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Intervista alla Prof.ssa Amalia Margherita Cirio

Qual è stata la sua carriera universitaria, e come si è sviluppata?

È una domanda un po’ dolente. Ormai ho l’aspetto della docente baronale però…. in effetti, io sono entrata qui che avevo 23 anni, poco dopo la laurea quindi ed il mio primo appoggio è stato un assegno di studio della pubblica istruzione. A questo poi si è aggiunto un lunghissimo periodo di precariato, causato dall’assenza di concorsi, i primi sono stati negli anni ottanta. Dal ’74 all’80 c’è stato questo periodo di precariato e si trattava veramente di un precariato difficile perché io già insegnavo al liceo, dove guadagnavo circa 300 mila lire al mese, mentre all’università se ne prendevano 125, ma non si aveva l’assistenza medica che all’epoca non era obbligatoria. È stato un periodo abbastanza difficile e molto lungo. Sono poi iniziati questi concorsi ed erano, in effetti, delle vere e proprie idoneità, cui si partecipava con la presentazione dei titoli e, purtroppo, questo ha creato un grosso ingorgo perché, a seconda delle commissioni, sono stati gestiti a volte in maniera non esattamente serena: si sono infilate dentro persone che avevano anche un solo articolo, o ci si sentiva rispondere «sì, io ho scritto molto poco ma ho battuto molto a macchina per il mio professore», e tutto questo è finito in un grosso calderone. Il problema dell’epoca non è tanto costituito da quei precari che sono poi diventati ricercatori, che, in effetti, hanno sì e no ottenuto un posto di ruolo ( il che non è male, ci metteremmo tutti una firma); all’epoca il posto di assistente ha portato alla idoneità ad associato, cioè a una vera e propria cattedra. Molte persone che adesso pontificano dall’alto di una cattedra di associato, sono persone che hanno avuto un’idoneità magari con un articolo, e dall’epoca, in molti casi che non cito, hanno continuato a scrivere un articolo se va bene ogni sette o otto anni e questo è un problema grosso! Mi chiedo come queste persone superino le relazioni triennali, relazioni che ogni docente è tenuto a compilare e che vengono controllate da Commissioni istituite  appositamente . Del resto anche nei concorsi capita che vengano presentate, tra i titoli, delle opere che non vedranno mai la luce e però sono come se la luce l’avessero già vista perché depositate presso il prefetto. Secondo me il problema della carriera universitaria è partito da qui.

Adesso io sono professore aggregato, che è semplicemente un titolo, come un cavalierato o quasi e che non porta aumenti di stipendio, non porta aumenti o diminuzioni di ore, non porta niente; ti dice solo che tu insegni. Il titolo di professore me lo danno i miei allievi e, in effetti, le mie soddisfazioni più grosse vengono dai miei studenti e dalla ricerca: sono conosciuta all’estero grazie a libri, faccio trasmissioni radio e televisive come esperta di letteratura greca; piccole o forse grandi soddisfazioni, dal punto di vista della carriera. Avevo un titolare di cattedra con quarant’anni più di me e questo vuol dire che quando il mio titolare di cattedra è andato in pensione io non ho avuto nessuno che si sia preso cura di me, e certe volte ho anche l’impressione che il mio essere amata, benvoluta dagli studenti, sia poi diventato quasi una palla al piede: forse un po’ troppo ben voluta dagli studenti, un po’ meno da persone cui certe volte ho dato ombra. Intanto la carriera si è fermata al ruolo di ricercatore, sono un ricercatore di 63 anni che continua a rimanere in servizio nonostante problemi di salute perché mi piace il mio lavoro, sono stimolata dalla didattica, mi piace la ricerca, sono forse una delle persone più presenti  della Facoltà e forse questo contribuisce all’affetto degli studenti. Detto questo, sono ancora qui perché spero nelle liste di idoneità nazionale. Sicuramente in una lista di idoneità nazionale dovrei diventare non dico  solo associato  magari anche ordinario, di per sé i titoli ce li ho tutti… la carriera universitaria però è questa.

Un tema ultimamente molto discusso: esistono secondo lei i baroni all’interno delle università?

