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	<title>Il Giornale di Letterefilosofia.it &#187; Musica</title>
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		<title>I giovani Wiener (a Roma)</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 23:59:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangelo Pecoraro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione del Martin Grubinger Percussioni Show tenutosi il 30 gennaio all'Auditorium Parco della Musica di Roma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il radioso futuro della musica viennese transita, per poche sere, nella sala Santa Cecilia del maggiore auditorium romano e, in una sala invero non proprio stracolma (così lunedì 30, quando ho assistito), suscita <strong>grandissimi consensi e uno scroscio di applausi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Due i pezzi della serata per tre protagonisti. Il primo pezzo è <em>Conjurer</em>, concerto per percussioni e orchestra del compositore newyorchese <strong>John Corigliano</strong>, premio Oscar per la colonna sonora del film<em> The Red Violin</em>, autore delle musiche del film di Ken Russell <em>Stati di Allucinazione </em>nonché della <em>Sinfonia n. 1</em>, dedicata ad amici e amanti scomparsi a causa dell&#8217;AIDS, che gli è valsa il Grawemeyer Award ed è stata eseguita da più di 150 orchestre in tutto il mondo e incisa già due volte.</p>
<div id="attachment_9716" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="lightbox" title="Martin Grubinger" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9716"><img class="size-medium wp-image-9716" title="Martin Grubinger" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Martin-Grubinger-300x176.jpg" alt="Martin Grubinger" width="300" height="176" /></a><p class="wp-caption-text">Martin Grubinger</p></div>
<p style="text-align: justify;">Alle percussioni, a dare il titolo alla serata, il primo protagonista: <strong>Martin Grubinger</strong>, classe 1983, ragazzo prodigio già assunto in pianta stabile dai Wiener Philharmoniker e messo sotto contratto dalla Deutsche Grammophon, definito dal quotidiano tedesco <em>Die Welt </em>come &#8220;musicista che nasce una volta ogni cento anni&#8221;, riesce a passare con disinvoltura dalla marimba (sua grande specialità) allo xilofono, al tam tam, ai cembali, al vibrafono, ai tamburi, ai timpani, alle grancasse, ai rullanti, insomma a qualsiasi strumento con superficie percuotibile e non solo, visto che durante il bis si mette a suonare il pavimento del palco con i piedi, mentre con le mani, con le braccia e con la testa bacchetta un rullante tra acrobazie e risate. Prima del bis spiega, in perfetto inglese: «ogni tanto qualcuno mi chiede &#8220;ma quella che fai è musica?&#8221; e allora io rispondo sempre &#8220;no, è solo sport!&#8221;». A parte la simpatia, <strong>il giovane tiene praticamente appeso il pubblico a ogni singola nota</strong>, passando agilmente da soffici tocchi ovattati sui legni a ritmi frenetici sui metalli, per terminare con un sapiente uso di gomito, dita e gambe sulle pelli, nel movimento finale del Concerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo protagonista della serata è il Direttore, il non ancora quarantenne <strong>Philippe Jordan</strong>, Music Director dell&#8217;Opéra National de Paris a partire dalla stagione 2009/2010, alle spalle debutti al MET e alla Royal Opera House, un contratto di cinque anni già firmato per i Wiener Symphoniker a partire dal 2014. Dopo aver egregiamente diretto l&#8217;orchestra nel Concerto per percussioni, si cimenta nell&#8217;altalenante <em>Sinfonia n. 10 </em>di Shostakovich, descritta in questo modo nel libretto di presentazione dell&#8217;evento curato dall&#8217;auditorium: «eseguita per la prima volta nel dicembre del 1953, fu la testimonianza musicale del più libero clima culturale sovietico dopo la morte di Stalin avvenuta nel marzo di quell&#8217;anno».</p>
<div id="attachment_9717" class="wp-caption alignleft" style="width: 247px"><a class="lightbox" title="Philippe Jordan" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=9717"><img class="size-medium wp-image-9717" title="Philippe Jordan" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2012/01/Philippe-Jordan-237x300.jpg" alt="Il direttore Philippe Jordan" width="237" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il direttore Philippe Jordan</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Direttore riesce splendidamente nell&#8217;opera, complice il terzo protagonista della serata: <strong>l&#8217;orchestra dell&#8217;Accademia Nazionale di Santa Cecilia </strong>che negli ultimi anni, diretta con caparbietà dal Direttore stabile <strong>Antonio Pappano</strong> nonché rinvigorita grazie al robusto apporto di grandi direttori provenienti da  tutto il mondo, può ormai essere paragonata senza tema di sfigurare alle migliori e più blasonate orchestre europee.</p>
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		<title>Buon sangue (non) mente. Peter Gabriel &#8211; &#8220;New Blood&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 20:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[new blood]]></category>
		<category><![CDATA[peter gabriel]]></category>

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		<description><![CDATA[Che Peter Gabriel fosse un’artista fra i più sedentari al mondo è cosa risaputa. La meticolosa lavorazione di un suo album copre in media un  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/10/8672/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=8674"><img class="alignleft size-medium wp-image-8674" title="" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/10/gabriel1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Che Peter Gabriel fosse un’artista fra i più sedentari al mondo è cosa risaputa. La meticolosa lavorazione di un suo album copre in media un lustro bello e buono, e d’altronde tanto zelo non desterebbe meraviglia se si considerano i propri studi di registrazione, i <em>Real World Studios</em>, immersi nell’idilliaca campagna del Wiltshire a pochi chilometri da Bath, un autentico paradiso di privacy, pace e creatività. Perciò l’istrionico ex frontman dei Genesis (dei tempi d’oro) è ancora oggi un’onorata e rispettata rockstar che fa della lentezza una raffinata virtù, suonando la propria musica con orgoglio e determinazione, sempre