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Cronaca di un concerto

Premetto la smentita del titolo: questa non è una cronaca. Dichiaro l’incapacità di esprimere giudizi misurati e obiettivi nei confronti della materia trattata. Messo in chiaro questo, si può provare a discuterne. Tre ore e mezza di concerto sotto la pioggia incessante allo stadio Artemio Franchi di Firenze il 10 giugno 2012. Sul palco lui: The Boss, che arriva con passi sicuri, jeans e maglietta neri, mentre iniziano a cadere le prime gocce, accolto dal boato dei 43mila spettatori. Basta un sorriso, e senza troppe cerimonie imbraccia la sua chitarra e dopo il consueto «One! Two! Three! Four!» attacca Badlands, seguita veloce da No Surrender. Bruce e il pubblico sono carichi fin dall’inizio, è evidente che della pioggia non importa niente a nessuno, e lo show continua.

Accompagnato in modo impeccabile dalla sua E Street Band, Springsteen si muove come un pazzo: corre, ride, scende tra il pubblico a toccare e farsi toccare, volta le spalle alla platea per incitare i suoi musicisti, subito si rigira e attacca ogni pezzo con un sorriso, dai nuovi brani, come We Take Care Of Our Own, passando per le cover, come Burning Love di Elvis, fino ai grandi classici. Parla in un italiano stentato da applausi, e introduce i suoi pezzi; dedica My City Of Ruins a tutti coloro «che ci lasciano ma rimangono per sempre», e il pensiero va subito a Clarence Clemmons “Big man” e a Danny Federici, sassofonista e tastierista storici della E Street Band, ma le sue parole si riferiscono anche al recente terremoto in Emilia. E, parlando della crisi economica, dice di aver sentito «che neanche qui ve la passate troppo bene».

Si va avanti senza tregua, passano le ore e la pioggia insiste, ma l’energia aumenta di minuto in minuto, dimostrando che quando ci sono la voce e la forza non c’è bisogno di palchi futuristici o effetti spettacolari, perché lo spettacolo sono Bruce e i suoi, accompagnati dall’entusiasmo di chi, da sotto i k-way e qualche ombrello, continua a urlare i testi delle sue canzoni. È uno scambio reciproco: Springsteen non si lascia abbattere dalla pioggia e il pubblico lo segue, il pubblico non si lascia abbattere dalla pioggia e Springsteen lo segue. The Boss avanza sulla pedana per farsi bagnare anche lui, apre le braccia e con la faccia rivolta al cielo urla «Come on!», come a dire «è tutto qui quello che sai fare? Non bastano certo due gocce a fermarci!». Dopo la parentesi intimistica e doverosa di The River, si continua con Waiting On A Sunny Day: Bruce prende in braccio un bambino dal pubblico e gli cede il microfono sul ritornello, il pargolo se la cava egregiamente meritandosi boati di approvazione. Dopo l’urlo di avvertimento «Are you ready?» arrivano le immancabili Born In The U.S.A e Born To Run; sulle note di quest’ultima la pioggia si trasforma in diluvio, l’acqua viene giù praticamente a secchi, è il delirio totale.

I meno coraggiosi iniziano a darsi alla fuga, riversandosi dagli spalti verso le uscite; ma The Boss continua imperterrito a cantare, la band con lui, e nella confusione generale vengono aperti i cancelli del prato anche agli spettatori della curva. Cantando a squarciagola Hungry Hearts si corre a capofitto verso il basso, tenendosi per mano, per arrivare tutti insieme al prato, che ormai è diventato una piscina, dove si balla come in trance sotto la pioggia scrosciante Dancing in the dark. Un tecnico leva la chitarra a Springsteen, ma lui non ci sta, se la riprende, e quasi incredulo ci urla «You’re fuckin’ diehards! And I love the fuckin’ diehards!». Siamo “fottutamente duri a morire”, è vero, ma nessuno tra gli intrepidi rimasti ha voglia di andare a casa. È la volta di Twist and Shout e per concludere il nostro “eroe” ci regala Who’ll Stop The Rain, cover dei Creedence. Dopo tre ore e mezza e trenta brani in scaletta il concerto è finito,  la pioggia continuerà pure a cadere, ma neanche Bruce Springsteen lo ferma nessuno.

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