Scrivere pièces teatrali l’ha portata a esordire nel mondo del teatro. Al di là di quel che affermano tanti manuali dedicati al mondo dell’attore e delle tecniche di recitazione, secondo lei cosa è davvero necessario a un giovane per iniziare nel mondo del teatro? Scrivere fa bene all’attore o rischia in qualche modo di deviarlo?
Se dovessimo dire, al momento attuale, che cosa occorre concretamente a un attore qui in Italia, direi una bella raccomandazione politica (ridendo, ndr). A parte questa, che è una boutade – ma fino ad un certo punto – dico che non essendomi mai posto come attore puro non saprei rispondere con precisione. La prima cosa che ho fatto nella mia vita è stato sporcare tanti, tantissimi fogli di carta, finché un giorno ebbi la sensazione che quanto avevo scritto potesse, come si dice in gergo, “funzionare”.
Il mio primo testo andò in scena nel ’72, in modo alquanto avventuroso: si intitolava Ragazzo e ragazzo e la regia era di Dacia Maraini. Il testo parlava di omosessualità – argomento in quegli anni abbastanza inviolato – e suscitò un forte scandalo. Altri tempi! Io neppure mi rendevo conto di avere scritto un testo provocatorio: all’epoca ero un ragazzino, avevo sì e no vent’anni. La verità e che per qualche motivo mi veniva facile scrivere dialoghi e questo mi portava naturalmente verso il teatro. Anche oggi posso essere molto veloce nella scrittura di un testo teatrale, ma non in quella di un testo narrativo o saggistico. La narrativa soprattutto per me è un vero inferno (non a caso ne ho scritta abbastanza poca: due romanzi brevi e una ventina di racconti): mi sembra di non trovare mai il linguaggio giusto, limo ogni frase più e più volte. La scrittura, buona o cattiva che sia, viene licenziata quando corrisponde alla mia voce. Ecco che torna il teatro. Il mio primo romanzo, Lettere Libertine, (edito nell’83, ndr), ebbe delle recensioni strepitose da parte di critici come Valerio Magrelli, Gualtiero De Santi, Gabriele La Porta, Franco Cuomo, Sandra Petrignani, Dario Bellezza, Aldo Rosselli. Quando lo ripubblicai venticinque anni dopo senza averlo mai più riletto (usciva il mio secondo romanzo, Il Tango delle Fate e vollero riproporre la mia prima prova narrativa) mi ritrovai a ritoccare ogni pagina. Il teatro invece mi fa sentire in un certo senso più libero, forse perché un’opera teatrale fino al debutto – e spesso oltre – è sempre in fieri: il testo teatrale non è mai quello sulla carta. Il teatro affina l’orecchio, insegna quella cosa importantissima che è “tagliare”: se una cosa si può tagliare, allora va tagliata. Eduardo (De Filippo, ndr), ad esempio, tagliava tantissimo. Nel corso delle prove mi è capitato di tagliare sette, otto pagine di testo. Il teatro è fatto di silenzi oltre che di parole.
Esistono oggi gli attori puri?
Mi auguro di no! Almeno non come si intende da noi. Mi dispiace dirlo, ma l’attore assai spesso scade a mestiere esecutivo. È una questione di consapevolezza e, ovviamente, di cultura. Cerco di spiegarmi con un esempio a livello mondiale: Meryl Streep non è mai un’attrice meramente esecutiva, perché sceglie con la massima cura le sceneggiature, collabora alla stesura le scrive etc., e poi arricchisce tutta la partitura con il suo talento di attrice, che spesso è geniale. È una delle poche per cui esco di casa e vado a vedere un film a scatola chiusa: male che va c’è Meryl Streep!
E in Italia?
Giancarlo Giannini sicuramente, ma anche Kim Rossi Stuart sia al cinema che a teatro ha fatto ottime cose. È stata una piacevolissima sorpresa per me vedere l’Amleto di Alessandro Preziosi. Ho apprezzato molto alcune cose di Barbareschi, che a volte è discontinuo, ma sicuramente il mestiere lo conosce.
Lei è laureato in Storia dell’Arte: è stata la prima pietra verso la sua scalata culturale o possiamo distinguere due percorsi paralleli verso una carriera che poi Tullio De Mauro ha definito da “locutore contemporaneo e ben temperato”?
