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The Amazing Spider-Man di Marc Webb

«Hanno ucciso l’uomo ragno…»

No, Max Pezzali e gli 883 (che furono) non c’entrano nulla. Si parla di The Amazing Spider-man, il tanto “chiaccherato” reboot dedicato al simpatico uomo ragno. Al timone di questo rilancio di un franchise già scandagliato da Sam Raimi appena 10 anni fa, c’è Marc Webb (500 giorni insieme) che punta tutto su un cast di giovani promesse quali Andrew GarfieldEmma Stone e di vecchia scuola come Martin SheenSally Field Rhys Ifans. Tra alte aspettative ed evidenti rischi nel rilanciare un personaggio ancora fresco e vivo nei ricordi degli spettatori (Spider-man 3 è del 2008), il film si presenta come un esperimento decisamente deludente. Ecco i miei perchè.

SALVE! SONO PETER PARKER! … LO SONO?

Svecchiare la storia. Aggiornare il mito. Riscoprire le origini. Narrare la cosiddetta “untold story”. Ecco, sono questi i presupposti usati come scuse dalla Columbia Pictures e Sony per non perdere i diritti sull’aracnide antropomorfo. Ma come rilanciare un personaggio che possa conquistare le nuove schiere di giovani e allo stesso tempo ricalcare le mode del momento?

Peter Parker è un liceale secchione, sfigato (per non abusare del termine “nerd”), completamente timido e isolato; perso in formule chimiche e teoremi mentre qualche bullo decide di prenderlo di mira. Qui invece abbiamo un Andrew Garfield nei panni di un Peter Parker hipster e outsider, capello culleniano e tavola da skate. Fotografo dall’acuta sensibilità visiva, paladino dei deboli vessati dagli spacconi della scuola e, più semplicemente, un diverso. Un altro personaggio che pretende di indossare i panni del noto protagonista non rivisitandolo, ma riscrivendolo completamente e snaturando anni di speranze di lettori che si immedesimavano in un ragazzo normale. Ci sono diverse sequenze in cui qualche povero secchioncello di turno si ritrova a subire le angherie del bullo Flash Thompson e ti viene da pensare «ora l’inquadratura seguirà quella comparsa picchiata,verrà morso da un ragno enorme e comincerà a volare tra i grattacieli di New York». E invece no. Non succede mai.

Garfield è anche un bravissimo attore,  almeno a parere del sottoscritto (eccellenti le sue prove in The Social Network Non Lasciarmi) ma è condizionato nei panni di questo Peter Parker “dalle lenti a contatto”. Sarebbe stato curioso vederlo nei panni del vero Peter.

DA GRANDI POTERI DERIVANO… GRANDI COMPLOTTI!

Fin dai titoli di testa si capisce che siamo di fronte a quello che si può definire “lo Spider-man del complotto”. Genitori scomparsi in circostanze misteriose (o forse no?), zii che nascondono valigette dei suddetti genitori e si scambiano sguardi silenziosi in cucina, serrature e porte che si aprono con la facilità di un «apriti sesamo», impiegati indiani minacciosi, equazioni da incrocio di specie e buchi di sceneggiatura formano il gran complotto di questo film: ma perchè? I personaggi come la storia ingranano senza un vero scopo motivazionale, alla scoperta di qualcosa che sembrano già sapere per infusione divina: «Sai prepare un siero anti lucertola? Eccerto! Mi chiamo Gwen Stacy!».

GWN STACY. LA GNOCCA CHE NON SAPEVA DI ESSERLO. 