secondo i suoi tempi e i suoi modi. Il suo maggior successo discografico, <em>So</em>, datato 1986, dista ben quattro anni dal precedente <em>Peter Gabriel IV</em>, e addirittura sei anni lo separano da <em>Us</em>, se si escludono le colonne sonore realizzate per Alan Parker e Martin Scorsese, <em>Birdy</em> e <em>Passion</em>. Di buon grado le opere appena menzionate possono essere considerate capolavori, trasversali rispetto ai più svariati generi musicali, dal rock alla tanto discussa world music. Pertanto fino a due decenni fa la proverbiale pazienza dei più accaniti fans del compositore inglese (tra cui il sottoscritto) è stata sempre ripagata con gemme quali <em>San Jacinto, Mercy Street</em> o <em>Blood of Eden</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nuovo album di Peter Gabriel s’intitola <em>New Blood</em> ed è stato distribuito nei negozi lo scorso 11 ottobre</strong>, a nove anni esatti dal modesto <em>Up</em>. Tutti ci saremmo aspettati volentieri un disco di inediti, una nuova impronta sulla strada di questo artista gentiluomo. Eppure quest’ultima fatica discografica (che di certo non deve aver stillato litri di sudore dalla fronte del proprio autore) non lascia nulla all’immaginazione. Coadiuvato da John Metcalfe, <strong>Gabriel sforna un (ennesimo) greatest hits dove dodici brani storici del suo repertorio sono arrangiati in chiave orchestrale</strong>. Rigorosamente senza batteria e chitarre, quest’opera si pone sulla falsariga di <em>Scratch My Back</em> dello scorso anno dove il compositore interpretò altrettanti dodici brani di vari artisti sempre trasfigurati per voce e orchestra, e del quale questo nuovo lavoro sembra la complementare (e purtroppo scontata) prosecuzione. C’è da dire, a onor del vero, che la selezione delle tracce è stata operata in maniera davvero accorta, dal momento che a costituire la tracklist risultano canzoni fortunosamente predisposte per una nuova veste orchestrale. Tuttavia <strong>rimane quel pizzico di malcontento nel non captare quell’energica e tanto famigliare vitalità, soprattutto ritmica, che l’orchestra diretta da Ben Foster non ha modo di restituire.</strong> Non a caso <em>Intruder</em> e <em>Red Rain</em> sono i pezzi più deboli di questo lavoro. Non si tratta di essere puristi, nostalgici o conservatori. Abissale è la differenza fra queste versioni, tanto revisionate quanto deflorate di tutta la loro linfa vitale, e gli straripanti, medesimi brani d’apertura di <em>Peter Gabriel III</em> e <em>So</em>. Anche pezzi decisamente più morbidi come <em>In Your Eyes</em> e <em>Don’t Give Up</em> perdono la loro struggente liricità, nonostante la piacevolissima sorpresa rappresentata dalla voce serafica di Ane Brun che quasi adombra la stessa Melanie Gabriel, figlia dello stesso Peter, anch’essa presente su quest’album.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è opportuno, tuttavia, sminuire questo lavoro: le partiture lungo le quali sono tessute le trame dei brani sono notevolmente complesse, vagamente stravinskiane, ma soprattutto ogni traccia è pateticamente lontana dall’originale. Occorre semplicemente ammettere che la produzione di Peter Gabriel è perfetta così com’è, difficilmente può tramutare in un dissimile organismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In una recente intervista Peter Gabriel ha dichiarato (senza troppo lamentarsene) che con <em>Scratch My Back</em> gli sarebbe piaciuto vendere più di Lady Gaga.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse con un album di inediti questo sarebbe stato possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mala Tempora Currunt</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>Daniele Vogrig</em></p>
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		<title>Björk e &#8220;Biophilia&#8221;: alcune considerazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 00:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuel Carrera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È uscito ieri nei negozi italiani Biophilia, il nuovo album di Björk. Molti fan lo hanno ascoltato già da un paio di settimane, inondando i  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/10/bjork-e-biophilia-alcune-considerazioni/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=8490"><img class="alignleft size-medium wp-image-8490" title="" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/10/BjorkBiophilia-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>È uscito ieri nei negozi italiani <em>Biophilia</em>, il nuovo album di Björk. Molti fan lo hanno ascoltato già da un paio di settimane, inondando i social network di commenti e dibattiti accesi. Sull’articolato progetto si è scritto tanto, forse troppo: è stato definito, sul sito della stessa cantautrice, il suo «progetto più ambizioso ed eccitante», alimentando le aspettative di un pubblico che la attendeva dal 2007. Tutta la stampa, in particolare, si è concentrata sull’aspetto tecnologico e multimediale: <em>Biophilia</em> è il primo “app-album” della storia. Le tanto decantate applicazioni, tuttavia, non sono altro che giochi più o meno divertenti, simili a tanti altri che girano da quando esiste l’I-phone. Insomma, nulla di nuovo: per com’è stato annunciato, verrebbe da dire <em>tutto fumo e niente arrosto</em>. Forse anche la stessa Björk, col senno di poi, se n’è resa conto e ha cominciato a ribadire che l’album può prescindere dal suo contorno multimediale: in questa sede, quindi, si parlerà soprattutto di musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Biophilia</em> è un album scarno ed essenziale: ha tutta l’aria di essere una bozza, e sarebbe interessante paragonarlo ad un “non finito” michelangiolesco<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, se non balenasse il sospetto che Björk non vi abbia effettivamente dedicato abbastanza tempo. L’album, infatti, sarebbe dovuto uscire il 27 settembre, ma è stato posticipato perché l’artista ha deciso di apportare delle modifiche <em>last-minute</em> per conferire al suono «più carne e calore»<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> . A conti fatti, le migliorie si sono rivelate pressoché irrilevanti: qualche beat anti-noia qua e là (<em>Hollow</em> e <em>Sacrifice</em>) e suoni attutiti (il gameleste di <em>Virus</em> e il Tesla Coil di <em>Thunderbolt</em>, scelte discutibili e che hanno