Mercoledì 1 agosto ho assistito a un doppio spettacolo, nella sempre gustosa cornice delle Terme di Caracalla: da un lato la Norma sulla quale ora dirò qualcosa, dall’altro uno dei peggiori pubblici tra cui abbia avuto la sfortuna di trovarmi. Non parlo dei soliti colpi di tosse o delle caramelline scartate nel breve lasso di tempo di alcune ere geologiche, ché a siffatte fastidioserie ormai ci si è giocoforza abituati. Mi riferisco, invece, a una proterva e insulsa arroganza strafottente che non si lascia facilmente inquadrare: cellulari perennemente accesi, nonostante i reiterati inviti a spegnerli, usati per scattare fotografie durante la rappresentazione, con l’intero corollario di “bzzzz”, “bip”, “gnee” e rumori tecnoscassanti annessi; riposizionamenti continui sulla sedia cigolante, causanti un’intera gamma di altri e simpaticamente complementari rumori; commenti ad alta voce sulle vicende sceniche, manco fossimo a una tribuna politica o a un programma della De Filippi; persone che camminavano rumorosamente avanti e indietro tra le sedie, fermandosi anche in piedi a metà fila. Se esiste un inferno della lirica, il pubblico deve essere più o meno questo. Va bene che siamo in estate e ci sono gli amplificatori, ma per trasformare un’opera all’aperto in un’opera da spiaggia sarebbe bastato un venditore di cocco strillante, col quale avrei volentieri cambiato una buona fetta del non eccessivamente folto pubblico.
Nonostante quest’agonia abbia causato una mia parziale indisposizione per buona parte dello spettacolo, debbo dire di aver assistito a una Norma decisamente godibile, tra alti e bassi. Non brilla il tenore Fabio Sartori nel ruolo di Pollione: la robustezza della voce che dovrebbe rappresentare il suo punto di forza non attinge vette tali da concedere attenuanti per una prestazione discreta, puntellata da frasi inopinatamente gnaulanti (la cavatina Meco all’altar di Venere ne è piena, in versi come «eran rapiti i sensi / di voluttade e amor», trasformati in lamenti melanconici degni di un non più giovane Werther) e da nasalità fastidiose, in assenza di una tecnica pari a quella che, in un tenore come Kraus, poteva trasformare un problema in una positiva peculiarità. Non brilla neppure la direzione del maestro Gabriele Ferro, il quale, forse ossequiando il motto nomen omen, in omaggio alla patina latineggiante dell’opera, dirige con macchinosità asprigna: per buona parte dell’opera si corre con una regolarità metronomica spesso svilente (il primo duetto Norma-Adalgisa sembra una gara di Formula Uno, la Casta Diva non possiede alcun barlume di illuminazione personale e il finale manca della benché minima tragicità, filando via liscio liscio e alquanto anonimo) e poche volte utile alla causa (buona la riuscita del rapinoso coro Guerra, guerra e, complici anche le interpreti, del secondo duetto Norma-Adalgisa), in alcuni momenti ci si affloscia senza riuscire a trovare la giusta chiave interpretativa (vedi la cavatina di Pollione, nella quale la direzione smorta non aiuta certo il Pollione di Sartori a trovare gli stimoli necessari). Oltre ai problemi agogici, anche sulla dinamica ci sarebbe da ridire, ma forse è più prudente lasciar perdere questa discussione, visto che tale analisi risulterebbe inficiata dall’ambiente e dall’amplificazione, limitandoci a constatare che una soluzione ottimale per poter eseguire ed ascoltare proficuamente opere in questo splendido scenario deve essere ancora trovata.
