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	<title>Il Giornale di Letterefilosofia.it &#187; Lettere Sportive</title>
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		<title>108</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 05:46:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere Sportive]]></category>
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		<category><![CDATA[Wouter Weilandt]]></category>

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		<description><![CDATA[Per non dimenticare Wouter Weylandt]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Centootto</strong> <strong>è il numero che il ciclismo su strada non dimenticherà per molto tempo</strong>. <strong>Centootto </strong>era il numero cucito sulla divisa di <strong>Wouter Weylandt</strong> quel maledetto 9 maggio 2011 in cui il ciclista del <strong>Team Leopard</strong> se n’è andato tragicamente, <strong>vittima di una tremenda caduta sulla discesa del Bocco in direzione di Rapallo</strong>. Il dramma della scomparsa del corridore belga è ancora nella memoria di tutti, così come il commovente omaggio dei compagni di squadra, del migliore amico in gruppo, il velocista americano <strong>Tyler Farrar,</strong> e di tutta la carovana rosa. Chi in questi giorni ha continuato a seguire quest’avvincente Giro d’Italia, ha visto apparire il centootto, tappa dopo tappa, su manifesti e striscioni in tutte le strade e città attraversate dalla corsa, a testimonianza della solidarietà di tanta gente comune, un pubblico di appassionati e non che <strong>onora come meglio non potrebbe la memoria di una vita spentasi troppo presto</strong>.</p>
<p>La tragica vicenda di Weylandt ha inevitabilmente riattivato la lunga spirale di discussioni sull’incolumità dei corridori in uno sport come il ciclismo che, per quanto negli anni siano stati compiuti significativi passi avanti, resta sempre molto pericoloso. In questo caso le polemiche hanno avuto vita breve, poiché il dibattito generale è quasi subito giunto alla conclusione, sostanzialmente condivisa all’unanimità, <strong>che la morte del ciclista belga non possa essere addebitata a mancanze, da parte dell’organizzazione del Giro, nel garantire la sicurezza delle strade</strong>. Mai forse come quest’anno infatti si è visto un utilizzo tanto ampio di misure di protezione nei tratti più pericolosi del percorso ed in particolare nelle discese più ripide, tortuose e veloci.</p>
<p>L’incidente è avvenuto in un punto teoricamente non ad alto rischio se non per la velocità particolarmente sostenuta con cui il gruppo stava affrontando la discesa del Bocco. Solo per un momento Wouter ha distolto lo sguardo dalla strada per voltarsi e con un pedale ha urtato un muretto, finendo per essere scaraventato dal lato opposto conto una ringhiera. La sfortuna ha voluto che il colpo mortale subito nell’impatto fosse nella zona facciale non protetta dal casco. <strong>Un fatale errore umano dunque, una terribile eventualità che sarebbe potuta capitare a qualunque corridore in gara in moltissimi altri tratti del percorso</strong>. Questo ha causato la morte di Weylandt.</p>
<p>L’oggettiva impossibilità di prevedere ciascuna delle infinite potenziali situazioni di pericolo non è una colpa che può essere attribuita all’organizzazione del Giro d’Italia. <strong>Una corsa di ciclismo su strada sicura al cento per cento è pura utopia e gli atleti stessi ne sono pienamente consapevoli</strong>. Ciò nonostante accettano di gareggiare di frequente a forte rischio per la propria incolumità ed anzi spesso costruiscono i propri successi grazie al coraggio di sfidare quel rischio stesso. Il medesimo discorso vale anche per molti altri sport che hanno a che fare con la velocità come la Formula Uno o il motociclismo. Il pericolo purtroppo fa parte del gioco e se lo si vuole cancellare interamente l’unica possibilità è eliminare la competizione stessa. E’ questa cinica certezza l’insegnamento finale che possiamo trarre dalla tragedia di Wouter Weylandt, al di là di facili polemiche ed ipocrisie che per fortuna almeno in questa vicenda sembrano non aver trovato troppo terreno fertile.</p>
<p>Il numero centootto del Giro d’Italia 2011 non sarà e non deve essere dimenticato. Wouter Weylandt merita di essere ricordato come un ciclista di talento morto tragicamente facendo ciò che più amava. La sua triste fine deve servire da ulteriore monito per un impegno sempre maggiore nella sicurezza delle corse e resterà un simbolo indelebile del lato scuro e negativo di uno sport meraviglioso come il ciclismo.</p>
<div id="attachment_6630" class="wp-caption aligncenter" style="width: 630px"><a class="lightbox" title="wouter_weylandt_wins_2010_giro_d_italia_1" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=6630"><img class="size-full wp-image-6630  " src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/05/wouter_weylandt_wins_2010_giro_d_italia_1.jpg" alt="Wouter Weylandt taglia per primo il traguardo della terza tappa del Giro d'Italia 2010" width="620" height="412" /></a><p class="wp-caption-text">Wouter Weylandt taglia per primo il traguardo della terza tappa del Giro d&#039;Italia 2010</p></div>
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		<title>Disparità di trattamento</title>
		<link>http://www.letterefilosofia.it/2011/02/disparita-di-trattamento/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 17:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere Sportive]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Benitez a Leonardo, l'incoerenza di Moratti e della dirigenza nerazzurra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4977" class="wp-caption alignright" style="width: 292px"><a class="lightbox" title="leonardo" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=4977"><img class="size-full wp-image-4977  " src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/leonardo.jpg" alt="" width="282" height="159" /></a><p class="wp-caption-text">Presentazione ufficiale di Leonardo con Massimo Moratti e Marco Branca</p></div>