fatto storcere il naso a parecchi fan che avevano ascoltato le versioni precedenti dal vivo). L’essenzialità di <em>Biophilia</em> non ha nulla a che vedere con quella di <em>Medùlla</em> (2004), in cui Björk, servendosi della sola voce umana, è riuscita a confezionare autentici capolavori di composizione: piuttosto <strong>sembrerebbe trattarsi di trascuratezza nei dettagli, imperdonabile per un’artista che ci ha abituati all’approccio maniacale verso la musica in ogni suo aspetto</strong>. Questo, infatti, si riflette anche nell’artwork e nei video, dall’aspetto insolitamente <em>cheap</em> (in particolare la cover, baroccheggiante e priva della potenza iconografica di quelle del passato, per la quale non sono state impiegate troppe energie: è stata semplicemente scelta una delle foto del servizio su <em>Crystalline</em>, a scapito del senso dell’album nella sua totalità), così come in alcune sviste di produzione (nella versione live di <em>Thunderbolt</em>, presente nell’edizione “manual”, si sente addirittura il fischio del microfono; ancora in questa edizione, inoltre, viene riproposta la stessa versione di <em>Solstice</em> ascoltabile nell’album).</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>L’impressione è che Björk abbia presentato un prodotto al quale doveva ancora lavorare, forse anche a causa di scadenze imposte dalla casa discografica, sprecando così le potenzialità che tali “bozze” potevano offrire</strong>. In particolare, sono brani come <em>Mutual core</em>, il più amato dai fan, <em>Solstice</em> e <em>Cosmogony</em> a risentire maggiormente di arrangiamenti poco curati, perdendo così la possibilità di diventare veri e propri classici della discografia bjorkiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che sembra saldo e potente è invece il concept</strong>: i testi, in alcuni casi scritti a quattro mani col poeta islandese Sjón, si possono apprezzare anche senza conoscerli nella loro trasposizione musicale. Questo, evidentemente, perché Björk si è concentrata con più entusiasmo sull’idea che su tutto il resto: i maligni dicono si tratti di un atteggiamento mutuato dal suo cervellotico compagno di vita, l’americano Matthew Barney, osannato dalla critica per la ricchezza di colti rimandi nella sua arte.</p>
<p style="text-align: justify;">A perderci è anche l’interpretazione vocale, spesso fredda, a volte annoiata, priva di quel “graffio” che l’ha contraddistinta per anni. Le eccezioni, tuttavia, non mancano, e sono tra le più felici: in <em>Virus</em> e <em>Sacrifice</em> la cantante abbandona finalmente le vesti di provetta scienziata e racconta di se stessa, delle sue paturnie, lasciandosi scrutare nel cuore.<br />
Björk, in fondo, la si può apprezzare appieno solo quando si mostra per ciò che realmente è: una semplice, immensa donna, non una pensatrice dalle buffe parrucche.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Buonarroti#Il_non_finito_di_Michelangelo">http://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Buonarroti#Il_non_finito_di_Michelangelo</a></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="http://www.bjork.com/#/news/biophilia:newreleasedateannouncement">http://www.bjork.com/#/news/biophilia:newreleasedateannouncement</a></p>
</div>
</div>
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		<title>Il sogno eretico : Caparezza torna con il botto</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/03/il-sogno-eretico-caparezza-torna-con-il-botto/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 18:06:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Caltavituro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[caparezza]]></category>
		<category><![CDATA[Il sogno eretico]]></category>
		<category><![CDATA[michele salvemini]]></category>

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		<description><![CDATA[È tornato uno degli artisti più esplosivi del panorama italiano: Michele Salvemini in arte Caparezza ha pubblicato il nuovo album Il sogno eretico. Uscito il  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/03/il-sogno-eretico-caparezza-torna-con-il-botto/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È tornato uno degli artisti più esplosivi del panorama italiano: Michele Salvemini in arte <strong>Caparezza</strong> ha pubblicato il nuovo album <strong><em>Il sogno eretico</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscito il primo marzo, contiene sedici tracce indirizzate verso un concetto unico: la teatralità del disco e le connessioni tra un brano e l’altro viaggiano verso un inno all’eresia religiosa e culturale. Come spiega lo stesso Caparezza nelle interviste di presentazione al disco (viene sempre accompagnato da un boia in carne ed ossa), “<em>Io mi sento eretico nel senso che adoro scardinare i dogmi, siano essi religiosi, politici o sociali”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nessun dorma</em> (sample dell&#8217;interpretazione di Beniamino Gigli) e <em>Tutti dormano</em> sono una vera e propria introduzione in stile Caparezza del disco.<a class="lightbox" title="caparezza-il_sogno_eretico" href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/03/caparezza-il_sogno_eretico.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5426" title="caparezza-il_sogno_eretico" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/03/caparezza-il_sogno_eretico.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Chi se ne frega della musica</em> dal ritornello accattivante punta il dito sull’ipocrisia del mondo della musica e sui personaggi che lo frequentano. <em>Il dito medio di Galileo</em> e <em>Sono il tuo sogno eretico </em>sono il fulcro del disco: in particolare l‘ultima, dal ritmo medievaleggiante, rende omaggio a tre grandi eretici del passato (Giovanna d’Arco, Girolamo Savonarola e Giordano Bruno) utilizzando la loro figura come contenitore della satira sociale, sempre azzeccata e fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Le musiche diventano cupe nel brano successivo, <em>Cose che non capisco</em> è strutturato come un quiz televisivo in cui il rapper di Molfetta risponde a suo modo ai maggiori temi di attualità; <em>Goodbye Malinconia </em>è il primo singolo estratto dall’album, accompagnato nel ritornello dall’inconfondibile e più che azzeccata voce di Tony Hadley, ex-leader degli Spandau Ballet.