«Il bambino è una persona serissima» (C. Susani in una intervista a Radio InBlu)
Non succede molto spesso di chiederci quale sia la storia dei bambini che agli angoli delle strade, ai semafori o nella metro ci chiedono soldi con in mano un bicchiere di Mc Donald appiattito dall’usura. Se ci concentrassimo solo su quel particolare, mettendo fuori fuoco le facce e i vestiti luridi, ci verrebbe in mente come quella sia l’unica probabile occasione che quel bicchiere di cartone gommato abbia di diventare ferro del mestiere di qualcuno, e di come il brancolare per le città tra la mancanza di sguardi interessati – che sono gli sguardi che noi affidiamo ai corpi piccoli e buffi di tutti gli altri bambini – se non a momenti infastiditi, faccia parte della vita di molti minorenni che se lo portano appresso, nelle tasche, e che poi dormono poco distanti dai nostri letti.
Carola Susani, nel suo ultimo romanzo, è riuscita a raccontare in maniera avvincente una delle paure silenti di ogni genitore: il rapimento di un figlio. In Eravamo bambini abbastanza (minimum fax, pp. 210, 13,50 euro) Manuel, dodici anni, rapito nel parcheggio di un supermercato di Trento in un momento di distrazione della madre – uno di quei momenti che difficilmente un genitore riesce a perdonarsi – racconta il suo viaggio in compagnia di sette bambini dell’Est Europa, rapiti anche loro e guidati da un affascinante ceffo chiamato Raptor, un moderno Fra Dolcino, allo stesso tempo tutore e padre da accudire, che apparentemente senza una motivazione precisa muove la sua piccola crociata, nell’anno del Giubileo, verso Roma.
I protagonisti di questo viaggio picaresco tra case abusive e archeologia industriale di un’Italia scalcagnata e dimenticata tanto da diventare il rifugio dalla paura da bestie braccate che è sottesa a tutto il romanzo, sono quei bambini dalle storie a noi sconosciute. Ma la loro storia è già finita: già dal primo capitolo del libro Manuel ci rivela che è tornato a casa, che il Raptor è morto. Il suo è un resoconto da reduce, le memorie di un ragazzino di dodici anni che ha vissuto, per una parte della sua infanzia, qualcosa di completamente diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei con una famiglia, un tetto e abbastanza soldi da non dover rubare e prostituirsi per assicurarsi di che mangiare.
Questa esperienza al limite è ciò che ha voluto descrivere Carola Susani, senza mai marcare la penna su un’idea di infanzia “rubata”, sottratta al suo svolgimento naturale, ma invece superando questa tentazione per raccontare un’ infanzia vissuta in maniera diversa, la quale porterà il personaggio principale ad avere uno prospettiva sul suo passato del tutto particolare, che è tra le caratteristiche più interessanti del romanzo. Si ha a che fare con un narratore in prima persona la cui capacità narrativa è strutturata sulla sua figura di bambino – senza nessuna pretesa di mimetismo: dal Prologo che potete leggere qui sotto potete capire bene come non ci sia alcun tentativo di riprodurre la sintassi di un dodicenne – e sul suo modo di interpretare gli eventi accaduti: in una visione adulta, gli episodi raccontati a volte risultano connessi in modo incoerente, e i personaggi e le loro relazioni sono determinati in una maniera a noi distante, dimenticata o sottratta, ma che risulta perfettamente comprensibile.
Questa grande capacità dell’autrice di immedesimarsi nella prospettiva di un bambino senza cercare di inserire qualsiasi tipo di morale adulta – la Susani aveva già trattato dell’infanzia in altri suoi libri tra cui L’infanzia è un terremoto (Laterza, 2008), che ricostruisce gli anni vissuti in prima persona dopo il terremoto del 1968 nella Valle del Belice – rimane emblematica nella descrizione dell’aguzzino che assume dall’Uomo Nero o dal Bau Bau delle filastrocche le sue caratteristiche animalesche, salvo poi passare da figura a personaggio proprio grazie allo sguardo di Manuel: un uomo che, alla fine dei conti, voleva solo «sopravvivere, riprodursi come era capace, cercare di essere felice».
Ma oltre a Manuel è un altro bambino ad avere un ruolo chiave per la costruzione della storia e del senso di comunità che si crea tra i personaggi. Alex, infatti, oltre ad essere membro della combriccola ha un ruolo tutto suo: è colui che racconta le storie. Alla sera, infatti, avvolti in coperte sudicie cercando di scacciare il freddo o la fame, i bambini lo ascoltano inventare il passato di ognuno di loro, partecipando attivamente, inserendo particolari che accrescono ogni volta di più la ricchezza degli aneddoti reiterati. Proprio intorno ad un narratore si rinforza il senso di gruppo: a tutti sembra di conoscere qualcosa dell’altro che in altro modo non avrebbero scoperto, e ognuno sente raccontata la propria storia che solo grazie a ciò esiste e diventa vera. Il ruolo sociale delle storie qui appare sotto le mentite spoglie del gioco infantile, del “facciamo che”. Grazie a questo rituale appare più sottile la differenza tra il protagonista che fino a poco prima aveva vissuto nella stretta accogliente dei genitori e chi questa sicurezza non l’ha mai sentita o non l’ha sentita abbastanza da ricordarsene, perché grazie alla capacità immaginativa di Alex ogni piccolo aneddoto inventato diventa parte di una saga orale che tutti conoscono e che nessuno si stanca di ascoltare.