<p>Torniamo indietro alla scorsa primavera all’apogeo dell’Inter del <strong>“triplete</strong>”. Il grande condottiero nerazzurro aveva dimostrato di essere <strong>“special”</strong> anche durante i festeggiamenti della Champions League appena conquistata, abbandonando un Santiago Bernabeu ancora esultante per andare a trattare con <strong>Florentino Perez</strong> il suo imminente passaggio al Real Madrid. Poche settimane dopo, come tutti sanno, l’eredità di <strong>Josè Mourinho</strong> era stata raccolta dall’ex allenatore del Liverpool <strong>Rafa</strong> <strong>Benitez</strong>, nome di spicco e ritenuto all’altezza del collega lusitano. La realtà ha però trasformato le rosee aspettative in una cocente delusione.</p>
<p>L’avventura del tecnico spagnolo è nata male già dalla gestione della campagna acquisti estiva in cui la volontà di portare a Milano i suoi pupilli <strong>Javier Mascherano</strong> e <strong>Dirk Kuyt</strong> (l’uno finito al Barcellona, l’altro rimasto sulla sponda “Red” del fiume Mersey) si è scontrata con la nuova politica d’austerità finanziaria di <strong>Massimo Moratti</strong>, una novità assoluta per il maggiore animatore del calciomercato italiano negli ultimi anni. Benitez ha quindi dovuto accontentarsi di innesti di secondo piano come <strong>Luca Castellazzi</strong>, nuova riserva di <strong>Julio Cesar</strong> in seguito al ritiro di <strong>Francesco Toldo</strong>, il giovanissimo brasiliano <strong>Coutinho, </strong>talento interessante ma ancora acerbo, ed il rientro di <strong>Jonathan Biabiany</strong> dal prestito al Parma. In più la rosa è stata indebolita dalla cessione di <strong>Mario Balotelli</strong> al Manchester City, che ha lasciato l’attacco nerazzurro con una pedina importante in meno e con un vuoto inadeguatamente colmato.</p>
<p><strong>“Squadra che vince non si cambia”</strong>, si è soliti dire, ma nel calcio è molto difficile che un gruppo, dopo aver vinto tutto ed essersi quindi espresso al massimo, riesca a ripetersi allo stesso livello la stagione successiva, tanto più se un ingranaggio perfetto è privato del proprio creatore. L’errore della dirigenza nerazzurra è stato quello di pensare che bastasse ingaggiare un allenatore altrettanto in gamba per replicare le imprese di Mourinho, dimenticando quanto il rendimento straordinario dell’Inter derivasse dal lavoro psicologico dello “Special One” sul gruppo e sottovalutando quanto il collettivo fosse legato al mister portoghese. Accontentare Benitez con un paio di acquisti da lui richiesti non solo avrebbe rinnovato e rinforzato la compagine nerazzurra ma avrebbe permesso al nuovo allenatore di plasmare con più facilità un nuovo ciclo. Sarebbe costato a Moratti assai meno di tanti colpi di mercato assurdi ed improbabili che hanno caratterizzato la sua presidenza.</p>
<div id="attachment_5003" class="wp-caption alignright" style="width: 338px"><a class="lightbox" title="inter_benitez" href="http://www.letterefilosofia.it/?attachment_id=5003"><img class="size-full wp-image-5003" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2011/02/inter_benitez.jpg" alt="" width="328" height="214" /></a><p class="wp-caption-text">Rafa Benitez</p></div>
<p>Giudicare a posteriori è sicuramente più facile e non bisogna dimenticare gli errori che in ogni modo l’allenatore spagnolo ha commesso come il cambio troppo repentino di preparazione atletica, causa di moltissimi infortuni, e il non aver saputo ottenere il rispetto della squadra. Tuttavia la dirigenza non ha certo facilitato il suo già difficile lavoro e non gli ha fornito il sostegno e la fiducia che invece pare aver concesso fin da subito al suo successore <strong>Leonardo</strong>, tecnico che, senza la minima gavetta, ha avuto l’opportunità di allenare due dei più importanti club europei solo nel suo primo anno e mezzo di carriera. Non male come esordi lavorativi!</p>
<p>Il brasiliano ex milanista è stato accolto dalla sua nuova società, e perfino dai suoi nuovi tifosi, come fosse stato da sempre interista fino al midollo e Moratti ha pensato bene di agevolare ulteriormente il suo inserimento: accantonati i buoni propositi parsimoniosi, ha rimesso mano al portafoglio ed è tornato il vero protagonista del calciomercato. L’ingaggio di <strong>Andrea Ranocchia</strong> deve essere considerato a parte, in quanto la trattativa era già conclusa prima dell’addio di Benitez e rispondeva alla necessità di rimpiazzare un pilastro difensivo come <strong>Walter Adrian Samuel</strong>, fuori per infortunio fino al termine della stagione, ma un colpo di prima classe come <strong>Giampaolo Pazzini</strong> non può certo essere paragonato ai Biabiany o ai Coutinho. L’ingaggio del centravanti ex doriano è l’acquisto che, con mesi di ritardo, compensa adeguatamente l’attacco nerazzurro della perdita di Balotelli e che fornisce nuovamente all’Inter una valida alternativa ad un <strong>Diego Milito</strong> lontano parente del fenomeno dello scorso anno. Pazzini non è costato poco (alla Sampdoria sono andati 12 milioni più il cartellino di Biabiany), ma si tratta di uno sforzo economico non troppo pesante per le casse interiste e che sarebbe stato sostenibile anche d’estate. Non bisogna poi dimenticare gli interventi a centrocampo dove l’arrivo di <strong>Houssine Kharja</strong> dal Genoa (ormai diventato una specie di <strong>outlet privilegiato</strong> per Moratti) e la contemporanea cessione di <strong>Sulley Muntari</strong> al Sunderland hanno complessivamente rinforzato la linea mediana nerazzurra nonostante il marocchino ex rossoblu non sia certo un giocatore da salto di qualità. Incuriosisce invece l’acquisizione del terzino giapponese <strong>Yuto</strong> <strong>Nagatomo</strong> dal Cesena, scambiato con <strong>Davide Santon</strong> tanto per tranquillizzare tutti quelli che temevano un’eccessiva italianizzazione dell’Inter.</p>