Emma Stone interpreta la prima storica fidanzata del Peter Parker cartaceo, figura iconica e tragica che porta molte responsabilità al protagonista molto prima della rossa e provocante Mary Jane Watson. Il personaggio si ritaglia un piccolo ruolo di donna dell’eroe e controparte della teen-story del film. Peccato che si finga una gran secchiona tutta libri e stage alla Oscorp quando lo spacco tra gli stivaloni e l’onnipresente minigonna sembrano dire tutto tranne quello che la patinata storia voglia trasmettere. I due personaggi si innamorano quasi per partenogenesi, sedotti da esigenze di una incalzante sceneggiatura che invece di portare naturalezza nella storia conduce ad ulteriori stravolgimenti nella caratterizzazione di Peter, ormai completamente perduto. Una battuta su tutte: «Baci davvero bene. Te lo hanno mai detto? Dai lasciati andare…». E il giovane Parker si rigira nella tomba dei reboot.

LIZARD, LA LUCERTOLONA DALLA PARLATA RIDICOLA. 

Nello Spider-Man dell’ untold story si è optato per un villain inedito rispetto alla trilogia di Sam Raimi. Sempre nella speranza di allontanarsi dal già detto e raccontare qualcosa di inedito, continuo monito dell’intera pellicola.

Ecco quindi che si opta per il dottor Curt Connors, interpretato da Rhys Ifans, amico del defunto/scomparso/nascosto Richard Parker e insieme al quale inseguiva il sogno di un siero in grado di rigenerare cellule e curare gravi menomazioni e malattie. Il figlio Parker assetato di verità va alla ricerca del dottore – dopo aver trovato indizi nella valigetta del complotto – e, grazie agli appunti del padre e al contributo di quello che definirò il “ragno di Fibonacci”, riesce a risolvere la misteriosa equazione che darà vita al miracoloso siero. Il Dottor Connors viene spinto alla sperimentazione umana e si tramuta nel lucertolone antropomorfo Lizard (ma il suo nome non viene mai rivelato nel film) che si muove in una New York come se ci si trovasse in uno degli spielbergiani Jurassic Park o in uno dei Godzilla. Sulla riuscita grafica della lucertola preferisco non esprimermi (motion capture? Seriously?) ma sui combattimenti c’è molto da ridire. Troppo brevi e concentrati per essere davvero appassionanti e belli da vedere. Salvo forse il combattimento all’interno del liceo, e tuttavia anche quello si sarebbe potuto fare molto più spettacolare. Quanto alla caratterizzazione dell’uomo rettile siamo davvero a livelli elementari, del tipo fuoco cattivo-albero buono. Così come la maggior parte dei personaggi, il villain si muove quasi senza un vero scopo preciso, monta un attacco a New York su due piedi e sviluppa una bipolarità sempre campata in aria per spingerlo verso il confronto con Spidey. Ma è tutto così frastagliato da buchi di sceneggiatura da risultare davvero poco credibile. Poi se gli concediamo frasi ridicole con voce deformata mentre è in stato di rettile assassino allora ci diamo la zappa sui piedi, e pure forte.

ZIO BEN E LA RICERCA DELL’ASSASSINO A STELLA. SÌ… FINO A QUANDO ME NE RICORDO! 

Come tutti sanno il momento catartico nel passaggio da Peter Parker a Spider-man è la morte di Zio BenMartin Sheen è davvero bravo, c’è poco da dire. Come mette piede in scena si mangia tutti meglio ancora di  Lizard.

Il discorso sulle responsabilità è deviato e filtrato da una segreteria telefonica e dall’onnipresente passato dei genitori. E fin qui possiamo starci. Ma è proprio nel confrontarsi con questo rapporto che il film ci regala le sue parti migliori a mio avviso, e che quindi sarebbero potute essere molto più approfondite e sviluppate meglio. In questo la sceneggiatura appare un vero e proprio “contentino”.

