Dall’età repubblicana al ’900, passando per Rinascimento e Barocco: la storia culturale della nostra penisola attraversa l’ineludibile filtro del costume. Così Boccaccio e Balotelli possono incontrarsi all’orizzonte di un allucinogeno pomeriggio di chiusa, e ancora uno studente ad agosto può perdersi nelle suggestioni storiche del banchetto più antico del mondo (o quasi).
Ore 12. Le tavole sono imbandite, le mascelle sono impazienti. I cannelloni, la lasagna, le tagliatelle, i bucatini, la trippa, il tordo, il piccione, il coniglio, l’abbacchio, il pollo arrosto, il lama e il brontosauro. C’è tanta di quella roba che i piatti devono sfidare le leggi della fisica per tenersela in grembo. Poi, al via, il momento diventa solenne: in alto i calici per aprire come si deve la “danza del ventre”.
Non si scherza affatto col pranzo di ferragosto, istituito nel 18 a.c. dalla buon’anima di Augusto imperatore. L’etimologia parla chiaro: feriae Augusti. E anche l’imperativo: ce se riposa, se magna. Nel giorno del grande esodo verso le spiagge e le colline, l’obiettivo vero resta quello della consumazione di un lauto e soddisfacente pasto. Così nelle stesse ore in cui il Papa riflette su come sperperare nuove invettive estive, il diritto inalienabile, sacro e santo dell’abbuffata non viene scalfito neanche di striscio. Seduto alla Siddharta il bel paese infilza avidamente il piccione arrostito e ne fa un boccone solo. Del resto i pontefici in tempi remoti avevano parlato chiaro: il ferragosto come festività insopprimibile e annesso obbligo di mancia da parte dei datori di lavoro ai propri dipendenti perché potessero fruirne nell’allestimento dei pranzi (questa è storia, giuro). Col passare del tempo sulle mance si è soprasseduto, ma il banchetto di metà agosto è stato comunque alimentato da dignitosi investimenti. La cucina, il pasto, il pranzo (quello di ferragosto su tutti) rimangono un po’ la massima forza e la massima debolezza del nostro paese. Finché se magna c’è speranza; in fondo sdraiati all’insù con la panza piena, il cielo non può che apparire di un blu intenso, previa tempesta.
Mentre a Siena si attende con ansia la mezzanotte (il palio si svolge il 16, bisognerà pur digerire tutta quella roba prima di qualsiasi attività), in Lombardia il “faravòst” è occasione di rifocillarsi per benino dopo una faticosa ronda mattutina in cerca di qualche immigrato eretico che bestemmia il Po. Invece a sud, dalla capitale in giù, i ladroni si abbuffano coi soldi del settentrione, ci fosse il federalismo certe cose non potrebbero davvero accadere.
Ma torniamo al pranzo, establishing shot sulla scena: ampi nuclei familiari si schierano su tavolate oltremisura sistemate a falange macedone; i piccoli ancora inconsci, le donne, i padri e i nonni ormai veterani del banchetto secolare. Dopo il brindisi d’avvio ce n’è davvero per tutti i gusti. Nel primo quarto d’ora incombe il silenzio delle bocche piene, poi tra il primo e il secondo fiumi di vino trascinano le prime parole in un escalation da favola: saluti reiterati, convenevoli, racconti inediti, sproloqui politici, filosofie di vita, esistenzialismi da bar e barzellette. Quando, dopo la frutta, il flusso del sangue è decisamente rallentato, e si fatica persino a portare la tazzina di caffè alla bocca, anche gli animi si placano. I più deboli si alzano barcollando ed esauriti piombano con un tonfo ultraterreno sui materassi predestinati. Si risveglieranno soltanto al tramonto, al suon della tromba che invita a spazzolare gli avanzi. Gli indomiti invece
rimangono lì, su quelle tragiche tavolate, coi gomiti inchiodati sui bordi legnosi che li reggono a stento (e scricchiolano da far paura): alito terribilmente pesante, occhi affossati, sguardo spento, e cassa toracica che fatica invano per accaparrarsi qualche bolla d’ossigeno. Il tempo si strozza e quel che rimane è una buzzattiana attesa del nulla; quelli rimasti lì, su quei tavoli, sono dei veri eroi. Lì a chiedersi i perché di una vita dopo le loro agguerrite crociate sugli arrosti misti e le melanzane gratinate. Lì, a differenza di chi ha brandito il sonno come arma di rimozione, a biascicare qualche altra perla di quotidiana controversia sorseggiando amari e grappe che fanno invidia al gasolio. Almeno Dioniso dovrà esser loro riconoscente. Senza gloria attendono una digestione che si staglia ancora lontana all’orizzonte, proprio come i tartari.
Insomma nell’accavallarsi di manovre governative a volte saltano fuori ipotesi sulla soppressione di alcune festività, ma per il pranzo di ferragosto non c’è pericolo, è protetto dalla storia. E anche fosse dovrebbero passare su miriadi di panze arcuate; più facile scavalcare il K2 da incaprettati.
Caro Dante, permettimi: «il bel paese, là dove si magna».









Sono il protagonista principale di questo ottimo e spiritoso articolo di Buffalmasci, il quale, seduto di fianco a me, cercava, invano, di accaparrarsi l’ ultima meta’ di piccione ripieno, per poi ripiegare sul banale coscio di pollo arrosto.
L’ articolo e’ ben scritto. Avrei evitato la “divagazione” di meta’ articolo su Siena ed i Lumbard che ne spezza il ritmo e che poco ci azzecca con questa bella festa nazional popolare. Forse preferite gli aperitivi radical chic ?