<p>Viene da chiedersi dunque cosa sarebbe accaduto se Moratti fosse stato così generoso e ben disposto anche con Benitez. Ragionare con i “se” è spesso tanto difficile quanto inutile, ma appare evidente <strong>l’incoerenza del presidente nerazzurro</strong> così poco accondiscendente nei confronti di un allenatore da lui scelto e con successi importantissimi alle spalle ed invece tanto accomodante con un mister con molte meno credenziali e che probabilmente sarà soltanto un traghettatore temporaneo.</p>
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		<title>Un siciliano re di Spagna</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 01:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ezequiel Mosquera]]></category>
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		<description><![CDATA[Attraverso numerose evoluzioni politiche e belliche, gli Spagnoli hanno dominato la Sicilia per circa quattro secoli, fra il Quattrocento ed il Settecento. Il ciclismo ha  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/10/un-siciliano-re-di-spagna/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/vuelta_2010_nibali_bola_del_mundo_getty.jpg"></a></p>
<div id="attachment_2492" class="wp-caption alignright" style="width: 284px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/nibali-imagesCAA8A98J.jpg"><img class="size-full wp-image-2492" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/nibali-imagesCAA8A98J.jpg" alt="" width="274" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Il podio finale: Nibali, Mosquera, Velits</p></div>
<p class="mceTemp">Attraverso numerose evoluzioni politiche e belliche, gli Spagnoli hanno dominato la Sicilia per circa quattro secoli, fra il Quattrocento ed il Settecento. Il ciclismo ha regalato all’isola un’occasione per ribaltare le gerarchie del suo passato storico attraverso la vittoria di <strong>Vincenzo Nibali</strong> alla <em>Vuelta a España</em> <em>2010</em>. Il corridore messinese ha ottenuto il primo trionfo d’alto livello della sua già più che promettente carriera, permettendo all’Italia di tornare a vincere la terza grande corsa a tappe a venti anni di distanza dal successo di <strong>Marco Giovannetti</strong>. </p>
<p>La conquista della <strong>maglia rossa</strong> è per Nibali il coronamento di una stagione strepitosa in cui la più fulgida speranza del ciclismo italiano è finalmente sbocciata nel campione che tutti attendevano. All’impresa in terra iberica va aggiunto l’ottimo terzo posto ottenuto lo scorso maggio al Giro d’Italia in una corsa rosa che ha visto il siciliano perseguire le proprie ambizioni personali di classifica e contemporaneamente affiancare in modo egregio il proprio capitano <strong>Ivan Basso</strong>, contribuendo non poco al suo successo finale. Forse se i due non fossero stati compagni di squadra nella <strong>Liquigas Doimo</strong>, Nibali avrebbe potuto raggiungere anche il secondo posto. Siamo di fronte ad un corridore competitivo in salita ed in grado di farsi valere a cronometro, capace di arrivare a due picchi di forma durante la stagione e di far bene in tutte e tre le grandi corse a tappe come dimostra il convincente settimo posto al <em>Tour de France 2009</em>. </p>
<div id="attachment_2500" class="wp-caption alignleft" style="width: 265px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/99c6d_nibali-vuelta-spagna-2010.jpg"><img class="size-full wp-image-2500" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/99c6d_nibali-vuelta-spagna-2010.jpg" alt="" width="255" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Vincenzo Nibali in maglia rossa</p></div>
<p>Il segreto del messinese per trionfare alla Vuelta è stato la costanza di rendimento, figlia di una buona condizione fisica e di un’intelligente gestione della corsa. In una gara complessivamente molto equilibrata e con la maglia rossa passata sulle spalle di molti corridori, Nibali non ha colto nessun successo di tappa, ma è stato il più regolare ed ha saputo resistere agli acuti dei beniamini di casa <strong>Ezequiel Mosquera</strong> e <strong>Joaquim “Purito” Rodriguez</strong>. La sorte ha in ogni modo fatto la sua parte, togliendo di mezzo con una brutta caduta il basco <strong>Igor Antòn</strong>, vincitore di due frazioni, leader della classifica al momento del ritiro e probabilmente uomo più in forma della corsa. Tutto questo accadeva nel corso della quattordicesima tappa con arrivo in salita a <strong>Peña Cabarga</strong>, ascesa finale caratterizzata dal duello fra Nibali, secondo della generale, e Rodriguez, terzo. La frazione è stata vinta dallo spagnolo, ma il messinese, staccato di una trentina di secondi, ha conquistato lì per la prima volta la maglia rossa grazie al precedente vantaggio nella generale. Due giorni dopo, nella sedicesima tappa con arrivo in salita a <strong>Cotobello</strong>, “Purito” ha strappato la leadership a Nibali, ma ha visto i suoi sogni di gloria spazzati via dal crollo nella cronometro di <strong>Peñafiel </strong>in cui il messinese si è ripreso il primo posto. A quel punto la sfida per la Vuelta si è ridotta al duello fra il siciliano e la rivelazione Mosquera, valido scalatore spagnolo noto in patria e semisconosciuto all’estero, secondo a poco meno di un minuto dopo una sorprendente prestazione nella prova contro il tempo. Si è rivelata decisiva l’inedita ascesa della <strong>Bola del Mundo</strong> al termine della penultima tappa: quando in testa era rimasto solo il drappello dei migliori, il lussemburghese <strong>Frank Schleck</strong> ha tentato l’allungo per giocarsi le residue speranze di podio, ma è stato seguito da Mosquera che ha tentato a sua volta di staccare tutti. Solo Nibali è stato in grado di replicare e di raggiungere il rivale che, all’inizio del tratto più duro di salita (i tre chilometri finali), è riuscito nuovamente a staccare il messinese guadagnando un vantaggio massimo di venti secondi. Nel momento più difficile si è vista l’intelligenza tattica di Nibali che, ben consapevole dei propri mezzi, non ha risposto al nuovo scatto, ma ha gestito le forze in modo perfetto, riuscendo a raggiungere lo spagnolo sulla linea del traguardo. A Mosquera la vittoria di tappa, a Nibali la Vuelta con tanto di passerella finale a Madrid, il giorno successivo, nell’ultima tappa.</p>