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La marchetta di Popolino</em>, ispirata nell’arrangiamento dalla disneyana <em>La marcia di Topolino</em>, si rivela in realtà come la canzone più diretta sul piano della satira; <em>La fine di Gaia</em> è una semplice presa in giro sulla fine del mondo annunciata dai Maya: il brano serve però, nel finale, ad introdurre la traccia seguente <em>House Credibility </em>che mette in rilievo i rischi che una casa può avere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’introduzione di <em>Kevin Spacey</em> mette in guardia l’ascoltatore <em>“Non per la politica dovete odiarmi/non per la voce nasale/ma per questo pezzo”</em>, la mitraglia delle rime parte svelando i colpi di scena dei film più celebri: 3 minuti e 44 secondi di <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/01/per-chi-odia-gli-spoiler/" target="_blank">spoiler</a>, quindi se non avete visto Shutter Island, Fight Club, L’enigmista e molti altri è meglio passare al brano successivo. <em>Legalize the Premier </em>prende spunto dal filone reggae delle canzoni di legalizzazione, lasciandoci intendere chi sia il suo bersaglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Messa in moto</em> sembra essere la traccia meno riuscita del disco, ma il vuoto si riempie subito con <em>Non siete stato voi</em>: rime velenose e un testo affilato nel colpo di coda del disco; può sicuramente essere accostata a <em>Eroe (storia di Luigi delle Bicocche)</em> risultandone anche migliore. Le ultime due tracce <em>La ghigliottina</em> e <em>Ti sorrido mentre affogo</em> chiudono degnamente l’album.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato delle contaminazioni musicali, la fine goliardia e la non banalità dei testi fanno de <em>Il sogno eretico</em> davvero un ottimo album che va ad aggiungersi ad una discografia priva di significanti cali qualitativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono state confermate le <a href="http://www.caparezza.com/live" target="_blank">date del tour</a> in partenza: ci sarà sicuramente da apprezzare l’originalità dello show e la presenza sul palco di Caparezza, di cui è un vero maestro. Ma questo già lo sanno in molti, dato che la data prevista per il 18 marzo a Roma è andata in Sold Out prima dell’uscita del disco.</p>
<p><em><strong>Possibili singoli</strong></em></p>
<ul>
<li><em>Sono il tuo sogno eretico<br />
</em></li>
<li><em>Il dito medio di Galileo</em></li>
<li><em>Non sono stato voi</em></li>
<li><em>Chi se ne frega della musica<br />
</em></li>
</ul>
<p><em><strong>Tracce</strong></em></p>
<ol>
<li><em>1. Nessun dorma<br />
</em></li>
<li><em>2. Tutti dormano<br />
</em></li>
<li><em>3. Chi se ne frega della musica<br />
</em></li>
<li><em>4. Il dito medio di Galileo<br />
</em></li>
<li><em>5. Sono il tuo sogno eretico<br />
</em></li>
<li><em>6. Cose che non capisco<br />
</em></li>
<li><em>7. Goodby Malinconia<br />
</em></li>
<li><em>8. La marchetta di Popolino</em></li>
<li><em>9. La fine di Gaia</em></li>
<li><em>10. House Credibility</em></li>
<li><em>11. Kevin Spacey</em></li>
<li><em>12. Legalize the Premier</em></li>
<li><em>13. Messa in moto</em></li>
<li><em>14. Non siete stato voi</em></li>
<li><em>15. La ghigliottina</em></li>
<li><em>16. Ti sorrido mentre affogo<br />
</em></li>
</ol>
<p><em><strong>(Universal), 2011, Alternative-rap</strong></em></p>
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		</item>
		<item>
		<title>The King of Limbs: tornano i Radiohead</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/02/the-king-of-limbs-tornano-i-radiohead/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 11:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Caltavituro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La crisi delle case discografiche e delle vendite di dischi ha imposto agli artisti una nuova via da percorrere: pionieri dell’opera sono stati senza dubbio  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/02/the-king-of-limbs-tornano-i-radiohead/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La crisi delle case discografiche e delle vendite di dischi ha imposto agli artisti una nuova via da percorrere: pionieri dell’opera sono stati senza dubbio i <strong>Radiohead</strong>. Il loro settimo album, <em>In Rainbows,</em> fu pubblicato nel 2007 nella versione download digitale a prezzo libero. Il successo fu grande, tanto che, il loro nuovo album <strong><em>The King Of Limbs</em></strong> segue la strada del predecessore.</p>
<p style="text-align: justify;">Otto tracce in tutto per circa 35 minuti di musica; secondo disco autoprodotto, dopo lo scioglimento del contratto con la prestigiosa etichetta Parlophone, uscirà in tre date diverse: il 18 febbraio come download digitale in MP3 e WAV, il 18 marzo in CD e vinile ed infine il 9 maggio sarà rilasciata la versione definita “newspaper edition” che contiene due vinili da 10 pollici, il CD, un poster ed altri 625 piccoli gadget artistici. Si può acquistare l’album sul <a href="http://www.thekingoflimbs.com/DIEUR.htm" target="_blank">sito ufficiale della band</a>.<a class="lightbox" title="the king of limbs" href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/thekingoflimbs.jpg"><img class="size-medium wp-image-5205 alignright" title="the king of limbs" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/thekingoflimbs-300x268.jpg" alt="" width="300" height="268" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dal presupposto che la musica dei Radiohead o piace o non piace, il disco non è sicuramente semplice, le sonorità sono quelle più pure dei Radiohead: musica elettronica e rock ipnotico. I testi, scarni, danno più risalto all’inconfondibile falsetto di Thom Yorke che al messaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inizio dell’album è affidato a <em>Bloom</em>, che fa intuire subito la difficoltà del disco, trascinando l’ascoltatore in un loop ipnotico accompagnato dalla flebile voce di Yorke; il ritmo del disco si alza con <em>Morning Mr.Magpie</em>, traccia dal beat avvolgente e con <em>Little by Little</em>, forse il brano più riuscito dell’album. La ricaduta successiva di <em>Feral</em>, a livello musicale è netta: le percussioni prendono il sopravvento sostituendo le parole come traino portante dei voli pindarici di Yorke e co.; <em>Lotus Flower</em> è il primo singolo, anticipato il 14 febbraio sul sito della band con <a