Si dice che all’estero è meglio, ma non sempre viene spiegato bene perché. Io all’estero ci sono venuto, da qualche mese. Laureatomi a luglio 2011 alla triennale di Letteratura musica e spettacolo alla Sapienza, mi sono iscritto all’Université de Provence a settembre. E per me all’estero è meglio. Proverò a spiegare perché in una decina di articoli, di cui questo è il primo.
Non si tratta di un lavoro di ricerca, né di una cronaca o una statistica. Sono opinioni, confronti tra il qui-oggi e il lì-ieri, aneddoti, riflessioni. È esperienza. E rabbia. Volendo inizialmente mostrare ciò che ho trovato di buono in Francia, mi sono scoperto a scrivere una critica (apertamente polemica) di Roma. Quindi mi guarderò dal tessere le lodi della Francia (dove non c’è nessuna America da farsi), ma proverò a dire qualcosa su quello che non va a Roma. Senza pretese.
Il rispetto
Non trattandosi di un lavoro scientifico né di una cronaca, ho scelto di iniziare con una nozione astratta: il rispetto. Da studente in Francia ho avuto per la prima volta l’impressione di essere rispettato. È stato qui che ho scoperto cosa vuol dire l’ascolto e che mi sono reso conto che all’Università La Sapienza si mette quotidianamente in pratica una totale mancanza di rispetto nei confronti di noi studenti, a causa della mancanza di un’adeguata legislazione sullo statuto dello studente, di una cattivissima organizzazione del mostro Sapienza, ma anche del comportamento del corpo docente.
Cos’è il rispetto? Rispetto è, per esempio, entrare in un ufficio e non avere la sensazione di dover chiedere prima di tutto scusa (non si sa mai). Le parole sono importanti: la (a volte pesante) politesse francese impone il bonjour quando si interagisce con chiunque; quella italiana richiede il mi scusi. Entrando in uffici amministrativi o in studi di professori alla Sapienza abbiamo la sensazione di disturbare, di abusare del tempo della persona a cui chiediamo ascolto, come se questa ci stesse facendo un favore: «mi scusi, per caso avrebbe il tempo di…», «potrei chiederle se…?» E spesso le risposte sono vaghe, insoddisfacenti, evasive. È come se il mostro Sapienza esistesse per conto suo e noi studenti fossimo un peso sullo stomaco.
Intendiamoci, qui ad Aix-en-provence nessuno spiega tappeti di petali di rose all’arrivo degli studenti in facoltà. Semplicemente, quello che ho apprezzato di più in quest’università è il dialogo. Si hanno conversazioni normali con persone disposte ad interagire, si dialoga e si ascolta: professori e personale sanno che sono lì per noi, gli studenti. Noi siamo il centro dell’università e della sua organizzazione (per quanto i problemi non manchino). Disponibilità: è un’altra parola chiave. Insomma, quello che sembra mancare a Roma è disponibilità all’ascolto e, talvolta, buona educazione. Ma proverò a portare degli esempi.
Gli esami. Ad Aix conosco sempre l’ora precisa dell’esame. Nessuna attesa, se non eccezionalmente. Il sistema è semplice: per gli esami orali (gli scritti hanno ovviamente una sessione unica per tutti) il professore dice direttamente agli studenti a che ora presentarsi (il giorno dell’esame è invece stabilito dall’università).
La maggior parte dei professori della Sapienza non fa una vera calendarizzazione degli esami. Con Infostud la situazione è leggermente migliorata (alcuni direbbero l’esatto contrario), ma le attese interminabili prima degli esami non mancano. La mia attesa peggiore credo sia stata per un esame del prof. Capaldo: circa sei ore (e sono fortunatissimo: quanti, per alcuni esami, hanno aspettato tutta la giornata per poi scalare al giorno successivo?). Questa è una mancanza di rispetto nei confronti di noi studenti: il nostro tempo non vale meno di quello di un docente. E l’attesa, per quanto ci si faccia il callo, è ammorbante. Un docente che tiene davanti la porta del suo studio decine di studenti che aspettano di sostenere l’esame abusa di loro, della loro pazienza e della loro persona. È assurdo dover ribadire queste cose. È assurdo anche che noi studenti siamo del tutto assuefatti a questa condizione.
È frustrante. Tutta la vita universitaria di lettere è frustrante ed estenuante. Lo si percepisce: niente è dato. La condizione dello studente è di una costante prostrazione fantozziana. La vita alla Sapienza è come una puntata di Boris: sembra ci sia sempre qualcuno a dirci «muto!» e diciamo «grazie» anche se non ce n’è bisogno. La Sapienza stanca. Corrode poco a poco, la voglia di studiare passa, il fascino per i libri diminuisce. Non è proprio il fine di un’università.