<p>La sessantacinquesima edizione della corsa iberica è stata appassionante e ricca di colpi di scena. L’incidente di Igor Antòn non deve sminuire il trionfo di Vincenzo Nibali, capace di precedere una rivelazione come Ezequiel Mosquera, un’altra interessantissima promessa del ciclismo mondiale come lo slovacco Peter Velits, vincitore della cronometro di Peñafiel, e campioni affermati come Joaquim Rodriguez, Frank Schleck e <strong>Carlos Sastre</strong>. La Vuelta 2010 ci ha anche confermato <strong>Mark Cavendish</strong>, vincitore della <strong>maglia verde</strong> della <strong>classifica a punti</strong>, come il miglior velocista del mondo.</p>
<p>Di fronte a questo mirabile spettacolo sportivo risaltano però due note negative: la prima è che ancora una volta i cattivi rapporti fra Rai e televisione di Stato spagnola (che anni fa smise di trasmettere il Giro) non hanno permesso a tanti appassionati di poter seguire la Vuelta al pari delle altre due grandi corse a tappe, del mondiale e delle grandi classiche; la seconda, ben più grave, è l’ombra del doping che ancora una volta rischia di contaminare il mondo del ciclismo, gettando dubbi inquietanti sul sorprendente exploit di Mosquera e sulla carriera di un corridore che alla Vuelta non c’era ma che la vinse nel 2008, insieme al Giro d’Italia e a tre Tour de France (2007, 2009 e 2010), e che fino a pochi giorni fa era considerato il ciclista su strada più forte del mondo: <strong>Alberto Contador</strong>.</p>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/nibali_01_672-458_resize.jpg"></a></p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 600px"><img src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/vuelta_2010_nibali_bola_del_mundo_getty.jpg" alt="" width="590" height="370" /><p class="wp-caption-text">Nibali sulla Bola del Mundo</p></div>
<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/10/nibali-images.jpg"></a></p>
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		<title>Il mercenario</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 15:40:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Nel calcio non esistono più le bandiere.» , «I calciatori sono solo dei professionisti che seguono il proprio interesse.» . Frasi del genere sono un  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/09/il-mercenario/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>«Nel calcio non esistono più le bandiere.»</strong> ,<strong> «I calciatori sono solo dei professionisti che seguono il proprio interesse.»</strong> . Frasi del genere sono un ritornello abituale per chiunque segua anche solo saltuariamente il nostro sport nazionale, <a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/09/milanibra.bmp"><img class="alignright size-full wp-image-2136" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/09/milanibra.bmp" alt="" /></a>un mondo in cui il tifo, i sentimenti e la passione autentica troppo spesso cedono il passo al business degli ingaggi milionari e dei contratti con le “pay per view”. Intendiamoci, la fedeltà a vita ad una sola maglia è sempre stata merce rara e d’altra parte se così non fosse stato, il calciomercato non avrebbe mai costituito uno dei principali argomenti d&#8217;interesse per eserciti di calciofili. Negli ultimi anni tuttavia l’ideale dell’attaccamento alla squadra ha subito colpi particolarmente duri da dichiarazioni ipocrite di giocatori di primo piano e dai loro repentini cambi di club. Un esempio su tutti: <strong>Zlatan Ibrahimovic</strong>.</p>
<p>Lo svedese, di chiare origini slave, ha incantato gli stadi europei, con le sue prodezze, fin dai tempi dell’Ajax e si è consacrato nel nostro campionato come protagonista del biennio juventino di <strong>Fabio Capello</strong>. Calciopoli ha rappresentato un momento fondamentale della sua carriera, spingendolo, insieme ai vari <strong>Vieira</strong>, <strong>Fabio Cannavaro</strong>, <strong>Emerson</strong>, <strong>Zambrotta </strong>e <strong>Thuram</strong>, ad abbandonare la causa bianconera nel momento più difficile. Un “fenomeno” come Ibrahimovic non poteva permettersi di sprecare un anno in Serie B e, dopo essere stato ad un passo dal Milan, accettò l’offerta dell’Inter non appena fu chiaro che anche i rossoneri sarebbero stati penalizzati. I milanisti non lo rimpiansero più di tanto, grazie alla vittoria della Champions League, mentre per gli juventini <strong>l’idolo era diventato un traditore</strong>. Con l’Inter Ibrahimovic ha vissuto i suoi anni migliori, risultando decisivo per la conquista di tre scudetti consecutivi (2007, 2008 e 2009). Affermatosi come uno dei calciatori più forti del pianeta, il buon Zlatan decise che con l’Inter non avrebbe potuto vincere di più ed accettò la corte del Barcellona. Il suo trasferimento in blaugrana è stato il colpo di mercato della scorsa estate e l’affare del secolo per i nerazzurri che in cambio ottennero <strong>Eto’o</strong> e cinquanta milioni con cui comprare <strong>Sneijder</strong> e compensare lo sforzo economico per gli acquisti di <strong>Diego Milito</strong> e <strong>Thiago Motta</strong>. Se il voltafaccia alla Juventus si era rivelato redditizio, altrettanto non si può dire per l’addio all’Inter: l’avventura catalana di Ibra, cominciata con un infelice e provocatorio bacio della nuova maglia durante la presentazione ufficiale, si è conclusa con un discreto bottino di reti e con la conquista della Liga, ma con l’amarezza di dover vivere diversi momenti decisivi dalla panchina e di vedere i suoi ex compagni vincere tutto anche grazie alla sua cessione.</p>