La mia formazione di studi è stata complementare a quella artistica. Ho un approccio visivo alle cose – devo vederle. In teatro la prima cosa che devo progettare è la scenografia, ovvero il contenitore, la prima cosa che il pubblico vede ad apertura di sipario. Le mie prove fin dal primo giorno si svolgono sulla scena. La scena va usata, spesso detta il gesto. E non è la parola che genera il gesto, bensì il gesto che genera la parola. La scena è importante anche per far lavorare bene i tecnici delle luci, fondamentali in qualsiasi spettacolo che non sia abborracciato e sciatto. Quel grande regista che era Aldo Trionfo mi insegnò che bisogna sempre farsi amici i tecnici; possono fare un lavoro meraviglioso se li chiami a collaborare con te e li fai sentire apprezzati.
Lei è un appassionato e un esperto del noir. Questo attuale ritorno del noir e del giallo, secondo lei è una semplice moda o il possibile salto di qualità per questi due generi considerati da sempre di serie B?
Da tempo la cosiddetta letteratura di “genere”è stata riletta con la dovuta attenzione. Ma poi, a ben guardare, i confini tra i “generi” sono assai sfumati: spesso il giallo si tinge noir e il noir nasconde una dose di giallo, per non parlare del feuilleton, vera e propria contaminazione e volgarizzazione di una serie di “generi”, dal nero al giallo al romanzo di intrigo – addirittura il romanzo libertino con le sue virtuose “Justine” perseguitate e vilipese. Ho curato diverse antologie sul nero, il “gotico” e il feuilleton. Può essere spesso una letteratura un po’ di maniera.
Destinata a rimanere “di maniera”?
Nonostante la recente rivalutazione, la letteratura di “genere” continua a godere di una fama equivoca, senza contare che si fa molta confusione. Ci sono delle piccole gemme sconosciute, ma anche esempi non eccelsi e non è detto che siano di maniera. Le classificazioni rigide sono sempre pericolose e in fin dei conti abbastanza stupide e inutili: Stevenson ha molte atmosfere noir, ma alla fine non ha grandi parentele con questo genere. Anche Poe, autore devastato e deformato dal cinema – spessissimo dal cinema scadente – e dai fumetti dell’orrore è inquietante, visionario indecifrabile, ma con il noir propriamente detto ha poco da spartire.
Lovecraft come lo classifica?
Non mi piace affatto. Non riesco letteralmente a leggerlo, per cui il mio giudizio è epidermico, quindi poco attendibile. È così e non posso farci nulla: mi annoia da morire, come tutto il “genere” (ecco!…) fantasy… Alla base di tutto c’è il gusto personale e chi lo nega non è sincero.
Può spiegarci qual è il connubio tra il giornalismo e il feuilleton? Secondo lei le serie TV, considerate dal prof. Giuseppe Scaraffia destinatarie di ingegno e genialità a scapito del film, sono le eredi naturali del feuilleton?
Certo, qualsiasi cosa a puntate lo è. Giornalismo e feuilleton sono parenti stretti poiché quest’ultimo nasce come letteratura d’appendice dei quotidiani e si diffonde con il giornalismo. Il feuilleton è qualcosa di giornalistico, visto che in pratica nasce con Eugène Sue come scoperta di un ventre cittadino segreto, da ammannire avventurosamente alla buona borghesia. La divisione in varie puntate (fino a oltre duecentocinquanta o trecento, in alcuni casi) ne obbliga la struttura a scatola cinese, poiché l’idea di incastrare varie storie una dentro l’altra con salti avanti e indietro nel tempo era l’unico modo di allungare la vicenda fino all’inverosimile, a seconda del successo presso i lettori del giornale. Il genio nostrano del feuilleton è Carolina Invernizio, abilissima nel tessere trame e dosare colpi di scena, madre di centinaia di fotoromanzi, telenovelas e sceneggiati televisivi.
Lei stessa ci rivela la ricetta delle sue opere, affermando che per prima cosa trovava il titolo, poiché «esso è metà del successo del romanzo popolare»; poi, una volta scritto il prologo, adattato dal titolo, il romanzo è praticamente fatto, la trama si dipana con «facilità meravigliosa». Il suo italiano è rozzo e approssimativo, con stilemi presi a prestito dal melodramma: come lo definisce Umberto Eco, «è l’italiano che ancora ci affligge dai moduli postali e dai bandi di concorso». In trentanove anni di attività Carolina scrive ben 126 romanzi e svariate decine di racconti, il che sta a dimostrare che non avrà avuto una vena molto elevata ma copiosa sicuramente sì. La Invernizio rinnova molto l’appendice rispetto al modello francese: nei suoi libri non ci sono più eroi, bensì eroine, e la donna viene arricchita di caratteristiche tipiche dei personaggi maschili come il coraggio, lo spirito d’iniziativa, l’energia etc. Il cuore comanda, sì, ma le mogli sanno perdonare, perché la Invernizio è una sorta di femminista di destra, che predica sempre il ritorno all’ordine costituto, in cui la donna è e deve essere – accanto all’uomo, moglie e madre. La Invernizio conosce a puntino la via, e la indica con sicurezza – almeno sulla carta.
