Dopo molti molti mesi di latitanza, torna il corso motivazionale per umanisti: mai come ora c’è bisogno di trovare ragioni per fare, anzi, fare meglio, quello che si sta facendo, svuotare la vasca e riporre la lametta. Oggi parliamo di soldi. Ho detto: posate quella cazzo di lametta. Bene.
Se c’è una cosa che possiamo rimproverare alla nostra amata facoltà e alle materie che con tanta dedizione studiamo è che ci portano ad avere un rapporto malato con il denaro, dove per rapporto malato si intende che proprio non c’è un rapporto: ci ignoriamo reciprocamente. Sì, abbiamo scelto Lettere perché i soldi non sono tutto nella vita (almeno non sotto i centomila euro all’anno), perché non siamo per niente convinti che alla realizzazione professionale corrisponda la realizzazione personale, perché alla fine una Peroni non è che costi chissà quanto: insomma, perché ce la viviamo meglio snobbando elegantemente i soldi. A noi piace il bello, e i soldi sono brutti a vedersi. Personalmente preferirei si commerciasse in gatti, ma questo è un altro discorso.
Purtroppo arriva per tutti il momento in cui uno si rende conto che i soldi sono importanti per vivere: in genere quel momento coincide con quella volta in cui papà vi ha tagliato i finanziamenti, semplicemente perché non ha creduto che quei 150 euro prelevati dalla PostePay servissero per comprare le solite 100 scatolette di tonno: e mo come lo comprate ‘r fumo da Ciccio ar Quadraro?
Il problema fondamentale è che è lo stesso ambiente universitario a non essere adatto a farci comprendere l’importanza della retribuzione: professori ricchi, assistenti che fanno esami gratis, libri pubblicati a pagamento, dottorati senza borsa, borse senza borsa, ecc. A Lettere non c’è una lira, o meglio, se c’è non spetta certo a te. E quello di cui ti convinci, nell’asfissia delle malsani abitudini della cittadella umanistica, è che pensare al denaro sia vile, da avidi: stiamo parlando di grande cultura e te ti lamenti che è un anno che mangi solo pane e carta da forno? Vergognati!
Uscendo da Lettere, e parlo di chi non ha mai lavorato (giustamente, sottolineo), a malapena si sa qual è il valore del lavoro: io faccio una cosa a te, te mi dai qualcosa; si pensa invece, memori delle malsane abitudini, che il pagamento di un lavoro sia un qualcosa in più, una grazia del datore: e lo testimoniano le ola degli amici quando gli dici «Oh! Mi pagano!» (seguite da «Ora ci offri da bere!», ma che ve offro da bere che pijo tre euro all’ora). Chi dà lavoro naturalmente ci sguazza in questo, evitando con eleganza la parola tabù: parlando invece di “crescere”, “formarsi”, “imparare”, “cultura del lavoro”, “gavetta”. Io non voglio crescere, vojo i sordi.
D’altro canto l’umanista, più di chiunque altro, cresciuto con altre cose per la testa, non ha gli strumenti per chiedere denaro: come si chiede? Qual è la forma? Boh, a me pare brutto, chiedere soldi, come glielo posso dire? Ok, provo a buttarla là. E allora esce un flebile «è previsto un ‘rso ‘ese? [rimborso spese, ndr]». Basta un severo sguardo e un «Come?» del datore di lavoro per farvi arrossire e pensare automaticamente che siete delle brutte persone, che l’avete deluso, perché chiedete del denaro per lavorare.
Però insomma, non è certo così che si può ottenere qualcosa: così non si ottiene nemmeno un caffè. È vero: una volta si aspirava a un buono stipendio, mentre oggi, al massimo, a un congruo rimborso spese. Ma le cose possono cambiare anche dal cominciare a capire che chiedere una retribuzione per un lavoro deve essere un dovere; non chiederla non solo è lesivo per voi, ma lesivo per gli altri: è concorrenza sleale.










Ahahahah!
…Ma quant’è vvero…
Bravo, insisti bene su quest’argomento del “chiedere soldi per lavorare è UN CAZZO DI DIRITTO”, perchè mi sa che i giovani se lo stanno completamente dimenticando e allora saremo davvero nella merda.
Se vuoi ti scrivo io il prossimo articolo sul perchè il volontariato vada ABOLITO.
Certo, il volontariato culturale va abolito perchè, con la cultura del volontariato, soldi non se ne genereranno più e diventerà sempre piú diffusa la cultura della cultura gratuita. Ma se vado dal dentista, mi cura gratis?
sono appena stata da una cazzo di dermataologa, che ho pagato 120 euro per venti minuti di visita. questa si fa (lordi, per carità) 360 euro all’ora io ne “guadagno” con malsano part time 460 al mese.
umanista laureanda in stilistica