Un aneddoto sul prof. Di Donato, che non ho mai visto arrivare puntuale ad un esame (nonostante fissasse gli appelli alle 11). Ricordo la prima lezione del corso di Tecniche e linguaggi del cinema: sale in cattedra in aula I e comincia a spiegare. Dopo qualche minuto un ragazzo con un cappello con la visiera alza la mano dall’ultima fila e dice: «Scusi, ma lei chi è?» All’epoca mi sembrò un’insolenza. Oggi il mio giudizio è cambiato: gli studenti, soprattutto quelli di primo anno ammassati nelle aule, hanno il diritto di sapere chi hanno di fronte (la notorietà di un docente non è scontata!). E poi, come in ogni relazione umana (la lezione è prima di tutto questo) è bene fare conoscenza, presentarsi.
Non voglio generalizzare e neanche offendere la professionalità di nessuno. A Roma ci sono ottimi professori e spesso in un ambiente come quello non è facile esserlo. Ma questa non deve essere una giustificazione. La relazione tra docenti e studenti, a Roma, non è inquadrata in un rapporto di parità, ma di verticalità.
Qui ad Aix i docenti si dedicano agli studenti. Prima, durante e alla fine di ogni lezione chiedono se qualcuno vuole intervenire (le lezioni alla Sapienza invece sono delle conferenze). Ho cominciato a lavorare ad una tesi su scrittori migranti. Durante i due-tre mesi di costituzione del corpus ho avuto tre conversazioni principali con il mio relatore, tutte di un paio d’ore: il tempo del ricevimento settimanale di un professore della Sapienza. E sempre su appuntamento: zero file interminabili davanti gli studi. Se gli si scrive un’e-mail i docenti rispondono puntualmente. Insomma, sembra quasi di avere rapporti umani classificabili come «normali».
La reputazione di Quondam esemplifica bene come il dialogo tra studenti e docenti sia del tutto assente e scoraggiato nella mia vecchia facoltà. Nell’ex-dipartimento di italianistica gli studenti hanno il terrore di Quondam, cosa che mi ha fatto evitare ogni contatto. Pare che divori gli studenti. Bah! Eppure, in un ambiente normale si dovrebbe cercare il confronto con uno studioso del suo calibro. Cos’è che non va?

Quello che hai scritto purtroppo e` vero pero` bisogna anche dire che confrontare una realta` tutto sommato piccola e provinciale come puo` essere quella universitaria di Aix-en-provence con la situazione di una delle piu` grandi e affollate facolta` umanistiche d’Europa e` forse un po’ azzardato per trarre delle conclusioni. Sicuramente da noi tanti docenti sono irrispettosi, fanno i comodi loro e non s’interessano d’altro (per non parlare della completa incompetenza di molti addetti alle segreterie e agli altri uffici di riferimento), ma per fortuna ce ne sono molti altri (e devo ammettere che nella mia esperienza ne ho incontrati sopratutto di questo secondo tipo) che invece fanno il loro lavoro con serieta`, che ti ascoltano se hai da chiedere e che sono sempre reperibili e ben organizzati. Io non sono di LMS, quindi forse sono solo stata piu` fortunata di te, pero` in linea di massima penso che senza dover arrivare ad Aix, anche in Italia, uscendo dal caos della Sapienza, si trovano tante altre realta` a misura d’uomo dove tutto funziona come si deve.
Forse se si imponesse un numero chiuso anche a Lettere e in Facolta` simili per mole d’iscritti le cose potrebbero in parte migliorare e basta andare a Matematica per rendersi conto che anche alla Sapienza, quando si e` in pochi, si lavora meglio.
Cara Giulia,
grazie per il tuo commento. Quello che dici è in parte condivisibile.
Se ho scelto di aprire proprio sul tema del rispetto è perché mi sembra che, prima di affrontare qualsiasi altro argomento (il prossimo articolo si intitolerà “Il libro del prof.”), sia necessario ristabilire un rapporto di parità tra le varie figure dello spazio universitario, a partire dal rapporto docenti-studenti. Non credo che la mancanza di equità di cui parlo nell’articolo sia causata solo da una disorganizzazione buracratica della Sapienza; il che non spiegherebbe perché alcuni docenti, come tu dici, riescono a lavorare bene, a calendarizzare gli esami per esempio e a seguire i propri laureandi (come hanno seguito anche me). Mi sembra più verosimile, invece, che le difficoltà burocratiche stiano facendo incancrenire la disparità che c’è, invisibile, tra docenti e studenti.