<p>Il resto è cronaca sportiva fresca: dopo la rottura con mister <strong>Guardiola </strong>e con la consapevolezza di partire come riserva, Ibrahimovic ha fatto il suo grande ritorno nella patria calcistica, che tanto gli ha regalato, per vestire la casacca rossonera. Oltre ad essere stato una preziosa linfa vitale per la popolarità in calo, fra i milanisti, del presidente <strong>Berlusconi</strong>, Zlatan, ormai un autentico maestro in quest’arte, ha da subito dimostrato il suo attaccamento alla nuova maglia, <strong>sfilando con i colori del Milan e raccogliendo l’ovazione di un San Siro che fino a poco più di un anno fa lo vedeva come il “nemico” per eccellenza.<img class="alignright" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/09/untitled.bmp" alt="" width="378" height="255" /></strong></p>
<p>Ibrahimovic rappresenta, per molti versi, un modello di calciatore contemporaneo: <strong>talento puro, completo tecnicamente e duttile tatticamente, arrogante, sfacciato, sicuro di sé ed abilissimo nel perseguire il proprio interesse.</strong> La magia con cui diventa l’idolo dei suoi tifosi a suon di prodezze sul campo è pari solo all’antipatia che la sua faccia sorniona e le sue dichiarazioni suscitano nei supporter avversari. Intendiamoci, Zlatan non è il primo e non sarà l’ultimo della serie: basta tornare indietro di pochi anni, ad esempio, per imbattersi in un caso come quello di Christian Vieri, ex stella del calcio mondiale che, a parte gli anni in nerazzurro, nella sua carriera ha quasi cambiato una squadra all’anno. Simili vicende non devono stupire bensì essere valutate come i naturali prodotti del calcio/business contemporaneo, una realtà in cui i giocatori &#8220;bandiera&#8221; sono una specie sempre più in via di estinzione ed in cui sarà sempre più difficile trovare dei nuovi <strong>Paolo Maldini</strong>, <strong>Alessandro Del</strong> <strong>Piero</strong>, <strong>Francesco Totti</strong> o <strong>Giuseppe Bergomi</strong>.</p>
<p>Non si deve quindi cadere nell&#8217;errore di giudicare troppo severamente il solo Ibrahimovic, correndo il rischio di renderlo una sorta di unico capro espiatorio. <strong>&#8220;Mercenario&#8221;</strong> (sempre sportivamente parlando ovviamente) <strong>è un aggettivo che può essere attribuito a moltissimi altri calciatori,</strong> esponenti di spicco di una categoria privilegiata  che, in tempi di crisi economica mondiale, si permette di indire uno sciopero solo perché si tenta di limitare il potere assoluto con cui i loro procuratori governano il mondo del pallone. In questo mare di &#8220;cinici professionisti&#8221;, Ibrahimovic si limita esclusivamente a farsi notare particolarmente a causa dei suoi comportamenti fuori dal campo. La lite in diretta tv, di pochi giorni fa, con <strong>Arrigo Sacchi</strong> lo ha dimostrato una volta di più, se mai ce ne fosse stato bisogno.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/09/ibrahimovic.jpg"><img class="size-full wp-image-2135 aligncenter" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/09/ibrahimovic.jpg" alt="" width="320" height="246" /></a></p>
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		<title>Ma quanto è dura la salita! E non solo quella&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 08:11:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/06/Basso-su-Zoncolan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1237" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/06/Basso-su-Zoncolan.jpg" alt="" width="323" height="214" /></a>“Ma quanto è dura la salita!”, recita una popolarissima canzone di Gianni Morandi, e, quando nello sport si parla di salite, il pensiero non può che andare al Giro d’Italia. Da pochi giorni si è conclusa una delle edizioni più spettacolari della corsa rosa che ha regalato agli appassionati tre settimane di ciclismo d’alta qualità, con un’ottima scelta dei percorsi e tappe mai banali e scontate. In più il maltempo, sabotatore, per molti, di un maggio povero di gite al mare o in campagna, ha reso la competizione ancora più dura ed avvincente. Il pubblico ha potuto percepire, come poche altre volte, la fatica dei ciclisti dipinta nei volti solcati dal sudore e contratti per lo sforzo di pedalare per centinaia e centinaia di chilometri.</p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; stato il giro delle salite: Zoncolan, Mortirolo e Gavia sono fra le ascese più difficili al mondo ed erano tutte presenti in quest’edizione. Le Alpi, tuttavia, non sono state le sole protagoniste. Come dimenticare la tappa di Montalcino dove la pioggia battente e la strada sterrata hanno reso i corridori degli eroi, quando hanno raggiunto il traguardo, sporchi di terra e fango. O la tappa dell’Aquila in cui, oltre al dovuto omaggio ad una terra ancora ferita dal terremoto, le terribili condizioni climatiche hanno sconvolto il Giro, mandando in porto una fuga altrimenti impossibile. Senza scordare poi le discese, come quella del Monte Grappa, dove Vincenzo Nibali ha staccato tutti vincendo la frazione da vero campione, o quella del Mortirolo in cui David Arroyo ha difeso con onore la sua maglia rosa dall’attacco di Ivan Basso, prima di arrendersi sulla salita dell’Aprica.</p>