Eravamo bambini abbastanza è un romanzo che racconta, tra le altre cose, come il senso di comunità e solidarietà umana diventi più forte se si condividono situazioni di disagio. Mentre oggigiorno si assottigliano le differenze sociali e lo stile di vita tende verso il fondo della povertà, questo romanzo racconta una storia che nasce da un atto di violenza, dove un bambino borghese si ritrova, terrorizzato, a dovere condividere la vita con dei piccoli delinquenti, a fare cose che non solo non gli sarebbe mai capitato di fare, ma che probabilmente non avrebbe mai conosciuto fino a che non avesse disubidito ad un divieto o la sua famiglia non avesse deciso che era “abbastanza” cresciuto per capirle: il sesso, la sofferenza, la morte. E da questo si può comprendere come non siamo di fronte agli effetti della sindrome di Stoccolma, bensì abbiamo a che fare con i ricordi di un periodo della vita di Manuel con cui cerca un compromesso, un modo per riuscire a farlo diventare vita passata: e l’unico espediente è raccontare e raccontarsi la sua storia.
(Riportiamo di seguito il prologo del romanzo)
PROLOGO
Sono passati pochi anni dalla fine di tutto, sembra un millennio. Questa storia, quello che abbiamo passato con il Raptor, è lontanissima, come se non ci fosse mai stata, come se fosse capitata a un altro oppure in un’altra dimensione. Durante il giorno me ne ricordo come un sogno. E sto tranquillo: ho dodici anni, una famiglia che ci tiene, vado bene a scuola, tutti mi guardano come uno che si è salvato per miracolo, uno che è tornato da un posto peggiore della morte. Ma certe volte mi sveglio di notte e non riconosco la stanza, corro spaventato nella camera dei miei genitori, li guardo mentre dormono e non capisco che ci faccio qui. In quelle notti per un momento mi viene in mente che la vita era quella, la nostra con il Raptor, e che questa – la scuola, i genitori, i regali di compleanno, la piscina – è come un giro di giostra, un esercizio finto che non allena a niente.
Il Raptor l’ha chiamato Raptor Alexander. Diceva che la curva che faceva la sua schiena, il suo modo di stare in piedi e di correre, e come si appostava, gli facevano venire in mente un predatore secco, un rettile bipede estinto, un velociraptor, Quando sono arrivato io, lo chiamavano già così.
Il Raptor attraversa l’Europa perché voleva portarci da qualche parte? I giornali hanno scritto tante cose: che voleva venderci ai pedofili o ai trafficanti di organi, o che doveva incontrarsi con i satanisti, farci uccidere gli uni con gli altri e bere il nostro sangue in riva al Mediterraneo. Ma non è vero, voleva le cose che volevano tutti: sopravvivere, riprodursi come era capace, cercare di essere felice. Ci muovevamo verso sud perché a nord fa freddo, lo avevamo sentito nelle ossa e nei denti quando dormivamo all’aperto e il Raptor lo sentiva anche di più perché era magro, asciutto come un ramo. Qualche volta mi è venuto in mente che era triste e davvero pensava di arrivare al Tirreno all’inizio dell’estate e che non si sarebbe fermato sulla spiaggia, e avrebbe continuato a camminare dentro l’acqua opaca fino a smettere di respirare, e forse ci avrebbe permesso di restare indietro. Come il Pifferaio con i bambini e i topi. Ma senza rabbia, non doveva punire i nostri genitori; soltanto per non lasciarci. Certo non voleva sgozzarci, versare il nostro sangue. Niente splatter. Ma se devo dire come la penso davvero oggi, il Raptor ci voleva vivi perché portavamo la sua impronta.
È strano che i poliziotti ci abbiamo messo tanto tempo a capire che non eravamo bambini mendicanti come gli altri. Già in Veneto il Raptor cominciava a perdere colpi. A Roma non era più lui. Prima era prudente, ci controllava, direttamente o attraverso Dragan e Leonid. A un certo punto si è confuso, ci ha lasciato la corda troppo lunga. O forse l’ha fatto apposta, quando ha sentito che non c’era più niente da fare. Vi dirò come è andata a finire, ma soprattutto voglio raccontarvi della nostra vita con il Raptor, finché è durata.
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TITOLO: Eravamo bambini abbastanza
AUTRICE: Carola Susani
CASA EDITRICE: minimum fax 2012
N.° PAGINE: 210
PREZZO: 13,50 euro