Buona la prova di Julianna Di Giacomo nei panni di Norma. Voce scura e robusta che ben si adatta al ruolo, dizione non così cattiva come ho potuto leggere in altre recensioni (per rimanere a Roma, la Serjan fa molto, molto di peggio sotto questo versante), buone capacità agogiche: già il riuscire a seguire l’andamento da Speedy Gonzales impresso da Ferro al primo duetto con Adalgisa varrebbe un plauso, se poi si assiste a un così bel secondo duetto, nonostante la velocità, allora vuol dire che le potenzialità ci sarebbero tutte. Alcuni nei, però, non permettono alla prestazione di sollevarsi troppo al di sopra della media: innanzitutto gli acuti troppo vetrosi, alcuni al limite del grido, in una parte che richiede spesso la salita al di sopra delle righe; poi la presenza scenica che, seppur senza particolari pasticci (a parte il terzo gong nel richiamare i druidi per scatenarli alla guerra, per dare il quale deve tentare due volte facendo perdere un momento di ritmo all’insieme), non mostra particolari tracce di approfondimento personale né coinvolgimento rovente, eppure di momenti ce ne sarebbero (l’intera scena finale o la scena del dubbio sull’uccisione dei figli, per fare i due esempi più lampanti). Molto buona la prova del basso Riccardo Zanellato nei panni di Oroveso che, nonostante uno strumento non proprio tonitruante, riesce a imporsi nei due concertati, elevando la propria voce sul coro e sull’orchestra senza che la fermezza della linea vocale o l’intelligenza del fraseggio ne risentano. Nobile nel portamento, oltre ché nella dizione, e perfettamente a proprio agio sul palcoscenico con il coro romano che, ormai, conosce più che bene. La migliore della serata, senza alcun dubbio, l’Adalgisa di Carmela Remigio. Ne recensimmo già una Norma nella quale, però, figurò nel ruolo del titolo, specificando come la parte non fosse del tutto idonea al suo prezioso ma delicato strumento: questa recita probabilmente non fa altro che confermare quell’osservazione. Praticamente perfetta come Adalgisa: delicata ma capace di infondere sicurezza, nel fraseggiare assolutamente convincente di Mira o Norma, o manifestare dubbiosa titubanza, nell’attacco del primo duetto; fermissima nell’emissione, cristallina in alto senza mettere a nudo i salti di registro, riesce nell’ardua impresa di tramutare i virtuosismi in effetti scenici, accompagnandoli a una valida recitazione e creando, con ciò, un personaggio completo, credibile e assolutamente godibile da ascoltare.
Assolutamente da applausi il coro dell’Opera di Roma, a coronare una stagione veramente ad alti livelli (ricordiamo le grandi prove nell’Attila e nel Macbeth): chiaroscuri affascinanti fin dall’ingresso dei druidi, giusta verve nel Guerra, guerra senza danneggiare la perfetta dizione e ottimo il crescendo nel finale dell’ultimo atto. Gli unici momenti di sfasamento all’ingresso di Norma, a causa di alcune incertezze nella direzione che hanno alterato il rapporto metronomico tra buca e palco.
Infine, buona la regia di Andrea De Rosa che opta per una scelta non invasiva. La messa in scena ruota attorno ad alcuni elementi scenicamente e simbolicamente centrali, come la quercia nel bosco sacro dei druidi, le camere di Norma, all’interno delle quali si celano i suoi figli e che offrono il destro a un gioco di entrate e uscite per vivacizzare i duetti e i terzetti centrali, e una grande ruota scolpita in legno all’interno della quale è posto il gong che Norma suonerà allo scoppio dell’ira, prima del coro guerriero. Alcune movenze dei cantanti alquanto discutibili, se non proprio ridicole, come nel momento in cui Norma, per uccidere i propri figli, ne afferra uno per i piedi come un pollo o un coniglio, per poi riporlo nel letto alla bell’e meglio, ma per il resto movenze semplici, in linea con il significato dei versi cantati e, specialmente nei cantanti più nel ruolo come Zanellato o la Remigio, assolutamente godibili.









Concordo pienamente. Ho assistito allo spettacolo del 3 agosto ed il copione non è cambiato. Durante il preludio ho avuto il dispiacere di vedere una sorta di prove del Gran Premio di Formula 1 con la gente che correva a prendere posti migliori di quelli che si era comprato. Gente con il tablet su Facebook o su Temple Run, telefoni che squillavano.
Questo è il gran problema di Caracalla: il pubblico del Teatro dell’Opera è tutta un’altra cosa: da molti ignoranti e soprattutto cafoni, Caracalla spesso è vista come una delle tante manifestazioni serali dell’estate romana: un pò come andare ad uno dei tanti cinema all’aperto….
La direzione mancava di brio, non aveva forza espressiva, potrei dire forse un pò troppo accademica; Pollione spesso era “ingolato” e a volte anche in debito di ossigeno.
Concordo nel dare a Carmela Remigio la palma di migliore della serata: con il suo timbro veramente particolare è stata veramente l’unica ad emozionarmi.
” un PO’ “…
Sarei stata più cattiva con la Di Giacomo, per il resto mi ritrovo nella recensione, soprattutto nel primo paragrafo: di certa gente veramente non se ne può più! Le hostess perchè non passano a far spegnere i cellulari alle persone? Che ci stanno a fare?
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