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Demenza poetica

«Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo, perché è dappertutto».
Gustave Flaubert, Corrispondenza, 1830/80 (postumo)

Che dunque mi sia consentito, in questa notte calda e recidiva, di cercarla lontana dalle pagine ingiallite dei vecchi libri.

La poesia di oggi si chiama Annamaria. Se ne sta seduta su una triste sedia in plastica dell’Istituto T. Fermata Grano, Centocelle. Se cercate “Annamaria, poesia” su Google, non la troverete. Perciò, continuate a leggere qui.

Qualche settimana fa ho deciso di dedicare parte del mio tempo a un gruppo di anziani che vive in una casa di riposo, nella squallida, reticente e impenetrabile periferia di Roma. L’impatto è forte, sono una trentina ed è stata promessa loro un’attività ricreativa. Ci sono 35 gradi, è giugno. E, con impeccabile coerenza, si decide di giocare a tombola. Non oppongo nessuna resistenza, è il mio primo giorno e non voglio discutere. La maggior parte di loro sorride. Un tipo sdentato comincia a urlare dal balcone frasi indecifrabili. Roberto: «Che stai a fa’? Er discorso de palazzo Venezia? Scendi, no!?». E tutti a ridere. Annamaria invece se ne sta buia con gli occhi bassi. Mi chiedo se abbia paura della luce. Non ho tanto tempo per pensare, perché bisogna evitare il silenzio. Non fa bene a chi già ne vive troppo. Il capo progetto mi dice di avvicinarmi a uno di loro e aiutarlo a seguire l’estrazione dei numeri. So già da chi devo andare.

Annamaria sta zitta tutto il tempo, sembra arrabbiata. Il suo silenzio è interrotto solo da qualche smorfia con la bocca. Un’infermiera: «Te sei scelta a’ più facile!». Non presto attenzione alla cosa e continuo per la mia strada. In fondo, però, mi irrita. In effetti starle dietro è complicato. Con gli altri vecchietti si riesce a chiacchierare. Qualcuno ci sente male e allora bisogna ripetere i numeri un sacco di volte. Qualcun altro è nervoso perché non ha ancora vinto nessun premio – un’accanita giocatrice calabrese sostiene che il giro sia truccato, visto che vincono sempre gli stessi. Quando vincono qualcosa, gli occhi si colorano e brillano come quelli dei cartoni giapponesi. Quando poi restano delusi dal premio fanno la faccia triste. E ti fanno una pena incredibile. Altre volte, si lamentano e ti irritano. Sono più viziati dei bambini.

Annamaria invece sta in silenzio nel suo angolo di sole e non si lamenta di niente. Del caldo, dell’ombra che non cade nel modo giusto, dei numeri che non escono, del gioco truccato. Sembra, piuttosto, ignorarlo. Io continuo a segnare i numeri per lei. Non mi piace. Odio la tombola e poi non mi va proprio di giocare se lei non è partecipe. Sono delusa e abbattuta. Forse lei se n’è accorta. «64!» Annamaria allunga il lato destro del labbro, accennandomi un sorriso, poi, col dito cicciotto, mi indica il numero sulla sua cartella. Non mi sembra vero. Metto subito il segno al numero. Facciamo squadra! Progressi! Non è finita: due, tre numeri dopo mi ferma la mano e il numero lo segna lei. Io sono seduta sempre sulla squallida sedia di plastica ma dentro di me faccio i salti di gioia. Forse ho smosso qualcosa.

Invece presto si spegne di nuovo. Fa terno – stavolta il giro era truccato, volevano farle vincere qualcosa. Giusto in tempo perché il pranzo è pronto. Il capo progetto mi fa segno di aiutarla ad alzarsi e accompagnarla in camera. Sono un po’ impacciata perché Annamaria è pesante e goffa. Mi tende la mano e come due compagne di scuola di dieci anni ce ne saliamo al piano di sopra. Fino a quel momento mi ero chiesta cosa avesse. Che malattia. Le chiedo il numero della stanza e lei mi fa segno di no con la testa. Mi faccio una mezza idea sul suo disturbo. Intanto cerco informazioni e mi dicono che la sua stanza è l’ultima sulla destra. Sistemo i suoi premi per la camera – lei non stacca la sua mano dalla mia, è una ventosa -: la conchiglia con le saponette vicino allo specchio del bagno e il soprammobile sul comodino. Devo andare via, ho finito il turno e il capo progetto mi vuole in ufficio. Non so come staccarmi. Ho paura di ferirla, non so come dirle che devo andare via. Forse ci resterà male un sacco, penserà «un’altra che viene qui e poi se ne va». Ma poi penso che in fondo a lei serviva solo un bastone per salire in camera. Allora mi faccio coraggio, la appoggio sul letto e stacco la mano. Comincio un monologo imbarazzato sul fatto che devo andare via e che non so quando tornerò la prossima volta, perché sono una studentessa fuori sede e, e, e.

Mi sento un po’ scema a parlare da sola. Annamaria non ha mai aperto la bocca da quando ci siamo viste. E sono passate tre ore. Mi giro per uscire dalla stanza, quando sento una voce flebile e dolce che mi fa gelare sulla soglia della porta: «Quando torni?». E mi sorride. Non me lo aspettavo. Io le spiego di nuovo un po’ tutta la tiritera dell’avanti e indietro, le vacanze, lo studio e lei sembra non capirci molto. E’ assente. «Grazie, grazie di tutto». Non capisco. Se lei c’è o no. Se mi può capire o no. Ma sento viva la sua umanità totale e vera. Questo mi basta a sentire il brivido sordo della poesia sulla mia pelle calda. Mi viene in mente la faccia grande e grossa di Alda Merini. Le assomiglia un po’. La stessa follia, la stessa verità. Sono io che non so come ringraziare Annamaria.
E questo racconto è solo un tentativo un po’ maldestro.

Passaparola:

4 Risposte: a Demenza poetica

  1. Giorgia says:

    Che bello. Grazie.

  2. Grazie a te Giorgia, per aver avuto la giusta sensibilità nell’apprezzarlo.

  3. Claudia says:

    La tua esperienza mi ha commosso ;)

  4. Pingback: An-alfabeta. Meta-poesia | Il Giornale di Letterefilosofia.it

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