href="http://www.radiohead.com/deadairspace/110218/radiohead-lotus-flower" target="_blank">relativo video</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova ricaduta è attutita dalla leggerezza di <em>Codex</em>, brano che culla l’ascoltatore verso laghi limpidi e nella calma della solitudine (“<em>Sleight of hand/Jump off the end/into a clear lake/No one around”</em>). <em>Give up the ghost</em>, basata su un giro folk di chitarra acustica, incanta nella sua reiterazione del verso “<em>In your arms (Don’t hurt me)&#8221;</em>. La trance creata dai due brani precedenti s’interrompe con l’ultima traccia, <em>Separator</em>, che lascia una promessa <em>“If you think this is over/then you&#8217;re wrong”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Merita attenzione anche la copertina dell’album, disegnata come tutti i precedenti album da Stanley Donwood: la collaborazione dell’artista inglese con i Radiohead, questa volta trae ispirazione dall’ambientazione delle fiabe nord-europee, in particolare dalle creature dei boschi presenti in Cappuccetto Rosso, Hansel &amp; Gretel e La bella addormentata.</p>
<p style="text-align: justify;">L’album non è certamente il loro migliore: il passaggio dalle sonorità pop-rock e morbide di <em>In Rainbows</em> è netto, <em>The King Of Limbs</em> riavvicina il gruppo inglese ai loro primi album senza mai, però, scioccare l’ascoltatore. Sono lontane le atmosfere create dall’ottimo lavoro di <em>The Bends (Parlophone, 1995) </em>e dal capolavoro <em>Ok Computer (Parlophone, 1997)</em>, l’innovazione continua a venire dal rapporto tra la band e la distribuzione dei dischi piuttosto che dalla musica; l’album non è omogeneo e i sali-scendi a livello del ritmo si sentono fin troppo, tranne che per un paio di tracce sembra un disco di b-side; rimane come una piccola macchia sulla pur sempre fantastica discografia dei Radiohead.</p>
<p><em><strong>Possibili singoli</strong></em></p>
<ul>
<li><em>Little by Little</em></li>
<li><em>Codex</em></li>
</ul>
<p><em><strong>Tracce</strong></em></p>
<ol>
<li><em>1. Bloom</em></li>
<li><em>2. Morning Mr. Magpie</em></li>
<li><em>3. Little by little</em></li>
<li><em>4. Feral</em></li>
<li><em>5. Lotus Flower</em></li>
<li><em>6. Codex</em></li>
<li><em>7. Give up the ghost</em></li>
<li><em>8. Separator</em></li>
</ol>
<p><em><strong>(Autoprodotto), 2011, Alternative-rock</strong></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mogwai &#8211; &#8220;Hardcore will never die, but you will&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 18:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guglielmo Bin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A tre anni di distanza da The Hawk is Howling, disco di buona fattura, tornano i Mogwai, alfieri di quel post-rock che negli anni &#8217;90  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/02/mogwai-hardcore-will-never-die-but-you-will/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="mogwai-hardcore" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=4988"></a><a class="lightbox" title="mogwai-hardcore" href="http://www.letterefilosofia.it/2011/02/mogwai-hardcore-will-never-die-but-you-will/mogwai-hardcore-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5042" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/mogwai-hardcore1-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" /></a> A tre anni di distanza da <em>The Hawk is Howling</em>, disco di buona fattura, tornano i Mogwai, alfieri di quel post-rock che negli anni &#8217;90 ridisegnò completamente i canoni concettuali e semantici della musica rock fino ad allora intesa. Insieme a Tortoise, Godspeed You! Black Emperor, ai pioneristici Slint, ai più recenti Explosions in the Sky e perfino ai nostri Giardini di Mirò, i Mogwai rappresentano da ormai quindici anni una certezza indiscussa nel mondo del rock underground, territorio presso cui il sestetto di Glasgow si è imposto sin da subito con <em>Mogwai Young Team</em> (1997), strepitoso esordio che, oltre a proporli da subito come portabandiera di un&#8217;estetica musicale quasi &#8220;antirock&#8221; (da qui l&#8217;etichetta, peraltro mai troppo gradita dal gruppo, di &#8220;post-rock&#8221;), ha soprattutto definito le peculiarità del suono Mogwai: assenza di parti cantate e lunghi brani strumentali,figli di un certo <em>progressive</em> anni &#8217;70, in cui la stratificazione prodotta dalle tre chitarre ultra-effettate raggiunge un perfetto amalgama di melodia e rumore, creando un muro sonoro sorretto da suggestioni elettroniche riconoscibilissimo ed eguagliato da ben pochi altri gruppi nell&#8217;ultima decade. Il tutto condito da un&#8217;attitudine psichedelica ora sognante, ora malinconica, ora epica. I dischi successivi, pur non apportando vistose variazioni alla formula vincente, hanno tuttavia confermato la gran classe del combo scozzese, producendo continuamente album ben al di sopra la media: segnalo in particolare <em>Come on Die Young </em>(1999) e <em>Mr. Beast </em>(2006).</p>
<p>Il gruppo ritorna quindi con questo <em>Hardcore will never die, but you will</em>, in cui, bisogna ammetterlo sin da subito, il discorso fatto finora non cambia: non è certo nelle corde dei Mogwai la tendenza a cambiare repentinamente rotta. Dicevamo in precedenza come la linea evolutiva del gruppo rasenti lo zero, se intendiamo con questa un tentativo di apportare sostanziali modifiche ad un suono pur così particolare e caratteristico (e che li ha resi unici e irripetibili nello stesso calderone post-rock in cui, a ragione o torto, sono stati inseriti). C&#8217;è un però, e questo consiste in una dote decisamente non propria a ogni gruppo: &#8220;l&#8217;ennesimo, uguale disco dei Mogwai&#8221; risulta miracolosamente sempre nuovo e godibile; anzi, è forse qui che si intravedono i segni di una maturità compositiva raggiunta da tempo ma che in questo ultimo lavoro trae le somme della loro carriera:<em>White Noise </em>infila la solita, semplice, memorabile linea di chitarra &#8220;alla Mogwai&#8221;, per poi dispiegarsi in stratificazioni sonore che ampliano, semplicemente e magicamente, il loro raggio compositivo; la frase chitarristica, dal proprio epicentro, si espande progressivamente, fino ad un climax trionfale di distorsioni, rumore, melodia e lirismo. Cambiando gli addendi il risultato non cambia: <em>Death Rays</em> e <em>Letters to the Metro</em> intonano semplici, geniali <em>riff</em> , stavolta di piano (di uno stupendo lirismo), per giungere alla stessa orgia sonora di cui si parlava pocanzi. Gli esiti, neanche a dirlo, sono come sempre stupefacenti. Anche laddove, come in <em>Mexican Grand Prix</em>, sono i <em>beat</em> elettronici a dominare, la sensazione è sempre quella di essere davanti ad un ascolto che, pur nella sua complessità compositiva (specialmente nel rendere armonioso e funzionale l&#8217;uso delle tre chitarre), risulta godibile e mai ridondante: tutti segni di un ottimo invecchiamento. In conclusione, ha ragione chi sostiene che l&#8217;ennesimo disco dei Mogwai è uguale agli altri. Ma a farne di dischi così!</p>