Il problema della ricerca dell’assassino dello zio domina la prima parte del film, tant’è che sembra fare di Parker un vendicatore sulla scia del Dark Knight della Dc Comics. Salvo poi dimenticarsene completamente. Nel bel mezzo del proseguire del film anche lo spettatore, insieme al protagonista, se ne dimentica. La continua ricerca di un dannato tatuaggio a stella sul polso del criminale colpevole si rende protagonista dei primi passi del nostro eroe salvo poi cadere anche lui nei soliti enormi buchi di sceneggiatura di questa pellicola. A questo punto molti di voi penseranno giustamente: «vabbè, ce lo faranno vedere nel seguito». Ed è quello che ho pensato anch’io, quando ho fatto mente locale e ho notato, durante i titoli di coda, che questa sotto-trama è rimasta irrisolta (per non dire messa da parte).

SCENEGGIATURA COLOSSEO E CITTÀ ANONIME. 

La regia di Marc Webb è per forza di cose diversa e più debole rispetto a quanto offerto dalla precedente trilogia di Sam Raimi. Si cercano toni differenti, più adulti e volutamente più dark, ma si cade rumorosamente nel tentativo. Non basta girare sequenze in notturna e oscurare la fotografia per avere uno Spider-Man “alla Nolan” e che sia credibile. Se poi si fanno pronunciare frasi da beota al protagonista come «Ehi! Guardate! Guardate come mi dondolo!!!» allora ci prendiamo in giro. Forse la parte più credibile e realistica è nei lividi nascosti sotto il cappuccio (che ci vogliamo fare? L’hanno fatto outsider!) e nei dubbi della fin troppo giovane Zia May. Per il resto, ragnatele comprate su internet e lucertoloni parlanti mandano in vacca tutto quanto. Come ampiamente sottolineato, la sceneggiatura ha più buchi di una fetta di formaggio Emmenthal (sieri partoriti in 20 secondi, Peter che gira alla Oscorp come se fosse il suo bagno, branzini vari, tatuaggi a stella, proiettili in una gamba dimenticati una volta rincasato, promesse fatte in punto di morte e tradite a causa degli ormoni di Emma Stone), ma un altro fattore aggravante è la resa anonima della città. Fondamentale nel caratterizzare un supereroe, la città di New York in The Amazing Spider-Man è assolutamente anonima, irriconoscibile, mai citata né verbalmente né visivamente; presente solo sotto forma di gru della classe operaia che agisce in una perfetta coordinazione e a scatola chiusa, così, sulla fiducia (sono ricaduto in un altro buco della sceneggiatura, pardòn).

Insomma, questo nuovo Spider-Man sfrutta l’aggettivo “amazing” quando di “amazing” ha davvero poco, se non nulla. L’operazione suona come un invito alle generazioni di oggi ad accogliere lo Spider-Man fatto su misura per loro, cercando allo stesso tempo di strizzare l’occhio ai vecchi fan e allo zoccolo duro degli aficionados dei comics. Si lasciano in sospeso parecchie story-line, con l’intento di rendere questa prima avventura un canovaccio in cui si è voluto stiracchiare a forza le origini del nuovo eroe per il lancio di un eventuale nuova saga. Di sequenze interessanti ce ne sono, ma l’aver letteralmente ucciso il vero Peter Parker ed averlo sostituito con un personaggio del tutto nuovo ed estraneo è davvero troppo da sopportare per lo spettatore. E diffidate da quelli che dicono che questo è lo Spider-Man della versione Ultimate della Marvel. È solo una menzogna detta per rincarare le casse delle vendite dei comics.

Matteo Novelli

Passaparola:

2 Risposte: a The Amazing Spider-Man di Marc Webb

  1. Sakura says:

    Ah ah ah! Il ragno di Fibonacci! Simpatico! Comunque a me il film è piaciuto tantissimo!
    Certo alcune scene ribadiscono quanto agli americani piace esagerare ma ti dirò…
    Marc Webb funziona sempre! E poi le scene d’azione in 3D
    Sono fenomenali…per non parlare del protagonista! Per me passa a pieni voti!

  2. Giorgia says:

    forse lo andrò a vedere…ma credo solo per confermare la tua opinione…sono troppo affezionata allo Spider Man di Tobey Maguire (oltre che a quello VERO della Marvel, ovvio)

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