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Borse di dottorato: “forte opacità” nelle assegnazioni

Lo scorso 8 giugno, il Consiglio del Dipartimento di Storia, culture, religioni ha approvato all’unanimità una mozione con la quale si chiede maggior trasparenza nell’attribuzione delle borse ai dottorati di ricerca del 28° ciclo. In particolare, il Consiglio di dipartimento chiede che vengano resi noti i criteri con i quali la Commissione Istruttoria ripartisce il numero di borse tra i vari dottorati. Il Giornale di Letterefilosofia.it è tornato a intervistare il prof. Mariano Pavanello, direttore del Dipartimento di Storia, culture, religioni, chiedendogli il perché di tale mozione dai toni non poco polemici.

-Salve Professor Pavanello. Abbiamo notato che il suo dipartimento ha recentemente approvato una mozione dai toni abbastanza polemici riguardo alle modalità di attribuzione delle borse di dottorato. Vuole spiegare ai nostri lettori di cosa si tratta?

Il Consiglio di dipartimento all’unanimità, nella seduta dell’8 giugno, ha approvato questa mozione, come lei ha giustamente notato, dai toni abbastanza polemici. Il problema dei dottorati di ricerca è molto delicato per due ordini di motivi. Primo perché il dottorato di ricerca, ormai da quasi un trentennio, è la fase di formazione dei futuri ricercatori e quindi è una fase in cui la selezione dei “cervelli migliori”, che all’interno di ogni percorso scientifico-disciplinare si propongono per cominciare una carriera di carattere scientifico, è evidentemente gravida di significato, sia sul piano meramente selettivo sia sul piano di quelle che sono le prospettive che si vengono a creare.

Il secondo motivo è legato al fatto che nel dottorato di ricerca sono investite delle risorse cospicue, vista la dimensione di una università come la Sapienza. Una borsa di dottorato che ha una durata triennale, come lei sicuramente sa, ha un costo che si aggira intorno ai 50.000 euro. Ora lei immagini qual è l’investimento complessivo che un ateneo come la Sapienza fa ogni anno, in cui vengono accese centinaia di borse di dottorato in tutti i settori scientifico-disciplinari.  Ora questo momento chiave, che ovviamente è la porta d’ingresso verso la carriera scientifica, normalmente riceve un’attenzione scarsissima ed è gestito da una commissione, cosiddetta istruttoria, che è stata nominata (non eletta, e quindi senza un concorso vero di volontà del corpo docente e dei ricercatori dell’ateneo) diversi anni fa e, al cui interno, figurano esponenti delle varie aree scientifiche e che, nel più assoluto riserbo, decide la locazione di queste imponenti risorse.

Le polemiche ci sono sempre state, perché accontentare qualcuno significa, molto spesso, scontentare qualcun altro, e questo è abbastanza normale. Quello che invece non è “normale”, a mio avviso, è che i criteri, sulla base dei quali la Commissione Istruttoria opera, e soprattutto i contenuti delle domande che pervengono dai vari dipartimenti e facoltà, e cioè le richieste di attivazione e rinnovo dei dottorati unitamente alla composizione dei collegi docenti e ovviamente i programmi di formazione dei singoli corsi di dottorato, sia praticamente oggetto del più assoluto e rigoroso riserbo. Questo è difficilmente comprensibile e accettabile, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui le risorse diminuiscono drasticamente anno dopo anno, e in una fase in cui la Commissione Istruttoria  ha segnalato la necessità di ridurre il numero dei corsi di dottorato. Questa proposta è stata sostenuta dal Senato Accademico che ha adottato, come regola generale, quei principi che si trovano nella bozza di decreto attuativo relativamente ai dottorati, che ancora non è stato emanato, ma che il Senato Accademico della Sapienza ha ritenuto, secondo me giustamente, di utilizzare come strumento e come criterio di fondo per indurre una diminuzione e una razionalizzazione del settore dei dottorati. Questi criteri fondamentalmente si riducono a uno: i collegi dei docenti devono essere composti al minimo da quindici docenti di ruolo, ordinari o associati, più un numero indefinito di ricercatori.

