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Dimissioni cercansi

In questo Paese, si sa,  le proteste e l’indignazione montano a fasi alterne. Il tempo  e l’indifferenza latente, che sempre ci contraddistingue da bravi italioti, presto ne corrodono la portata, fino a farle scemare senza aver, nella maggior parte dei casi, risolto qualcosa. Poi giunge un nuovo casus belli, o pura volontà giornalistica di tornare sull’argomento, e viene dato di nuovo fiato alle trombe: manifestazioni, dichiarazioni spontanee, tripli salti carpiati retorici per rendere l’ovvio meno ovvio, pagine d’inchiesta. Fino alla prossima iniezione di valium.

Nelle ultime settimane a casa nostra i riflettori sono stati di nuovo puntati sul benemerito rettore Frati e sul presunto atteggiamento nepotistico da lui tenuto nel corso degli anni. Baronale a sua insaputa, stando a giudicare dalle dichiarazioni che di volta in volta rilascia sull’argomento, secondo le quali la concentrazione di suoi familiari nel I ateneo di Roma, sarebbe dovuta solo a innata genialità dei suoi gameti e, per riflesso, di quelli di sua moglie.

In particolare, il sempre incisivo Gian Antonio Stella, sulle pagine del Corriere  della Sera, il 10 Febbraio scorso, e poi in maniera più approfondita a fine dello stesso mese, ha indagato la singolare vicenda dell’ultima promozione del rampollo Giacomo, giovane dalla fulgida carriera, giunto a ricoprire un ruolo equivalente a quello di primario: il caso ha voluto che venisse chiamato dallo stesso Antonio Capparelli nominato, qualche tempo prima, direttore generale del Policlinico Umberto I dal Frati padre. Ciò chiaramente dopo aver ottenuto, al fianco dei genitori e della sorella Paola, una cattedra da professore ordinario nella Facoltà di Farmacia e Medicina. E, come se non bastasse, spunta un altro Frati tra le fila del corpo docenti stavolta della Facoltà di Medicina e Odontoiatria, Alessandro: un ricercatore, semplice nipote del Magnifico, ma che, siamo sicuri, presto mostrerà gli stessi genetici attacchi d’ingegno.

Ad ogni modo, la spinosa questione, che si incardina nella più generale e altalenante polemica contro il padronale sistema universitario italiano, è stata riportata alla ribalta nazionale dal suddetto articolo di Stella, cui ha fatto eco un nuovo articolo di Repubblica focalizzato in particolare sulle proteste in atto nell’ateneo romano, che per la verità vanno avanti da anni, tra silenzi mediatici e difficoltà organizzative, e che hanno trovato l’appoggio anche di alcuni professori che alla Sapienza insegnano e non vogliono essere accomunati al malaffare del rettore in carica.

Su questa linea di pensiero si pone nettamente il prof.  Renzo Bragantini, ordinario di Letteratura italiana nella nostra Facoltà, che dallo spazio del suo blog Eta (senza Beta) invoca le dimissioni del Rettore, come gesto finalmente d’onore e d’amore verso l’istituzione da lui presieduta. Egli da sempre si pone in contrasto con i vertici della Sapienza, e si è difeso da chi lo accusa di far parte di coloro che lamentano la situazione sotto la lente mediatica, ma che nell’ombra ne traggono giovamento, puntualizzando che «… subito dopo gli affondi di Stella e Mentana (un intervento del direttore al tg La7 sull’argomento, ndr ), ho parlato coi piani alti della Facoltà, per chiedere da parte nostra un gesto di dignità e coraggio. […] I docenti universitarî che si ribellano ci sono, e sono più di quanto si creda. Solo che non fanno notizia. »

Sul fronte studentesco, fino ad ora il più attivo è il coordinamento universitario Link, con l’esplicita campagna Frati dimettiti. Sul sito gli organizzatori scrivono «[…] Siamo stufi della retorica del merito quando l’unico merito che viene riconosciuto nel nostro ateneo è quello di avere le giuste conoscenze, amicizie e parentele. Meritiamo un’istruzione di qualità, meritiamo aule sicure, meritiamo di poter continuare a fare ricerca dopo la laurea, meritiamo spazi in cui studiare, meritiamo di poter decidere sulla gestione delle risorse della nostra università. » La netta impressione è che stiano scaldando i motori, e che presto faranno parlare di sé.

«In quale altro paese del mondo, dopo tutto ciò che è emerso, potrebbe restare ancora imbullonato al suo posto? » si chiede Stella concludendo la sua inchiesta sul Frati-gate. Ormai il restare inchiodati alla propria poltrona, qualunque essa sia, è diventato lo sport nazionale. Chissà però che dopo le varie figure desolanti, collezionate come francobolli, il Magnifico non ceda a chi ne auspica una dipartita e non arrivi a redimersi sulla via del Policlinico.

Passaparola:

2 Risposte: a Dimissioni cercansi

  1. Francesco says:

    Vorrei Aggiungere un elemento di riflessione. Il tentativo di alcuni di separare le vicende del professor frati da quelle della sapienza (come tenta di fare -mi pare – il professor Bragantini) è destinato a fallire. Nel bene e nel male i destini dell’istituzione sono coincidenti con quelli del magnifico rettore. A parte il disagio che è possibile avere non sfugge che la campagna moralizzatrice tende ad ottenere due prede nello stesso canestro: il professore e l’ateneo. Poi possiamo anche infischiarcene in nome della “pulizia e dell’onestà”, l’importante è esserne consapevoli.

  2. renzo Bragantini says:

    Gentile Francesco,
    leggo con ritardo il Suo commento. Spero con tutto il cuore che Lei sia un anziano professore. Se Lei fosse, viceversa (e come temo), uno studente, posso dirLe solo questo: la Sua risposta mette un’enorme tristezza. E fa pensare che non ci sia speranza per chi vuole un’università degna della sua funzione pubblica.
    I migliori saluti.
    renzo Bragantini

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