, vivo, tragicommedia, crisalide di anatema. La parete di Alda tra-suda di im-mondo. Melanconico e Leucolico. Nero su bianco. Trascendenza e immanenza. Il muro per andare oltre il muro, la siepe e l’infinito, la malattia dell’infinito, che fa scalare le montagne e scrivere le Commedie. Sta tutto dentro le parole, niente è oltre. Non esiste altrove che non siano l’ora e l’adesso alla mercè del silenzio. E delle parole. Questa stanza e le lacrime appese alle pareti. Scie di rossetto. Numeri da barbecue. Sono venuti fuori senza testa e senza croce. La follia, «esplosione creativa e dunque espressione di sanità mentale rispetto all’insania di un mondo violento, tecnologizzato e non rispettoso della sensibilità umana» (R.D. Laing), Alda, una follia tutta sua, per dirla alla Battaglia.
Il muro di casa Merini è più che un libro. Alda c’ha pisciato sopra, ma senza marcare il territorio. Non c’era bisogno di dire questo è mio. Lo “spazio” che cerca il poeta non ha a che fare con l’appropriazione o il possesso. Assomiglia di più a fare il morto nel mare. Ma lei lo sapeva bene.

Spazio spazio io voglio

Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita;
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.

(da Vuoto d’amore)

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