Sarei contento se questo discorso si limitasse alla mia esperienza personale. Ma purtroppo gli italiani che ho incontrato in Francia hanno notato un miglioramento della loro situazione di studenti proprio per gli stessi motivi che ho provato a spiegare e che spiegherò nei prossimi articoli: ascolto, valorizzazione della persona, ecc. Diversi mi dicono la stessa cosa: “Qui in Francia il prof. è prof. solo perché è più grande di te e per questo conosce più cose e può insegnarti qualcosa; la relazione è paritaria. In Italia, il prof. è il prof. e tu sei lo studente. C’è una gerarchia.”
La Sapienza è l’ateneo più grande d’Europa. Significa che è necessariamente il più ingestibile? Secondo me proprio per questa ragione dovrebbe puntare ad essere anche il migliore; dovrebbe essere capace di trarre profitto da questa sua ricchezza. La sua immensità non deve essere un problema, ma una risorsa. Sopportare l’impasse del sistema Sapienza ripetendosi “ho aspettato cinque ore per fare l’esame, ma che posso farci?! eravamo in cento!”, giustificando tutti gli abusi che lo studente subisce ogni giorno (ed è ogni giorno dal momento in cui si paga la prima tassa: nessun servizio vale quanto il prezzo pagato), invocando l’ingestibilità dei 130 mila studenti come se la gestione non fosse nelle mani di essere umani, non aiuta. Anzi, quest’atteggiamento alimenta la cancrena.
Quello che voglio dire è che a volte siamo troppo moderati, abituati, beneducati; mentre dovremmo cominciare a pensare alle nostre difficoltà in maniera più radicale, sfacciata, arrabbiata.
Concordo pienamente con quello che dici, infatti io non ho detto che tutto dipende dalla disorganizzazione ma solo che forse, se intanto si iniziasse a limitare il numero di studenti che accede ogni anno, si lavorerebbe meglio tutti quanti e i docenti stessi magari avrebbero anche piu` tempo da dedicarci. Che poi questo non sia sufficiente e` vero, che moltissimi docenti si comportano da sconsiderati nei nostri confronti anche e che infine studiare alla Sapienza significa ormai imparare per prima cosa a districarsi fra caos completo e lunghe sequele di assurdita` e` purtroppo una realta` che alle volte, come dici appunto tu, siamo spinti ad accettare con troppa rassegnazione e senza indignarci come invece le sempre piu` esose tasse pagate imporrebbero. E questo e` male, son d’accordo con te.
Mi pareva pero` (e mi pare tuttora) di scarso rilievo un confronto con una realta` cosi diversa come quella di Aix, dove addirittura i docenti riescono a dedicarti 1 ora intera, perche` anche io conosco molte persone che hanno studiato o studiano all’estero e che certo non rimpiangono la Sapienza, ma le loro lodi non riguardano tanto i docenti quanto invece il constatare che dove vai vai, tutto funziona, tutto e` chiaro, tutto e` organizzato a regola d’arte. E parliamo di Parigi, Londra, e altri grandi centri certamente piu` idonei ad essere avvicinati alla realta` che viviamo qui a Roma.
Penso con tristezza che la Sapienza sia destinata ad essere “necessariamente l’ateneo piu` ingestibile” perche` si trova in Italia e funziona dunque all’italiana, ossia alla “come capita capita” e secondo quella vecchia legge non scritta per cui il nome, la facciata e` tutto e poi il resto tanto non si vede e quindi non importa.
Cara Giulia,
io non credo che la Sapienza sia “necessariamente”, ineluttabilmente un ateneo ingestibile perché si trova in Italia. Credo, invece, che le istituzioni siano costituite da persone, e che queste persone siano responsabili, ognuna per la sua parte, del funzionamento dell’istituzione. E se c’è qualcosa che non va, non bisogna avere paura di dirlo apertamente, cominciando dalle persone con le quali i rapporti sono più immediati, in questo caso i nostri docenti. Per queste ragioni non credo che tu possa essere pienamente d’accordo con me, come invece dici.
Il confronto con “una realtà tutto sommato piccola e provinciale”, come tu definisci l’università di Aix, mette ancora più in rilievo le insufficienze della Sapienza. Se il primo ateneo romano non riesce neanche ad offrire le strutture, i servizi, la didattica che offre un’università “piccola e provinciale” francese, non uscirà di certo più onorata da una comparazione con un’università di una capitale europea come Parigi, Londra o Berlino.
Quando dici che in una realtà piccola un docente riesce a dedicare allo studente “addirittura” un’ora intera, penso che non abbiamo la stessa idea di università. Il luogo dell’università, dove si fa università, scuola, formazione è quel luogo dove si trovano studenti e docenti a parlare, leggere, condividere informazioni, e dove il docente aiuta lo studente a crescere. Quell’ora non è un “addirittura”. È il minimo che un docente possa fare per uno studente.