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		<title>Jovanotti: Ora – Un disco da ballare</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 22:58:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Caltavituro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[A quattro anni da Safari, esce la nuova fatica di Jovanotti: Ora. Il disco, nato in un momento delicato della vita di Lorenzo (la morte  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/02/jovanotti-ora-un-disco-da-ballare/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A quattro anni da <em>Safari</em>, esce la nuova fatica di <strong>Jovanotti</strong>: <strong><em>Ora</em></strong>.</p>
<p>Il disco, nato in un momento delicato della vita di Lorenzo (la morte dell’affezionata madre), è stato anticipato dal singolo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=rNv9H3mpzxk" target="_blank"><em>Tutto l’amore che ho</em></a> ed è formato da quindici tracce che diventano venticinque nei due CD della versione deluxe.</p>
<p><a class="lightbox" title="jovanotti-ora18" href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/jovanotti-ora18.jpg"><img class="size-medium wp-image-4825  alignright" title="Jovanotti - Ora" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/jovanotti-ora18-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Il percorso che ha portato Jovanotti alla composizione di <em>Ora</em> parte quattro anni dopo l’uscita di uno dei suoi migliori album (pluripremiato cui ha fatto seguito un tour con diverse date anche negli Stati Uniti) e si conclude quattro mesi fa con la scomparsa della madre: &#8221;Ho fatto questo disco insieme a lei, facendo avanti e indietro tra studio e ospedale, perciò ho sentito l&#8217;esigenza di un disco che mi facesse prima di tutto ballare&#8221;, un disco &#8221;liberatorio&#8221;, nato &#8221;per far star bene le persone&#8221;, così Lorenzo definisce l’album <a href="http://www.youtube.com/user/lorenzojovanotti?blend=1&amp;ob=4#p/a/u/1/auJCyv5GgKY" target="_blank">presentato il 25 gennaio</a>.</p>
<p>Spiegato il motivo di tanta elettronica, l’apertura del disco è consegnata a <em>Megamix</em>, più intro che traccia vera e propria; <em>Tutto l’amore che ho</em> racchiude il sound dance ed elettronico dell’intero album. Come ogni opera di Jovanotti che si rispetti è presente la classica ballata, <em>Le tasche piene di sassi</em>, dalla melodia di soli piano e archi; la delicata atmosfera che crea il brano è annientata dalla traccia successiva: <em>Amami </em>è forse la canzone più dance dell’intero album.</p>
<p>Il fulcro del disco sta nelle due tracce successive. <em>Ora</em> e <em>Il più grande spettacolo dopo il Big Bang </em>rappresentano sia per il testo, che per le musiche il messaggio che Lorenzo intende dare al suo lavoro: la prima è strutturata come un elenco di supposizioni semi-catastrofiche, ma che nel ritornello rianima la vita ed il piacere di viverla, mentre la seconda è una sorta di <em>Ombelico del mondo</em>, davvero tanta energia, schitarrate ed un testo semplice ma positivo.</p>
<p>L’altra ballata del disco è <em>L’elemento umano</em>, di cui esiste nel secondo CD una versione acustica sicuramente migliore di quella rilasciata nel semplice disco singolo; proseguendo l’ascolto, si incontra<em> La bella vita</em>, in collaborazione con Amadou &amp; Mariam, che riprende quel filone di canzoni etniche ormai presenti da diversi anni nei dischi di Jovanotti. Le tracce che seguono (<em>Battiti di ali di farfalla</em>, <em>Io danzo</em> e <em>La notte dei desideri</em>) sono molto dance, giocano su beat e sintetizzatori accompagnate da testi molto semplici ma sempre positivi e vitali.</p>
<p><em>Quando sarò vecchio</em> non si rispecchia in nessun brano precedente della carriera artistica di Lorenzo, canzone davvero bella che incuriosisce nelle parole (tracce di antimilitarismo e storie di vita vissuta) e nelle musiche (un leggero ska) che la fanno assomigliare alle chanson francesi rendendola degno omaggio.</p>
<p>Sul finire del disco si riprende fiato con <em>Un’illusione </em>(la ballata meno riuscita delle tre presenti), prima di chiudere con <em>La porta è aperta</em> e <em>Rosso d’emozione</em> altre tracce tutte da ballare.</p>
<p>Il secondo disco è quasi per intero (tranne che per la versione acustica de <em>L’elemento umano</em>) un disco di musica elettronica, sembra a sé stante, risulta anche stancante in alcuni momenti. Da segnalare <em>I pesci grossi </em>(in cui Cesare Cremonini ricambia la collaborazione con Jovanotti con un sample di <em>Mondo</em>) e <em>Sulla frontiera</em>, continuum di <em>Io danzo</em>.</p>
<p>Nel complesso, il disco va ascoltato più di una volta per trovarci qualcosa di più profondo sia a livello musicale che lirico, oltre all’intento di voler far ballare; la disposizione delle tracce inizia ad assumere una conformazione autonoma ed un certo filo logico musicale. Le aspettative dopo <em>Safari</em> erano alte e, purtroppo, l’uscita di <em>Ora</em> non sazia a sufficienza le orecchie dei fans.</p>
<p>Nel frattempo sono pronte <a href="http://www.canzoni.it/concerti/artista/jovanotti.html" target="_blank">le date e le informazioni sul tour</a> in partenza ad aprile che toccherà le maggiori città italiane facendo capolino anche in Svizzera.</p>
<p><em><strong>Possibili singoli</strong></em></p>
<ul>
<li><em>Le tasche piene di sassi</em></li>
<li><em>Ora</em></li>
<li><em>L&#8217;elemento umano</em></li>
<li><em>Il più grande spettacolo dopo il Big Bang<br />
</em></li>
</ul>
<p><em><strong>Tracce</strong></em></p>
<p><em><strong>CD1</strong></em></p>
<ol>
<li><em>1. Megamix</em></li>
</ol>
<ol>