In passato ha dichiarato che Aldo Trionfo è stato, secondo lei, un grande innovatore, un genio della regia teatrale: qual è stato il suo rapporto con i registi? Come si diventa bravi registi secondo lei?
Il mio rapporto con i registi è stato e resta ottimo perché ho sempre avuto un grande rispetto per i ruoli. Per quanto riguarda Aldo Trionfo, grande regista e grande persona, quel poco che so e capisco di teatro è merito suo. Con lui fui protagonista nel suo Lady Edoardo, tratto da Marlowe, e in seguito collaborammo varie volte, come quando mi chiamò per scrivere insieme Incantesimi e magie, che debuttò nel 1982 al Festival di Spoleto. Nessuno mi ha mai portato nel personaggio come mi ci ha portato lui. In lui non c’era mai traccia di erudizione sterile: aveva una cultura vera, filtrata attraverso la propria pelle.
Nel 1976 venni diretto da Tinto Brass in un mio testo a cui sono molto affezionato, L’uomo di sabbia. Era il Brass prima maniera, quello dell’Urlo, Nero su bianco, Salon Kitty. A differenza di quanto si potrebbe pensare, Tinto è un uomo molto colto e di grande gusto – non a caso è veneziano. Tuttavia dopo Caligola si è fatto catturare da certi meccanismi, non sempre con risultati degni del suo talento. Ciò che volevo dire, comunque, è che davanti a un regista (un regista di cui mi fido, chiaramente) io mi dimentico di essere autore, anche in un caso limite come L’uomo di sabbia, dove mi trovavo a interpretare un mio testo diretto da un altro. Brass operò diverse modifiche al testo e io non mi opposi mai; anzi, sotto certi aspetti mi stimolava vedere come quanto avevo scritto si prestasse a soluzioni diverse e impreviste. Credo che la regia sia una forma di riscrittura del testo, come, forse più limitatamente, la recitazione. Paradossalmente, si potrebbe dire che più un mio testo riesce a subire variazioni, più è valido. 
In questo, l’esperienza con la danza ha rappresentato un arricchimento straordinario: scrivere ex novo (Don Giovanni per Mauro Astolfi alla Biennale di Venezia) o “rivisitare” grandi balletti classici come Lo schiaccianoci (ormai al settimo anno consecutivo di repliche) per la coreografia di Mario Piazza, è stato uno stimolo incredibile: un nuovo “linguaggio muto”, dove ogni cosa che hai pensato viene riplasmata nel gesto puro.
Si è definito un buon “dialogatore” (in assonanza con l’idea di De Mauro) e non un narratore: secondo lei oggi c’è una tendenza generale a scrivere romanzi dialogati rispetto a quelli in cui la narrazione aveva maggiore importanza?
Il dialogo narrativo non è un dialogo di teatro. Moravia era un meraviglioso dialoghista nella narrativa ma nel dialogo teatrale era tutt’altro che eccellente. Sono cose diversissime – è una questione di ritmi e di costruzione. Una narratrice che anche per il teatro scriveva dialoghi tecnicamente ineccepibili era Natalia Ginzburg. Ti ho sposato per allegria può piacere o non piacere, ma i dialoghi funzionano a perfezione. Un caso analogo è Dacia Maraini, che fra l’altro non abbonda particolarmente di dialoghi nei suoi libri: Dacia il teatro lo sa “fare”, ed è davvero anche un’ottima regista.
Rapporto tra teatro e realtà?
Nell’arte in generale non esiste la realtà: Michelangelo o Tiziano ti sembrano realistici? Nella letteratura come nel teatro è lo stesso. Aveva ragione Oscar Wilde quando diceva che è la realtà ad imitare l’arte, quando le riesce. Il teatro nasce come cerimonia, perché mai dovrebbe essere realistico? L’arte è allusiva, parla ambiguamente per simboli – e in malafede.
La letteratura italiana contemporanea ha perso qualità negli ultimi 20-30 anni?