“Io non credo che la Sapienza sia “necessariamente”, ineluttabilmente un ateneo ingestibile perché si trova in Italia. Credo, invece, che le istituzioni siano costituite da persone, e che queste persone siano responsabili, ognuna per la sua parte, del funzionamento dell’istituzione”.
Appunto, siamo in Italia e le persone responsabili lavorano all’italiana, ossia 9 volte su 10 MALE.
“E se c’è qualcosa che non va, non bisogna avere paura di dirlo apertamente, cominciando dalle persone con le quali i rapporti sono più immediati, in questo caso i nostri docenti. Per queste ragioni non credo che tu possa essere pienamente d’accordo con me, come invece dici”.
Chi ha detto infatti che non bisogna far presenti certe cose? Chi ha mai parlato di paura? Io ho detto che condivido le cose che hai scritto perche` sono tutte parole ben dette. Ma parole. “La Sapienza è l’ateneo più grande d’Europa. Significa che è necessariamente il più ingestibile? Secondo me proprio per questa ragione dovrebbe puntare ad essere anche il migliore; dovrebbe essere capace di trarre profitto da questa sua ricchezza. La sua immensità non deve essere un problema, ma una risorsa. Sopportare l’impasse del sistema Sapienza ripetendosi “ho aspettato cinque ore per fare l’esame, ma che posso farci?! eravamo in cento!”, giustificando tutti gli abusi che lo studente subisce ogni giorno (ed è ogni giorno dal momento in cui si paga la prima tassa: nessun servizio vale quanto il prezzo pagato), invocando l’ingestibilità dei 130 mila studenti come se la gestione non fosse nelle mani di essere umani, non aiuta. Anzi, quest’atteggiamento alimenta la cancrena”.
Come non condividere? Questo intendevo. Peccato pero` che, sopratutto in Italia, fra il dire e il fare sappiamo bene cosa c’e` di mezzo.
“Se il primo ateneo romano non riesce neanche ad offrire le strutture, i servizi, la didattica che offre un’università “piccola e provinciale” francese, non uscirà di certo più onorata da una comparazione con un’università di una capitale europea come Parigi, Londra o Berlino”.
Infatti non ne esce affatto onorata! Pero` (anche se questo non giustifica in nessun caso il cattivo funzionamento della Sapienza), ce lo mettiamo che dove si e` in pochi e tutto e` ridotto, e` anche piu` facile tenere le redini di ogni cosa? Io ce lo metterei eccome, ed in questo si, non concordo affatto con la tua posizione e, come gia` detto, col tuo confronto. A Parigi o a Londra di sicuro tutto funziona meglio che a Roma (e chi ci e` stato lo conferma), ma dubito che i docenti riescano a dedicare tanto tempo ad ogni singolo studente. Una mia amica, a Siena, si incontrava col suo relatore di tesi al bar, gli dava del tu e ci si faceva lunghe chiacchierate! Si da` il caso pero` che quel relatore di tesi avesse solo lei da seguire, mentre da noi ci sono docenti che per ogni sessione di laurea arrivano ad avere anche piu` di 10 tesisti! Loro facevano lezione in aulette con 50-60 persone quando erano proprio piene, noi facciamo spesso lezione in aule da oltre 100 posti dove la gente sta appollaiata sulle finestre, seduta sulle scale o fuori la porta col registratore: pensa dedicare 1 ora ad ognuno di quegli studenti! Ovvio che sarebbe fantastico, ma purtroppo resta fantastico nel senso di irrealizzabile.
“Quando dici che in una realtà piccola un docente riesce a dedicare allo studente “addirittura” un’ora intera, penso che non abbiamo la stessa idea di università. Il luogo dell’università, dove si fa università, scuola, formazione è quel luogo dove si trovano studenti e docenti a parlare, leggere, condividere informazioni, e dove il docente aiuta lo studente a crescere. Quell’ora non è un “addirittura”. È il minimo che un docente possa fare per uno studente”.
Si, ok, tutto bellissimo: citami un’universita` con i numeri della Sapienza dove cio` avviene e non parlo piu`. Tra l’altro boh, saro` stata fortunata io, ma mi e` capitato spessissimo di trovare docenti, proprio alla Sapienza, che fanno esattamente quello che hai scritto (interazione con gli studenti a lezione, disponibilita` e apertura al confronto e alla condivisione di informazioni, ecc) anche senza dedicare necessariamente 1 ora a testa al ricevimento. E nel mio caso sono stati e continuano ad essere la maggior parte.
Torno a ribadire che per me il problema principale del nostro ateneo non sono i docenti, o comunque non solo e non sempre (anzi forse alle volte sono loro i primi a lavorare male e in condizioni per niente facili), ma e` tutto cio` che e` a monte e che noi forse nemmeno conosciamo.