Dobbiamo dire che noi siamo di Lettere e per baronia si parla di docenti di Medicina oppure di Legge, dove cioè ci sono grossi interessi economici. Ci sono anche a Lettere, ma essere baroni io penso che sia  un’attitudine negativa perché il barone come lo vorrei io, ha una baronia come la aveva il mio titolare di cattedra Carlo Gallavotti, cioè una baronia data dalla sua immensa cultura: allora tu lo vedevi come veramente un nobile della cultura e quindi era un barone in senso positivo. Molto spesso, invece, l’essere barone si identifica nello spostare con il piede i ragazzi seduti nei corridoi dicendo «basta tutte queste bestie sedute per terra», oppure nel dire «non ho tempo adesso» anche se si è in orario di ricevimento. Sicuramente tutti abbiamo anche altri incarichi all’interno del nostro lavoro, non c’è solo la docenza ma il tempo dedicato agli allievi non è mai sprecato. Purtroppo la baronia secondo me ormai, fermo restando che noi non abbiamo potere economico perciò grandi baroni non ce ne sono, non è quello che una volta era per me un fenomeno positivo, cioè di grandezza culturale, per cui barone veniva a essere un titolo di onore, è cambiata, forse dopo il ‘68 o forse siamo noi che siamo peggiorati non lo so, e non sempre si identifica nella grandezza culturale ma molto spesso semplicemente in una forma di sentirsi superiore e non esserlo.

Il prof. Orlandi in un’intervista concessa al nostro giornale ha sottolineato come l’università dovrebbe essere preclusa a coloro che hanno frequentato un istituto professionale. Qual è la sua opinione?

 

Io sponsorizzo da una vita i corsi di greco di base fatti per le persone non provenienti dal liceo classico. Attualmente tengo un corso di letteratura greca con duecento frequentanti e trecento esami l’anno: questo indica un desiderio di completamento di cultura. Per quel che riguarda gli studenti che provengono dall’alberghiero, penso, ad esempio, che se riuscissi a insegnare latino e greco a un ragazzo che proviene da questa scuola, avrei nei riguardi degli scrittori antichi di cucina un commento di un’accuratezza tale che noi ce lo possiamo sognare, perché non abbiamo preparazione nel campo della cucina.

Noi filologi abbiamo una cosa: quella di essere molto spocchiosi e, mi si passi questo termine, noi tendiamo a dire «io sono un filologo, io sono una filologa perché faccio delle edizioni critiche conosciute all’estero». Detto questo, io pur essendo una filologa, sono anche molto interdisciplinare: quando nessuno negli anni ’70, in Italia, usava le fonti iconografiche per commentare i testi, io l’ho fatto e i miei allievi lo fanno di conseguenza. Questo rientra in una globalità di cultura da cui non mi sento di escludere nessuno ; dai corsi di greco di base, cioè da una persona che non aveva studiato greco alle scuole superiori, aveva fatto il liceo

scientifico  è uscito fuori un valente studioso, Riccardo Palmisciano, che è ricercatore di greco a Napoli. Perciò perché avremmo dovuto escluderlo solo perché non aveva fatto studi prettamente classici? Non solo ha fatto Lettere Classiche, ma ne è uscito ottimamente. Con me collabora una ragazza che si è laureata con me e che viene da un istituto tecnico per l’informatica, solo dopo ha studiato greco e latino. Certo, ci avrà messo moltissimo di suo, non è solo merito dei suoi docenti; però lei ha fatto una tesi che sarà a breve pubblicata dall’Accademia Pontificia. È vero che in alcuni casi il docente fa più fatica, io ho dovuto in un certo senso ristudiare la letteratura greca perché mi trovavo a scendere in particolari nuovi e a parlare di trasmissione del testo, ma non era certo questo il problema. Il problema era, ad esempio,  inserire il discorso su una letteratura che è anomala perché usa il dialetto non per la poesia dialettale come avviene nelle letterature moderne ma per identificare i generi; inserire questo discorso in un tipo di presentazione che fosse abbastanza moderno e divulgativo senza perdere le precisione delle informazioni..

Qual è la sua posizione a proposito dell’accorpamento della nostra facoltà con le altre per formare una unica facoltà?

 

Quando le facoltà si sono divise io ero una di quelli che le osteggiava. Ovviamente, il parere contrario dell’ultimo ricercatore non importa a nessuno, lo dicevo che mi sembrava sciocco ma il discorso all’epoca fu portato su fatti economici, dicendo «va bene, se alla facoltà danno, ad esempio, venti milioni, a quattro facoltà danno venti milioni ciascuna». Io dissi che secondo me facevano venti diviso quattro… la divisione delle facoltà può, al limite, portare forse a un proliferare, non sempre ottimale, di insegnamenti e, di conseguenza, di cattedre. Si sono poi resi conto che si poteva tornare indietro, il rettore ha sponsorizzato la riunificazione ma,abituati a gestire solo le cose di una Facoltà, adesso gli amministrativi si ritrovano a gestire blocchi enormi di lavoro improvvisamente. Io ho visto dover amministrare le tesi di quattro facoltà quando si era abituati a gestire solo quelle di Lettere, e poi … la ridicolaggine di questo nome Filesuso. La riunificazione però, forse una volta che ci saremo abituati visto che adesso siamo di nuovo tantissimi, è forse un modo di bloccare i giovani? Il momento attuale è un momento di sommovimenti e può darsi che a livello nazionale i giovani riescano in una maniera o nell’altra ad avere un futuro. Per me la facoltà non doveva mai essere divisa! A mio parere la divisione è servita anche per sistemare eventuali allievi, ma queste sono, ovviamente, mie illazioni che non trovano fondamento. Ci sono persone per cui si è dovuto aspettare una pubblicazione per avere lo straordinariato…. Sono abbastanza vecchia per non prendermela più.