<p style="text-align: justify">Gli elogi finali da prima pagina sono andati, com’è giusto, soprattutto a Basso, giunto in rosa nella suggestiva cornice dell’Arena di Verona e dominatore, con pieno merito, di questo Giro d’Italia. Dopo un avvincente duello con il campione del mondo Cadel Evans, è arrivato da solo in vetta allo Zoncolan, ascesa più dura d’Europa, ed ha vinto, acclamato da migliaia di persone giunte ad ammirare lo spettacolo del ciclismo in quel naturale “stadio” alpino. Ha respinto la controffensiva dell’australiano iridato nella cronoscalata di Plan de Corones e, sul Mortirolo e sull’Aprica, aiutato da uno straordinario Nibali, ha strappato ad Arroyo una maglia rosa che, dopo l’Aquila, per molti si sarebbe dissolta in un miraggio e nel rimpianto di un’occasione d’oro perduta per sempre. Il trionfo di Ivan Basso è la vittoria di un uomo che, dopo aver sbagliato, ha pagato ed ha saputo riscattarsi, di un ciclismo, si spera, finalmente vero e pulito.</p>
<p style="text-align: justify">Il Giro 2010 ci ha regalato anche un Nibali sorprendente: non doveva nemmeno partecipare ma, dopo essere stato convocato in extremis, a causa dello stop imposto a Franco Pellizzotti, ha confermato, dopo il settimo posto al Tour 2009, di essere il corridore italiano del futuro per le grandi corse a tappe. E’ arrivato terzo in classifica generale, ha indossato la maglia rosa, ha vinto la frazione del Monte Grappa ed ha contribuito enormemente al successo finale del compagno di squadra Basso. I nostri due campioni hanno dimostrato, ancora una volta, che uno degli elementi più affascinanti del ciclismo è il suo essere contemporaneamente sport individuale e di squadra. Meritano elogi speciali anche Michele Scarponi, vincitore della tappa del Mortirolo e dell’Aprica e quarto classificato, a pochi secondi da Nibali, ed Evans, quinto nella graduatoria finale, che ha onorato la maglia di campione del mondo, vincendo l’eroica frazione di Montalcino e la classifica a punti.</p>
<p style="text-align: justify">Se ancora ce ne fosse stato bisogno, quest’edizione ha mostrato nuovamente come sia il Giro d’Italia la corsa a tappe più difficile ed avvincente di tutte. Negli ultimi anni le partecipazioni di corridori che normalmente si esibivano solo al Tour de France, come Lance Armstrong, Cadel Evans e Carlos Sastre, e le vittorie finali di Alberto Contador e Denis Menchov, nel 2008 e nel 2009, sottolineano come il Giro non sia solo materia per Italiani e stia forse recuperando il fascino dei tempi di Anquetil, Gaul, Merckx, Hinault ed Indurain. Purtroppo anche nel ciclismo la fanno da padrone interessi di sponsor e d’immagine, per i quali il Tour continua ad essere preferito al Giro da molti ciclisti e squadre di primo piano. La corsa transalpina è, senza dubbio, altrettanto spettacolare ed avvincente, ma la conformazione del territorio francese e la scelta dei percorsi da parte degli organizzatori, rendono diverse tappe inevitabilmente più noiose. La speranza è che l’onda positiva di questo Giro 2010 possa migliorare la situazione e restituire alla corsa rosa il prestigio che merita.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/06/Basso-Arroyo-e-Nibali.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1236" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/06/Basso-Arroyo-e-Nibali.jpg" alt="" width="518" height="324" /></a></p>
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		<title>Nell’anno in cui Davide ha quasi sconfitto Golia</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 10:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il calcio non è solo lo sport più popolare del mondo. Il calcio è fonte di emozioni, gioie e dolori per milioni di appassionati in  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/05/nell%e2%80%99anno-in-cui-davide-ha-quasi-sconfitto-golia/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/ROMAINCI0708_6907.jpg"></a><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/ROMAINCI0708_6907.jpg"></a><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/zanetti-scudetto-inter.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1182" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/zanetti-scudetto-inter-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Il calcio non è solo lo sport più popolare del mondo. Il calcio è fonte di emozioni, gioie e dolori per milioni di appassionati in Italia e nel globo. L’annata della Serie A, da poco conclusa, è stata particolarmente intensa per molti italiani, le cui giornate possono letteralmente cambiare colore in base alle fortune o alle disgrazie della propria squadra del cuore. L’overdose calcistica ha lasciato i suoi effetti sia su chi ha potuto esultare, sia su chi è rimasto deluso. Chi teme una crisi d’astinenza può stare tranquillo: i mondiali di Sudafrica sono alle porte, pronti a regalare quasi un altro mese di trepidazioni di fronte ad un rigore non assegnato, ad un colpo di tacco o un goal da fuori area.</p>
<p style="text-align: justify;">La dominatrice della stagione è stata l’Inter di Mourinho, vincitrice del quinto scudetto consecutivo, trionfatrice in Coppa Italia, e finalmente regina d’Europa con pieno merito. La Serie A 2009-2010 non sarà ricordata solo per la tripletta nerazzurra, ma anche per il disastro juventino, la delusione laziale, il ritorno della Sampdoria in Coppa dei Campioni e soprattutto la grande annata della Roma di Ranieri, unica squadra in grado di riaprire e tenere vivo fino all’ultimo un campionato che in inverno sembrava già scritto. L’allenatore testaccino ha preso in mano, dopo due giornate, le ceneri di quella che, per anni, era stata la splendida macchina da gioco di Spalletti e da quell’ottima base è ripartito. Ha saputo fornire nuova linfa vitale ad un gruppo che aveva incantato per anni con la grandezza estetica del proprio calcio, ma che era diventato l’ombra di sé stesso in un’inevitabile decadenza da fine ciclo. Maggiore pragmatismo, grinta, carattere, agonismo e fase difensiva più efficace sono state le parole d’ordine dell’ex tecnico di Valencia, Parma, Chelsea e Juventus. Chissà in quanti, a Torino, si sono mangiati le mani dopo averlo attaccato senza gratitudine per il buon lavoro svolto e dopo un esonero senza dignità. Ranieri si è preso una grandissima rivincita sui suoi ormai ex detrattori ed è stato capace inoltre di rilanciare giocatori che sembravano ormai in declino irreversibile, come Perrotta e Taddei, e di esaltare il rendimento di altri, come Riise, Burdisso e Menez.</p>