<li><em>2. Tutto l&#8217;amore che ho</em></li>
</ol>
<ol>
<li> <em>3. Le tasche piene di sassi</em><br />
<em>4. Amami</em><br />
<em>5. Ora</em><br />
<em>6. Il più grande spettacolo dopo il Big Bang</em><br />
<em>7. L&#8217;elemento umano</em><br />
<em>8. La bella vita</em><br />
<em>9. Battiti di ali di farfalla</em><br />
<em>10. Io danzo</em><br />
<em>11. La notte dei desideri</em><br />
<em>12. Quando sarò vecchio</em><br />
<em>13. Un&#8217;illusione</em><br />
<em>14. La porta è aperta</em><br />
<em>15. Rosso d&#8217;emozione</em></li>
</ol>
<p><em><strong>CD2</strong></em></p>
<ol>
<li><em>1. Spingo il tempo al massimo</em></li>
<li><em>2. I pesci grossi</em></li>
<li><em>3. Kebrillah</em></li>
<li><em>4. La festa infinita</em></li>
<li><em>5. Sulla frontiera</em></li>
<li><em>6. Dabadabadance</em></li>
<li><em>7. La medicina</em></li>
<li><em>8. Sul lungomare del mondo</em></li>
<li><em>9. Go!!</em></li>
<li><em>10. L&#8217;elemento umano (acoustic)</em></li>
</ol>
<p><em><strong>(Universal), 2011, Pop/Dance/Elettronica</strong></em></p>
<ol><em></em></ol>
<ol><em> </em></ol>
]]></content:encoded>
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		<title>Calibro 35 &#8211; Rare</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jan 2011 12:36:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Caltavituro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul finire di un anno di assoluta importanza per i Calibro 35, costellato da un tour che li ha visti calcare i palchi di tutta  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2011/01/calibro-35-rare/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul finire di un anno di assoluta importanza per i <strong>Calibro 35</strong>, costellato da un tour che li ha visti calcare i palchi di tutta Italia e dopo il meritato riconoscimento da parte di critica e pubblico, esce a sorpresa il nuovo disco <em>Rare</em>.</p>
<p><a class="lightbox" title="calibro35_rare" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=4218"><img class="alignleft size-medium wp-image-4218" title="calibro35_rare" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/01/calibro35_rare-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il terzo album della band milanese è composto da materiale inedito o da brani che non hanno trovato posto nei dischi precedenti; non si tratta però di una compilation di b-side, il livello del disco è davvero alto: tra tutti spicca la seconda traccia <em>Appuntamento al Contessa</em>, brano inedito composto per la colonna sonora del nuovo film di Michele Placido dedicato al noto criminale Renato Vallanzasca (film in uscita in Italia il 21 gennaio). Altri brani sono tratti dalle colonne sonore di altri film: <em>La polizia brasiliana si incazza </em>per <strong>La Banda del Brasiliano</strong> di John Snellinberg, o per il documentario di Mike Malloy (<strong>Eurocrime</strong>) sui film italiani polizieschi anni Settanta (genere a cui i Calibro 35 devono la propria ispirazione musicale).</p>
<p>Altro brano facente parte di OST è quello contenuto nel telefilm, ormai cult, <strong>Romanzo</strong> <strong>Criminale</strong> a cui i Calibro 35 hanno dedicato <em>Come un romanzo</em>. La quinta traccia, <em>L’uomo dagli occhi di ghiaccio</em>, è tratta dalla compilation “Il paese è reale” progetto degli Afterhours; del gruppo di Manuel Agnelli, è presente anche una versione strumentale de <em>I milanesi ammazzano il sabato</em>: la collaborazione tra le due band gira attorno alla figura di Enrico Gabrielli, membro dei Calibro 35, con un passato proprio negli Afterhours.</p>
<p>Il disco si chiude con quattro brani in versione estesa di classici presenti nei due dischi precedenti.</p>
<p>Altra particolarità dell’album è la non reperibilità nei negozi di dischi, infatti sarà venduto solo ai concerti della band e sul loro sito ufficiale, come singolo CD o nel pacchetto contenente CD, maglietta, borsa di tela, mignon di liquore e spilletta (andato però già in sold-out).</p>
<p>Il gruppo continua a riscuotere successo (non a caso è toccato a loro aprire il concerto evento dei <strong>Muse</strong> a Milano lo scorso giugno), i fans continuano ad aumentare e le idee al gruppo non sembrano mancare: la definitiva consacrazione sembra quindi molto vicina.</p>
<p><strong>Tracce:</strong></p>
<p><strong></strong><em><strong>1. </strong>Ballando in balera</em></p>
<p><em></em><em><strong>2. </strong>Appuntamento al Contessa</em></p>
<p><em><strong>3. </strong>E nessuno si farà del male</em></p>
<p><em></em><em><strong>4. </strong>La polizia brasiliana si incazza</em></p>
<p><em></em><em><strong>5. </strong>L’uomo dagli occhi di ghiaccio</em></p>
<p><em></em><em><strong>6. </strong>Uomini si nasce Calibro si muore</em></p>
<p><em></em><em><strong>7. </strong>Svolta sul caso D’Amario</em></p>
<p><em></em><em><strong>8. </strong>Milano New York solo andata</em></p>
<p><em></em><em><strong>9. </strong>Come un romanzo</em></p>
<p><em></em><em><strong>10. </strong>La polizia sta a guardare</em></p>
<p><em></em><em><strong>11. </strong>Trafelato (Extended Version)</em></p>
<p><em></em><em><strong>12. </strong>Summertime Killer (Extended Version)</em></p>
<p><em></em><em><strong>13. </strong>Notte in Bovisa (Alternate Take)</em></p>
<p><em></em><em><strong>14. </strong>I Milanesi ammazzano il Sabato</em></p>
<p><em></em><em><strong>15. </strong>Si dicono tante cose (Alternate Take)</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Darkstar &#8211; &#8220;North&#8221;</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2010/12/darkstar-north/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 18:50:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guglielmo Bin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi se ne sentisse il bisogno, arriva l&#8217;ennesimo gruppo di musica elettronica, con l&#8217;ennesima voglia di stupirci e, probabilmente penserete a questo punto, con l&#8217;ennesimo  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/12/darkstar-north/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a class="lightbox" title="DarkstarNorth" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=3892"><img class="alignleft size-medium wp-image-3892" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/12/DarkstarNorth4-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Quasi se ne sentisse il bisogno, arriva l&#8217;ennesimo gruppo di musica elettronica, con l&#8217;ennesima voglia di stupirci e, probabilmente penserete a questo punto, con l&#8217;ennesimo tentativo, più o meno deprecabile, di acquisire consensi da certa critica musicale orientata, sciaguratamente, solo verso determinati orientamenti stilistici. Ebbene, i Darkstar (nati nel 2007 a Londra dall&#8217;incontro tra James Young e Aiden Whalley, a cui si è aggiunto alla voce nel 2010 James Buttery)  ci riescono alla grande.</p>