A seguito della pubblicazione della fondazione Agnelli, per cui la laurea triennale ha il valore del diploma, quali sono le sue considerazioni?

 

In effetti non abbiamo accorciato il tempo di laurea, forse lo abbiamo allungato. Poi c’è stato il momento terribile fino alla 509, in cui si sostenevano esami a non finire: un’esagerazione! Anche perché gli studenti si sono trovati davanti dei docenti che non capivano, anche se ci era stato detto che quattro crediti equivalevano a quelle tante ore di lezione ma soprattutto di studio a casa,che non era possibile dare sempre lo stesso programma d’esame sia che si facessero 20 esami in  quattro anni ( come prima) sia che se ne facessero 15 circa a sessione, come con il nuovo ordinamento; e lo studente si trovava con un carico di studio esagerato.Questo era traumatizzante per voi, secondo me io ho sempre cercato di calmierare i programmi il più possibile. Tant’è vero che questa letteratura greca quand’era da quattro crediti, si chiamava Lineamenti di letteratura greca, perché intendevo dare delle linee generali; poi se uno voleva approfondire, faceva altri quattro crediti. Fare una letteratura greca con un tomo molto spesso, comprese note e virgole, non mi pareva proprio il caso. Insomma, però so di programmi in cui lo studio era enorme senza tenere conto che era cambiato tutto. In parte è vero che la triennale ha un suo valore: io ho visto delle persone, ad esempio con una triennale di psicologia, trovare subito lavoro solo con la triennale; bisogna anche vedere in che campi si va perché bisogna vedere che valore dà lo stato alla triennale, che valore dà la scuola alla triennale. Purtroppo, noi siamo in continua evoluzione, perciò quello che dico oggi riguardo ad  una laurea triennale non sarà valido domani: domani chissà a che cosa sarà equivalente la laurea triennale 509 rispetto alla 270 o rispetto alla “ipsilon”, dovrebbe già esserci la “ipsilon”: il primo anno è comune a tutti e poi ti dividi nelle specialistiche della materia, una sorta di uno più due. Io sono entrata nel ‘68 e quando sono arrivata c’era la liberalizzazione dei piani: oltre a esserci degli esami in gruppo dove prendevo trenta e lode e gli altri tutti accodati zitti e silenziosi, non ho seguito la liberalizzazione dei piani, ma ho seguito il piano di studi che si faceva precedentemente di cui non ricordo il nome , quello dello Statuto del ’38 e prevedeva storia romana, storia greca, letteratura greca, letteratura latina, epigrafia greca, epigrafia latina, letteratura italiana e un esame di filosofia che poteva essere di pedagogia.

Lei è entrata all’università nel ’68, quali sono i ricordi di quel periodo?

 

La mia era una famiglia molto rigorosa: io non ho mai fatto occupazioni o dormito in facoltà. Mi ricordo che una volta si picchiarono qui davanti ed io con grande paura vidi da questa finestra del dipartimento uno che aveva una macchina fotografica, aveva perso i lineamenti del viso dai calci e le botte che aveva preso. Poi c’è stato il periodo delle bombe, del ’68 ricordo la violenza. Non ho mai cercato di trasgredire, se c’erano occupazioni stavo a casa a studiare per i prossimi esami, non ho proprio vissuto il ’68. Una grande differenza mi sembra la maggiore calma che dimostrate voi rispetto a noi che davamo in escandescenza molto più facilmente, e non so se sia un pregio della vostra generazione; la violenza non serve secondo me, forse la violenza di piazza attira l’attenzione ma poi si dovrebbe limitare per poter iniziare a mediare. Non credo che i giovani d’oggi siano menefreghisti, sono forse persone non incoraggiate a sufficienza.


Passaparola:

Una risposta a: Intervista alla Prof.ssa Amalia Margherita Cirio

  1. Alessandro says:

    La Professoressa Cirio è una delle migliori docenti in assoluto incontrate nel mio percorso universitario. Disponibile sempre, cordiale e, come dice lei, non spocchiosa. Io, iscritto a LMS e proveniente da un Tecnico industriale, avevo un certo timore a frequentare il suo corso Una volta, a fine lezione, le chiesi un consiglio per impostare al meglio lo studio. Dopo che mi rispose gli dissi che venivo da quella scuola, con il terrore che mi dicesse chissà cosa. Lei mi rispose sorridendo:”Meglio! Così apprenderà bene quello che le dico io senza condizionamenti!”. Una grande persona che mi ha fatto innamorare della materia.

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