Diciamolo subito così evitiamo i pianti, lo stridor di denti e le orribili favelle a fine articolo: questo è l’ultimo numero delle Cronache. E da un lato la cosa mi rattrista parecchio, considerando quanto sia affezionata a questa rubrica. Dall’altro sono contenta perché non sapevo più che dire avendo mescolato storie successe a me o ai miei amici, cose che ho visto o sentito dire. Ah, la rubrica deve far ridere, quindi CULO! Così, per la linea umoristica volgare. Avrei potuto dire tutine in lattice per essere volgare ma non credo avrebbe sortito lo stesso effetto.
A Roma ha nevicato. Mio Dio! Che gioia, che emozione! Affacciarsi e vedere tutto imbiancato. Nevica nevica, come in un bel racconto di Dickens. Tutto è bianco. È così romantico ed emozionante. Due anni fa ha nevicato, è vero, ma non così tanto. La gioia dovrebbe riempire i nostri cuori! E invece non è così. Io odio la neve. Fa freddo. Si scivola. I miei reni accusano il gelo polare e mentre sono tutti felici perché a Roma ha nevicato e tutti prendono lo slittino e vanno al Circo Massimo (e mi chiedo: quanti ragazzi hanno uno slittino in casa? Da dove li hanno presi?): io rosico come non mai. Indosso la maglietta felpata, il pile, le calzamaglie e mi vesto pronta ad affrontare la Siberia che c’è fuori per andare a fare la spesa al Todi’s. Io, genio, che non sono andata durante la settimana, ma mi sono ridotta la domenica mattina, trovando gli scaffali vuoti. Mi arrangio e prendo quello che rimane dopo l’assalto alle diligenze. E torno verso casa lentamente. Ogni scivolata è una maledizione ad Alemanno. Buttalo un po’ di sale per strada, Dio mio. Cammino su una lastra di ghiaccio. Ma, infondo, Via dei Volsci trasmutata in una pista di pattinaggio è bella e il mio odio per la neve e il gelo diminuiscono. Mi sento felice. Cammino. E cado. Affanculo la neve, affanculo le scarpe lisce e bagnate, mi rialzo e raccolgo le buste della spesa. E cammino verso casa come la Kostner farebbe ai mondiali. E scivolo imprecando e quando penso di essere salva, cado. Ci aspetteremmo tutti un turpiloquio con caduta dei santi dal cielo, invece no. Rido e sono contenta. Forse ho sbattuto la testa vicino al nasone. Ma mi piace. E dimenticando le possibili lamentationes, come un allegro San Paolo post-damaschiano il cor mi ditta dentro propositi gioiosi e rinnova il mio animo. Chissene frega dei calzini zuppi, chissene frega del gelo, chissene frega di Alemanno iposodico. Giunta a casa stendo la mia lista.
Non mi ridurrò a studiare per un esame solo un paio di giorni prima ma lo farò passo passo con il corso.
Non spenderò i soldi di mamma e papà per farmi raccattare da quelli dell’Ama in Piazza dell’Immacolata. Tenterò con tutte le mie forze di passare l’esame di Latino, dovessi darlo per 5 volte (già fatto).
non comprerò più il fumo a San Lorenzo, perché è terribile. Cari spaccini, ormai conosco i vostri nomi e vi voglio bene, ma pietà.
Crederò nel progetto di Luis Enrique e sosterrò tale Osvardoquosdrusciatoredepallequannoseripija.
Mi laureerò. So che posso farcela. Con dei tempi biblici, ma ce la posso fare.
Questo è quello che mi ripropongo. So che sarà durissima, ma la gioiosa neve romana e il suo dolce romanticismo mi ha smosso il cuore, e io, nuova Parini, caduta al gelo delle intemperie ho renovato nel cor il gaio desir di riuscire. Va per negletta via, ognor l’util cercando, la calda fantasia che sol felice è quando du tiri di buon fumo per strada va tirando.







L’avevo già letto. Sono triste perche lasci le cronacche, ma mi sento felice perchè, quanto meno, ci hai fatto tanto sorridere con le tue, sempre belle e corrette parole.
Del fatto di credere nel progetto di L.E, ne parleremo a Roma!