La galleria d’arte Whitecubealpigneto presenta dal 7 marzo al 30 aprile la terza mostra inerente al progetto Myra/on, sul tema della trasformazione. La mostra, dal nome Beautiful days, Terrible times, del quarantasettenne artista londinese Andrew Rutt tocca una tematica particolarmente spinosa: quella della transessualità.
Spesso (specialmente dalla seconda metà del novecento, da quando la fotografia e successivamente il video hanno parzialmente soppiantato il quadro) nel momento in cui l’arte prova a farsi ambasciatrice di un messaggio sociale, finisce per puntare sull’immagine scioccante, risultando a volte inutilmente provocatoria e per questo inefficace nel trasmettere il messaggio.
Rutt riesce non solo ad evitare di cadere nella trappola di cui si è parlato, trattando la tematica della realtà transgender con una sensibilità ferma e senza mai scadere nel populismo, ma anche ad evidenziare l’esigenza che la scelta di cambiare sesso, il contrasto irreversibile tra “giorni meravigliosi” e “tempi terribili”, quello tra eterosessualità e transessualità, siano concetti non da collocare agli opposti di una trasformazione, ma da cercare come aspetti e sfumature, all’interno della trasformazione stessa. Per farlo bisogna stabilire dei punti di contatto tra gli opposti, e Rutt lo fa tramite la metafora dell’obiettivo fotografico, inquadrando i protagonisti delle sue opere che puntano una macchina fotografica verso la sua, creando sguardi incrociati e dando l’idea che la trasformazione di cui ci parla, sia insita nel fluire stesso della vita.
Per andare ancora più a fondo sulla tematica che la mostra affronta e su come questa tematica viene trattata, abbiamo deciso di fare una breve intervista all’artista.
Salve, signor Rutt. Partiamo da una domanda classica: come e quando è stata concepita l’idea di fare una mostra sulla bisessualità e le dinamiche transgender?
La galleria Whitecubealpigneto mi ha chiesto di partecipare ad un ciclo di mostre incentrate sul tema della trasformazione. Lo spunto da cui si partiva era il libro dissacrante e scandaloso per il suo tempo, Myra Breckinridge, di Gore Vidal, in cui il protagonista cambia sesso. A questa suggestione fornitami dalla gallerista si è aggiunto il fatto che, al Pigneto, il quartiere di Roma dove si trova la galleria, ho notato c’è una vera e propria comunità transgender. Da qui l’idea di rappresentare un mondo fino a quel momento a me sconosciuto o conosciuto in modo “convenzionale”.
È evidente che la mostra, oltre a basarsi sul tema della bisessualità come mondo che necessita di una comprensione o quantomeno un’accettazione da parte del mondo che l’ha sempre schivata, focalizzi l’attenzione sugli opposti (basti pensare anche solo al titolo della mostra) che vengono ad incontrarsi tramite il simbolo del teleobiettivo. Qual è tra quelli che ho proposto, l’aspetto che per lei ha più valore?
La cosa che per me ha più valore è la persona al di là delle categorizzazioni di genere, al di là delle convenzioni sociali, al di là dei pregiudizi. Ogni persona ha una singola storia e questo è il senso dell’aver chiesto ai transgender di fotografare la loro quotidianità: non un’ennesima messa in piazza del proprio privato (tanto in voga nei vari reality show), ma un’opportunità di mostrare aspetti più intimi di sé, ”aspetti inaspettati” se mi è permesso il gioco di parole.
È molto curioso il fatto che i protagonisti di questa mostra siano tre transessuali che hanno accettato sia di farsi fotografare, sia di scattare loro stessi delle foto alle loro case, ai loro oggetti, ponendosi, anche in questo senso, dietro e davanti al teleobiettivo. Ci racconta come è avvenuto l’incontro con loro?
Come ho già detto, loro appartengono alla comunità transgender del Pigneto. In un primo momento è stato difficile coinvolgerli, ma poi, soprattutto dopo averli incontrarti di persona anziché al telefono e tramite il passa parola tra di loro, sono riuscito a consegnargli le macchine fotografiche. Penso che anche per loro sia stata un’esperienza inedita; ancora non so se siano stati loro ad aver messo davanti alla galleria, la notte prima dell’inaugurazione, dei vasi di fiori con un cartello che recitava «abbiamo bisogno di amore per crescere». Se fossero stati loro mi farebbe un enorme piacere.
In una delle fotografie esposte è rappresentato un busto nudo con le mani che coprono i seni. Sulle dita della mano destra è riportata la scritta «loved», mentre su quelle della mano sinistra c’è la scritta «hated». Sembra un chiaro rimando al film La morte corre sul fiume con Robert Mitchum. È così?
Sì, è così. Solo che nel film la scritta era «hate», cioè odio, che io ho variato in «hated», quindi odiato. Riguardo ai transessuali, mi sembra che subiscano il punto di vista altrui sia nell’amore che nell’odio: per questo volevo che fossero loro a rappresentare la loro vita, a restituirci il loro sguardo, anziché essere guardati, amati e/o odiati.
Molte grazie.
Per maggiori informazioni visitare il sito www.whitecubealpigneto.com