<p style="text-align: justify">Annunciato dagli addetti ai lavori come un lavoro che avrebbe rivoluzionato il mondo <em>dub-step</em>, in realtà <em>North</em> si presenta, a conti fatti, come un ottimo album d&#8217;esordio, composto da belle canzoni e che, tuttavia, non mantiene le azzardate promesse d&#8217;innovazione: chi scrive invita volentieri certi critici a calibrare determinate presentazioni trionfalistiche, pressochè ridicole e  volte esclusivamente ad eleggere a tutti i costi l&#8217;innovatore X del genere X (tendenza, va detto, ormai diffusissima in qualunque ambiente musicale che si frequenti). Tuttavia, poichè il momento artistico non è l&#8217;attenzione a questa o quella critica più o meno costruttiva ma l&#8217;afflato estetico (ed estatico) del musicista in un singolo momento, è innegabile riconoscere al trio una padronanza non comune del linguaggio <em>electro-wave</em> fatto proprio, negli anni Novanta, dal <em>trip-hop</em> di Portishead, Archive, Massive Attack e Tricky. Qui però l&#8217;elettronica dei bassifondi inglesi si unisce ad una piacevole vena <em>pop</em>, che non lesina momenti di puro lirismo (specialmente nella seconda parte del disco) e che risulta convincente e sincera. Il punto di forza dell&#8217;album, paradossalmente, sembra proprio essere il suo aver poco a che fare con l&#8217;ambiente <em>dub</em> (eccezion fatta per il singolo <em> Aidi&#8217;s Girl is a Computer</em>, unica anomalia stilistica, ma non per questo meno bella, di un disco pressochè omogeneo) e, al contrario, abbracciare determinate venature <em>new wave</em> di chiara marca ottantiana (le bellissime <em>Gold</em> e <em>Deadness</em>). Mai prolisso, <em>North</em> sa regalare un ascolto sorprendentemente piacevole anche laddove la matrice <em>dub</em> risulti invece preponderante (<em>Two Chords</em> e la <em>title-track</em>, uno dei vertici dell&#8217;album) e confermando, alla fine del disco, con le notevoli prove di <em>Dear Heartbeat</em> e <em>When It&#8217;s Gone</em>, quanto di ottimo si era detto su questo trio di Londra. Glaciale e romantico al tempo stesso, viaggio interiore nella nebbia che circonda l&#8217;anima, <em>North</em> ci ricorda come, in barba a qualsiasi critica musicale, l&#8217;obiettivo di un album sia quello di creare musica con la testa e suonarla con il cuore.</p>
<p style="text-align: left">
<ol>
<li><em>In The Wings</em></li>
<li><em>Gold</em></li>
<li><em>Deadness</em></li>
<li><em>Aid&#8217;s Girl is a Computer</em></li>
<li><em>Under One Roof</em></li>
<li><em>Two Chords</em></li>
<li><em>North</em></li>
<li><em>Ostkreuz</em></li>
<li><em>Dear Heartbeat</em></li>
<li><em>When It&#8217;s Gone<br />
</em></li>
</ol>
<p style="text-align: left"><strong> Voto: 7.5<br />
</strong></p>
<p style="text-align: left"><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Neil Young – Le Noise</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Oct 2010 11:41:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Caltavituro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Era il 1989 quando uscì Oh Mercy, il ventiseiesimo album di Bob Dylan, un disco molto apprezzato da pubblico e critica e che ne sanciva  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/10/neil-young-le-noise/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 1989 quando uscì <em>Oh Mercy</em>, il ventiseiesimo album di Bob Dylan, un disco molto apprezzato da pubblico e critica e che ne sanciva il rilancio ufficiale dopo anni bui: il produttore di quell’album era <strong>Daniel Lanois</strong>, eclettico musicista e già collaboratore di Brian Eno e degli U2. Ventun anni dopo il produttore canadese tenta di nuovo il miracolo riportando la sua magia dietro al mixer e producendo il nuovo album di <strong>Neil Young</strong> <em>Le Noise</em>.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/folder.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2797" title="folder" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/folder-200x200.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>Il disco, uscito il 28 settembre, venne annunciato a metà agosto nella pagina personale di Facebook di Neil Young e deve il proprio titolo ad un gioco di parole sul cognome del produttore stesso. L’omaggio è più che lecito: Lanois rende essenziale il suono dell’album, si ritrova qui quel Neil Young che mancava da anni, chitarra e voce. Non è certo ai livelli del primo Young: non c’è folk, neanche country, ma c’è la maestria compositiva dell’artista canadese che lavorando solo con la chitarra da il meglio di sé, quel suono poi viene passato attraverso le mille macchine usate da Lanois dando risultati che possono sembrare pressappochisti, ma che invece rivelano una cura  non indifferente del suono e della sua ricerca.</p>
<p>Lo spazio dedicato al sound dell’album non è stato uguale per la ricerca dei testi che, come spesso accade con Young, scivolano via facilmente, forse fin troppo; la voce è però fondamentale nelle otto tracce: modificata anch’essa, filtrata fino a diventare un loop ipnotico che serve anche da controcanto.</p>
<p>La scaletta elettronica delle canzoni viene interrotta alla quarta traccia (<em>Love And War</em>) e alla settima (<em>Peaceful Valley Boulevard</em>) con due canzoni acustiche degne del miglior Young vecchio stampo.</p>
<p>Il disco non si presenta facile al primo ascolto, nè ha ricevuto considerevoli segni d’apprezzamento, d’altronde è la classica trafila di tutti i capolavori.</p>
<p>(Reprise), 2010, Rock</p>
<p><strong>Tracce:</strong></p>
<ol>
<li><em>Walk With Me</em></li>
<li><em>Sign Of Love</em></li>
<li><em>Someone&#8217;s Gonna Rescue You</em></li>
<li><em>Love And War</em></li>
<li><em>Angry World</em></li>
<li><em></em><em>Hitchhiker</em></li>
<li><em></em><em></em><em>Paceful Valley Boulevard</em></li>
<li><em></em><em>Rumblin&#8217;</em></li>
</ol>
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