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Al ballo mascherato delle celebrità

Sono i primi di novembre. Una nuvoletta di vapore, nell’infinità della taiga, fa capolino dall’incavo di un albero: l’unico indizio che una mustela lutreola concederà di sé, in questo periodo. La musteola ha udito, già da alcuni giorni, le note del primo violino del Teatro Mariinskij: nella lontana San Pietroburgo il Direttore Valery Gergiev, con uno strumento noto ai lettori assidui di questa rubrica, prova l’overture in vista della Prima. L’opera è La Forza del Destino che, più di cento anni or sono, il Giuseppone nazionale mise in scena per la prima volta nel medesimo teatro russo. La musteola trema, sa che dovrà nascondersi per bene anche quest’anno, lo sguardo è spaurito, gli occhi sbarrati; Gergiev continua a dirigere con la solita faccia da ubriacone malato terminale che pare uscito da un romanzo di Dostoevskij, lo sguardo è spaurito, gli occhi sbarrati. Tutto secondo tradizione.

La mustela attende le prime note di violino per correre a nascondersi.

La mustela attende le prime note di violino per correre a nascondersi.

Alcuni di voi già l’avranno capito: stiamo parlando di una delle sere più chic, più glamour, più soft pur nel suo innegabile charme, anche un po’ kitsch e decisamente snob. Sigh, sob. La sera della Prima. La prima dell’opera, of course, voilà, rien ne va plus.

Ottenere gli agognati posti è stata un’impresa da purgatorio dantesco: i vecchi hanno atteso ore all’addiaccio, i giovini hanno provato a forzare le barricate messe in piedi dai vecchi alle prime luci dell’alba, i malati hanno provato a sfruttare le proprie menomazioni per passare avanti in fila (ma qui è raccontato tutto per bene) e, insomma, chi ha potuto ha arraffato qualche biglietto per una delle notti indimenticabili del teatro dell’opera.

Ma qual è, in definitiva, la fauna che popola il teatro nel tanto atteso giorno? La maggior parte dei posti sono assegnati con “inviti”. Alla parola “invito” corrisponde il conseguimento di uno status sociale invidiabile. Negli ultimi anni, la Juve ha cominciato a spedire agli arbitri degli inviti per la prima al Regio di Torino: molti sono stati rispediti al mittente con il biglietto «pezzenti, o la Scala o la retrocessione».

Gli inviti sono spediti a politici froci, alle donne del Bagaglino, a stilisti, a marchettare, a pittori froci, a soubrette, a ballerini, a consigliere regionali dalla dubbia moralità, a critici froci, a figlie di Gheddafi scampate al massacro, a opinionisti tv, a veline e a importanti finanzieri. Froci. E non scandalizzatevi per le parole che uso: lo so anche io che non sta bene usare tante volte nella stessa frase parole brutte, ma io sono tollerante verso politici, opinionisti e finanzieri.

Poi ci sono, ovviamente non invitati, anche quei due-tre vecchietti melomani che sono riusciti a scampare all’artrite e alle mazzate dei giovani e, pur avendo rinunciato a tre pasti al giorno per due settimane, alle pasticche per la pressione e al regalo di natale per il nipotino malato terminale di leucemia, sono riusciti a comprare il biglietto e a sopravvivere fino alla sera della prima. Sulle prime note dell’overture, felici, moriranno di crepacuore.

Insomma: a chi raggiunge quella posizione sociale per cui non si hanno più problemi economici viene regalato il costoso biglietto. Ma in quest’anno di crisi la Scala, per esempio, ha dovuto spedire meno inviti del solito: ricconi e puttane si sono scandalizzati e hanno promesso che, in segno di protesta, la sera della prima toglieranno due piani ai soliti cappellini, useranno una erre un po’ meno moscia e vestiranno ermellini anziché visoni. Con somma gioia della nostra lutreola che, quest’anno, subirà una meno pesante decimazione.