Qualsiasi cosa ha perso qualità negli ultimi 20-30 anni (ride, ndr)! Qui rispondo – uscendo apparentemente di tema – con una frase di Giorgio De Chirico: «La pittura oggi è diventata come quelle donne che sono state belle e invecchiano, non potendo più essere belle fanno le intellettuali». Detta da un creatore della pittura metafisica… L’arte è divenuta industria, e l’industria è nemica dell’arte, porta spesso dei ritmi che un narratore, per ragioni contrattuali, deve forzatamente rispettare al di là della propria ispirazione. Per i libri, oggi c’è anche questa nemesi che oggi è l’editing, spesso malinteso e malfatto, e che può avvilire e sconciare un buon lavoro. E poi mancano gli editori veri, come del resto mancano i produttori veri: ovvero mancano l’iniziativa e il coraggio. Oggi Fellini non chiuderebbe un film. Se si andasse da un produttore con una sceneggiatura come Otto e mezzo il film verrebbe bocciato di sicuro. Il cinema italiano è finito, scaduto a livelli mediocri quando non sono beceri. Addio Fellini, Visconti, De Sica, Antonioni! Quello che una volta era discreto artigianato oggi assurge a capolavoro.
Ha definito l’Italia un paese senza memoria. Pensa che il nostro paese si trovi in una fase fisiologica di declino culturale dalla quale potrà uscire?
Questo l’ho detto un po’ di tempo fa; nel frattempo il mio giudizio è peggiorato. L’Italia è un paese nemico della cultura e mal governato da tempo immemorabile. Goethe lo definì un paese bello e inutile, oggi è solo inutile, visto che diventa di giorno in giorno sempre più brutto. Roma è ormai una città sfregiata, una città brutta con delle cose belle! L’Italia è un paese che non ha rispetto di sé ed è disastrosamente impari al proprio passato. Gli italiani, con le debite eccezioni, non sono il miglior popolo del mondo; sono un popolo molto pressappochista e presuntuoso con dei geni isolati e spesso bistrattati. È inutile starsi a sciacquare la bocca con la romanità e con il Rinascimento: è roba vecchia e irrimediabilmente passata – roba che gli italiani, tra parentesi, non conoscono, salvo rare eccezioni. Credo che per un intellettuale una delle peggiori disgrazie sia quella di nascere in Italia. Mi attirerò molti nemici ma è quello che penso, e lo penso con molto dolore. Il peggioramento rispetto a quando ero ragazzo è stato verticale e con un’accelerazione esponenziale.
Lei pensa che il “teatro” stricto sensu, quindi non storia del teatro, possa essere materia d’insegnamento all’università? L’aspirante attore cosa può trarre dal suo status di studente di Lettere?
Può essere utilissimo. Ad esempio, una lettura corretta dei testi. Se il testo non è spiegato bene ci si ferma al generico, al senso primo della battuta, e il teatro – il buon teatro – è nemico del senso primo. La televisione in questo è stata ed è un danno enorme, perché ormai è il breviario della superficialità e della volgarità. In Italia un attore col fisico di Dustin Hoffmann non farebbe una lira perché non ha il fisico palestrato, e Meryl Streep farebbe tutt’al più le parti di contorno. In America esiste ancora una meritocrazia che, in questo campo ma come in tutto, in Italia è completamente assente. Lo studente che ha fatto seriamente l’università e si trova a spasso finisce per sentirsi stupido e ridicolo. Però se si ha talento, sgomitando come un forsennato, a qualcosa forse si approda, facendo però sempre attenzione al raccomandato di turno, o a quelli che accedono all’arte per diritto ereditario. In Italia la politica – o meglio, il malcostume politico – ha infettato tutto come in nessun altro paese al mondo! Oggi se si presenta un qualsiasi progetto culturale, la prima cosa che chiedono è «Bene, chi conosci?» – e se non conosci nessuno il progetto non va avanti.
Qual è la situazione lavorativa di chi lavora nell’editoria? Dai giornali alle case editrici sembra un mondo lavorativo decisamente congestionato…
Altro che congestionato, è un mondo allo sfascio… Hai mai sentito i nostri governanti, tra cui Monti, pronunciare con preoccupazione o un minimo di solidarietà la parola cultura? Oggi, anche qui, si fanno cose con budget da piangere, e poi manca sempre più personale qualificato. Il lavoro di redazione nessuno sa più come sia – e soprattutto l’italiano è davvero una lingua che non esiste più, a partire dalla grammatica.