<p style="text-align: justify;">Il duello Inter-Roma è stato il filo conduttore del calcio italiano dopo gli scandali del 2006. Quella dei giallorossi è stata la lotta di una società, con pochissime risorse economiche, contro un club il cui presidente può spendere, ad ogni sessione di mercato, decine e decine di milioni di euro. Una sfida, che ha quasi i caratteri del titanismo, di un calcio che combatte arrangiandosi come può ma che, alla fine, non riesce a prevalere contro le super-squadre forgiate dal dio denaro. La Roma ha regalato ai propri tifosi un sogno inimmaginabile, un sogno che si è dissolto di fronte al cinismo della realtà e che forse, in un mondo ideale e con un tocco in più di equità, si sarebbe realizzato. Sfiorare la vittoria non è come ottenerla, ma certe emozioni sono un regalo che solo veri amanti del calcio sanno apprezzare, come si è visto a Fiumicino, con l’accoglienza riservata alla squadra di Ranieri, al rientro dalla partita di Verona, da migliaia di sostenitori. La Roma non avrà vinto, ma ha compiuto un’impresa sportiva che la storia non dimenticherà.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/ROMAINCI0708_6907.jpg"></a><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/Inter-e-Roma.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’elogio dei capitolini non sminuisce, ma semmai esalta il successo di un’Inter troppo forte per non vincere. Mourinho, anche quest’anno, ha fatto parlare di sé dentro e fuori del campo. Il contributo dello &#8220;Special One&#8221; è stato decisivo per dotare i nerazzurri di quella marcia in più che i milioni spesi da Moratti non erano riusciti a comprare, soprattutto in campo continentale. Senza l’allenatore portoghese, l’Inter non avrebbe eliminato Chelsea e Barcellona e non avrebbe conquistato il trofeo per club più prestigioso al mondo. Mourinho ha sputato sentenze contro il calcio italiano, piatto ricco da cui ha attinto uno stipendio da favola, ed è stato abilissimo nell’adattare le sue doti di provocatore all’ambiente sportivo-giornalistico del nostro paese. Professionalmente è indiscutibile, i successi parlano per lui più della sua lingua tagliente, ma umanamente non lascia un ricordo così limpido. L’abbandono della festa nerazzurra per trattare il suo passaggio al Real Madrid è stato l’apice di un biennio di atteggiamenti molto discutibili. Di fronte a questo gesto, le sue lacrime di commozione, dopo il triplice fischio della finale di Madrid, perdono valore e credibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spettacolo del rettangolo verde non deve però far dimenticare i problemi del calcio italiano che, anche dopo questa stagione, continuano ad essere sotto gli occhi di tutti: stadi dalle strutture obsolete e troppo spesso vuoti, tifo violento, trasferte vietate e problemi d’ordine pubblico nel gestire quelli che dovrebbero essere semplicemente eventi sportivi. In questo panorama poco incoraggiante, colpisce l’inadeguatezza di FIGC e Lega Calcio, incapaci di proporre rimedi validi per i mali del nostro sport nazionale. La conquista della Champions League rilancia indubbiamente il nostro movimento, ma non copre le mancanze gestionali ed organiche. La debolezza organizzativa e dirigenziale del calcio italiano, del resto, non è purtroppo una novità ed il nuovo, recente fallimento per l’assegnazione dei Campionati Europei è una sentenza amara e senza appello. Dopo essere stati battuti, per Euro 2012, da Polonia ed Ucraina, non esattamente due giganti del pallone, il fiasco clamoroso si è ripetuto per Euro 2016, con la scelta della Francia, e ci può anche stare, ma con l’Italia superata perfino dalla Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;">La speranza è che i potenti del calcio si decidano, finalmente, ad affrontare i problemi reali con la stessa prontezza con cui sono pronti a chinare il capo di fronte alle esigenze delle pay per view, augurandoci ovviamente che sia possibile incassare i soldi dei diritti televisivi senza sacrificare la regolarità delle partite nel gioco degli anticipi e posticipi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/curvasud_derby.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1189" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/curvasud_derby.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/Inter-e-Roma.jpg"></a></p>
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		<title>La Champions dei piccoli: l&#8217;Inter e una lezione da imparare</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 18:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1151" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/festa_08_672-458_resize.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1151" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/festa_08_672-458_resize-200x200.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Mou con il piccolo figlio Leandro sulle spalle.</p></div>
<p style="text-align: justify;">In quelle dichiarazioni di Milito a fine partita, semplici, banali, schiettamente inutili ma sincere, c’è tutto il senso di questa stagione dell’Inter, una stagione ricca di contrasti che si è conclusa alla grande col trionfo in Europa. Grazie a quelle due perle di talento che sono stati i suoi due gol, l’Inter che saluta Mourinho, moderna figura dell’allenatore mercenario dopo il tramonto del legame calciatore-maglia, può consolarsi pienamente e guardare al futuro consapevole, come ricordava la telecronaca dei primi minuti, che in campo scendono undici uomini, e non l’uomo in giacca e cravatta. Per questo motivo sono i bambini i veri trionfatori di questa partita, quei piccoli portati sulle spalle dai padri a fine partita.<br />