Un palco della Scala a inviti

Un palco della Scala a inviti

Alla prima accorre anche un folto pubblico di giornalisti, smaniosi di captare il parere dei noti volti televisivi presenti. Il fatto che molti di questi volti (con la pseudomateriagrigia che c’è dietro) non capiscano un beneamato cazzo di musica non sembra interessare molto gli intervistatori, neanche troppo interessati all’opera in sé e per sé quanto a cogliere frecciatine, malumori o apprezzamenti pacchiani. Ecco un paio di spezzoni-tipo che potreste avere la fortuna di audiovedere, su un tg dell’epoca Minzolini, il giorno dopo la prima:

INTERVISTATRICE: Allora, cosa le è parso del…
CECCHI PAONE: Cobalto!  Si ostinano con questo stramaledetto cobalto! Eppure lo dico sempre io: mi ricorda quel dannato formaggio erborinato… ha mai assaggiato i formaggi erborinati? Sono favolosi, questo di cui parlo si chiama “blu”, mi sembra…

Nell’esempio appena riportato Cecchi Paone si riferiva al colore della scenografia usata per rappresentare un cielo.Sono tuttora curioso di sapere che colore Cecchi Paone userebbe per rappresentare un cielo. Anche il prossimo estratto non è male.

INTERVISTATRICE: Che le è parso dei cantanti?
MARINA RIPA DI MEANA: La Netrebko veramente pessima… a parte i chili che ha preso, ma avete visto con che diavolo di vestito l’hanno fatta cantare nella seconda metà del primo atto?!  Pareva un confetto.

Sublime, poi, anche ascoltare i dotti pareri dei vari Catoni dell’arte che, ogni anno, si scandalizzano per ogni acca che non si trovi al proprio posto, cioè nel posto dove l’hanno vista per i trent’anni precedenti e dove si aspettano e pretendono di ritrovarla per l’ennesimo anno. Qualche giorno fa ho assistito a una seduta di laurea di una mia amica, relatore Giulio Ferroni, argomento il Don Giovanni di Goldoni (non vi stupite di non conoscerlo, anche Goldoni qualche anno dopo si stupì di aver scritto quella cagata), eccovi la trascrizione del 90 % della sua discussione:

FERRONI: L’argomento della candidata è il Don Giovanni di Goldoni… ora: non c’entra niente, ma avete visto la prima del Don Giovanni alla Scala? Se ne sono dette cose…
CANDIDATA: Eh, sì… l’ho vista…
FERRONI: Che squallore! Ridicolo! Ancora questi registi che provano a inventare cose nuove, stravolgendo il senso della narrazione con queste trovate ormai veramente antiquate…
CANDIDATA (evidentemente in imbarazzo): Sì, in effetti…
FERRONI: Che poi io neanche l’ho vista, eh… ma ho letto certe recensioni sui giornali!

Per fare un po’ l’avvocato del diavolo, bisogna dire che i registi, specialmente nelle prime più importanti, tendono sempre a esagerare, a voler un po’ baroccamente destare per forza maraviglia nel pubblico, in modo da rimanere impressi per il maggior tempo possibile. Don Giovanni non muore e anzi, guarda sprofondare gli altri ridendo vittoriosamente; Carmen viene stuprata sul palco, mentre grida che il suo ex non potrà averla mai e poi mai; Rigoletto vola in Brasile, si spiana la gobba con una plastica e si mette con una sedicenne dal culetto a mandolino, mentre il Duca muore di sifilide; Violetta muore come al solito, ma alla fine invece che piangere scoppiano i fuochi d’artificio e tutti i personaggi fanno un allegro trenino cantando “com’è bello far l’amore da Trieste in giù”; cose così, insomma.

Ma, per terminare, torniamo allo splendido pubblico della prima e chiediamoci: che senso ha il titolo di questo pezzo? I più curiosi e/o sfaccendati tra di voi già se lo saranno chiesto, i più arguti penseranno “vabbè, ma è ovvio, no?”. E allora io non sciolgo l’avviluppato nodo: prendetelo come un suggerimento.

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