Un dottorato, dunque, per poter esistere, cioè per vedersi assegnare il numero minimo di borse previste da questa bozza di decreto, cioè sei, deve essere composto, ripeto, minimamente da quindici docenti di ruolo ordinari o associati, incardinati (in servizio) e ovviamente operanti all’interno della facoltà. Cos’è allora che ha scatenato la reazione del mio dipartimento? Il mio dipartimento si poneva tale questione prima ancora che la Commissione Istruttoria si attivasse per cercare di arrivare alla diminuzione del numero dei dottorati esistenti, e quindi a convincere molti settori a rinunciare a delle specificità spesso anche un po’ speciose. Io ricordo che, quando sono stato eletto direttore di questo dipartimento (Storia, Culture, Religioni) nel 2010, questo è stato uno dei primi problemi che ho posto al mio consiglio: la necessità di razionalizzare la formazione dottorale, arrivando alla creazione di un dottorato dipartimentale unico in cui le sinergie che noi saremmo stati in grado di produrre fossero utilizzate al meglio a livello della formazione dei ricercatori; e quindi gli storici, dai medievisti ai contemporaneisti, coloro che si occupavano di studi storico-religiosi, gli antropologi e tutte le componenti scientifiche di questo settore, concorressero in modo determinante a creare una unità omogenea formazione dottorale, anche con le sue articolazioni interne. Ci siamo riusciti, e ci siamo riusciti prima che la commissione istruttoria ci venisse a dire che dovevamo procedere in quella direzione. Abbiamo creato un dottorato unico con la presenza di ben trentasette professori tra ordinari e associati; un dottorato che dal testo del progetto che abbiamo presentato si presenta estremamente omogeneo e ricco di sinergie scientifiche, e ci siamo trovati di fronte a una decisione della commissione istruttoria in cui ci vengono attribuite sei borse, meno del numero di borse che avevamo nello scorso ciclo (il precedente anno) in cui due/tre dottorati agivano in maniera indipendente. Questo è accaduto probabilmente per soddisfare le esigenze di garantire il minimo dovuto a dottorati molto deboli che si sono accorpati all’ultimo momento, o forse per dare qualche borsa in più a dottorati che certamente non hanno grandi meriti più del nostro, e di ciò ne sono fermamente convinto. Una situazione del genere noi l’abbiamo vissuta come una penalizzazione molto forte, e il Consiglio di dipartimento ha votato all’unanimità la mozione che lei ha letto.

-Dunque, quali sono stati i criteri per la distribuzione dei dottorati? Sono pubblici, si possono conoscere e sono cambiati rispetto a quello della stagione attuale?

Sì, sono cambiati nel senso che la Commissione Istruttoria ha esplicitamente dichiarato nella sua relazione (presentata al Senato Accademico e da esso ratificata) che ha adottato come criterio quello di un minimo di sei borse e collegi di docenti composti minimamente da quindici tra ordinari e associati. Questo è l’unico criterio che la commissione istruttoria dichiara di aver eseguito; essa però non ci dice sulla base di quali altri criteri abbia stabilito una diversa distribuzione delle borse, cosa che è sotto gli occhi di tutti (vedi il bando) e che ci fa rendere conto che ci sono dottorati con numeri di borse estremamente variabili, con un minimo di sei fino a un massimo di dodici/diciotto. Pertanto, quali altri criteri ha utilizzato tale commissione per definire il numero delle borse attribuite ai singoli corsi di dottorato? Questo non è dato sapere.

-Pensa che ottemperando alle vostre richieste, quelle chiarite nella mozione ovvero di rendere pubblici i criteri e i vari componenti, potrebbero risolversi i problemi nell’assegnazione delle borse di dottorato?

Io vorrei fare prima una precisazione: noi non abbiamo intenti vendicativi, non vogliamo rovesciare la decisione del Senato Accademico o le proposte della Commissione Istruttoria. Noi però vogliamo arrivare a garantire trasparenza a questo che è un ganglio fondamentale della vita e del futuro delle nostre università e discipline, affinché, a partire dal prossimo anno, le decisioni che saranno prese dagli organi deputati per la distribuzione e l’organizzazione delle borse di dottorato siano maggiormente alla luce del sole e più di quanto non sia stato finora.

-Visto, quindi, l’attuale procedimento di assegnazione delle borse di dottorato, lei pensa che potrebbero esserci dei rischi di opacità nell’applicazione di questi criteri?

Più che rischi, direi che finora siamo di fronte ad una forte opacità. L’unico criterio dichiarato, come già detto e ripetuto, è quello che è stato desunto dalla decisione del Senato Accademico di applicare i criteri dalla bozza di decreto ministeriale: quindici docenti minimo per i collegi, sei borse minimo come dotazione ai dottorati approvati. Ma i criteri specifici tramite i quali questi dottorati vengono approvati e i criteri in base ai quali il numero di borse è variabile sono a noi oscuri. Con quali criteri ad esempio, sono state attribuite nove borse ad alcuni dottorati che io so non essere particolarmente diversi dal nostro, né come storia né come composizione; forse anzi sono più piccoli? È evidente che siamo di fronte a delle opacità e noi speriamo e ci auguriamo che questa sparisca, come abbiamo manifestato attraverso la nostra mozione. D’altronde il Codice Etico, da poco approvato, parla di trasparenza. E allora che questa trasparenza venga applicata.

-La mozione è stata approvata ormai da una ventina di giorni. Ci sono state delle risposte o reazioni, in generale?

È una domanda molto interessante. Noi abbiamo pubblicato la mozione nel sito del dipartimento e io l’ho inviata la presidente della commissione istruttoria dei dottorati (professor Silva). In realtà non abbiamo voluto conferire a questo atto una grande pubblicità, noi abbiamo voluto apparire insomma eccessivamente polemici anche perché il mio dipartimento si è distinto in passato per una certa vis-polemica in diverse occasioni. Non ci interessa passare per il “Gianburrasca” della Sapienza insomma. Devo dire però che non c’è stata alcuna reazione e questo, forse, significa qualcosa.

-Grazie Professore, abbiamo finito.

Prego. Se però posso aggiungere una cosa, “in cauda venenum” potremmo dire, mi risulta che c’è un dottorato il cui coordinatore non figura tra il personale docente in servizio. Allora è evidente che se il coordinatore non è tra il personale docente servizio, beh forse sarebbe opportuno andare a capire quali sono i componenti del suo collegio docenti.

Adriano Masci & Silvia Micheli 



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