Probabilmente, prima dell’avvenuto passaggio, neanche Leandro, il piccolo Mou, avrebbe immaginato di finire a giocare sul campo del Bernabeu, che i suoi coetanei di tutta Europa iniziano a vedere alla sua età e non vedranno mai, se non eccezionalmente talentuosi ovvero fortunati, se non in un pomeriggio di fuga durante una gita scolastica o una vacanza. Che dire, poi, di quel Golia di un Cesar, affannato intrattenitore di tutti i piccoli, dal biondissimo baby Sneijder alla giovane erede di Motta, giustamente cinta dalla medaglia da Platini? Mai si erano visti così tanti bambini in campo, neanche all’inizio degl’incontri, quando all’ingresso in campo dei moderni gladiatori si notano piccole figure, mute dall’emozione, vestite di maglie grandi il doppio di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai piccoli deve ricominciare il nostro calcio, dal loro sguardo sbalordito e al contempo indifferente al fatto che in quel momento un miliardo di persone ha gli occhi su di loro: questo più che mai dovrebbero ricordare i nuovi vincitori della Champions League, perché mai come in questa stagione i contrasti di cui abbiamo parlato hanno leso molto l’immagine della squadra milanese. Fanno male ai suoi figli (meno del nome, forse) i calci di Totti dallo sguardo soddisfatto, così come gl’insulti, da parte di uno che pure dovrebbe sapere cosa significa subirli, come Balotelli, non valgono a nulla in uno scontro che è pura fatica e coordinamento, e non agone oratorio di bassa lega. Così, è sorprendente confrontare lo sguardo fiero di Motta padre con la gomitata inferta a Busquets nella semifinale col Barcellona: forse in quella partita la bambina era rimasta a casa?</p>
<p style="text-align: justify;">Le esortazioni a un calcio meno violento, che offra spettacoli godibili e divertenti come è stata la finale di Madrid, vengono recepite a tempi</p>
<div id="attachment_1150" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/13festa_nerazzurra.jpg"><img class="size-medium wp-image-1150" title="13festa_nerazzurra" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/13festa_nerazzurra-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a><p class="wp-caption-text">Tifosi nerazzurri in festa.</p></div>
<p>alterni, più in campo internazionale che negl’incontri-scontri nazionali. Ad assistere a partite di campionati di livello dilettantistico, poi, si nota una violenza che raggiunge livelli parossistici, quanto mai grave quanto si riversa su giovani arbitri che, all’inizio di carriera, spesso vengono pagati meno di cinquanta euro. Ha senso tutto ciò? Lo sfottò è uno dei momenti principali del calcio, non la lotta libera, perché i bambini sono sempre presenti in campo, anche se lo guardano dal televisore.</p>
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		<title>Il caso Balotelli: fra razzismo e stupidità</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 12:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il razzismo e i fenomeni ad esso riconducibili sono tutt&#8217;altro che scomparsi dalla nostra società ed anzi spesso riemergono come specchi di un disagio sociale  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/05/il-caso-balotelli-fra-razzismo-e-stupidita/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/NEWS_1263745765_balotelli.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1036" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/05/NEWS_1263745765_balotelli-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" /></a> Il razzismo e i fenomeni ad esso riconducibili sono tutt&#8217;altro che scomparsi dalla nostra società ed anzi spesso riemergono come specchi di un disagio sociale e di problematiche collettive da non sottovalutare. Il calcio non è immune a questa tendenza e, in particolare, le degenerazioni del tifo ultrà sono spesso il focolare di pulsioni razziste che inquinano il tradizionale universo delle rivalità sportive. Ma si tratta davvero di razzismo?  O forse siamo di fronte a manifestazioni volgari del tifo più becero che veste l’abito razzista, ignorando cosa sia il vero odio razziale, solo per sentirsi più forte? Il caso di Mario Balotelli è un chiaro esempio di questa realtà.</p>
<p>È senza dubbio il giocatore più discusso del momento, il talento più promettente del calcio italiano, capace di colpi d’alta classe e, allo stesso tempo, di atteggiamenti irrispettosi e provocatori. Potenzialità fuori del comune unite all’arroganza di un ragazzo che, appagato dai soldi e dal successo, si sente già troppo importante, indispensabile ed indiscutibile. Il suo carattere prepotente ed aizzatore attira, come pochi altri, l’antipatia dei tifosi avversari e, ultimamente, anche quella degli stessi interisti. Se a tutto ciò aggiungiamo anche il colore della pelle di questo ventenne italianissimo, ecco spiegato perché Balotelli sia stato bersaglio di cori razzisti durante alcune partite.</p>
<p>Le origini ghanesi del calciatore lo rendono, agli occhi di alcuni supporter non nerazzurri, un “diverso” non solo per la maglia che indossa ma anche per i tratti somatici non italiani. Si crea perciò una situazione in cui il razzismo si mescola all’odio sportivo, riducendo ad un confine molto labile la differenza fra chi è coscientemente razzista e chi invece utilizza insulti razzisti solo perché lo ritiene il modo più efficace di attaccare il giocatore della squadra rivale.</p>
<p>Senza voler ovviamente giustificare nessuna delle due categorie, è evidente come i periodi in cui Balotelli è stato maggiormente preso di mira hanno coinciso con i momenti in cui il giocatore ha fornito le peggiori esibizioni del suo difficile carattere. Inoltre, non è un caso che i gruppi ad averlo bersagliato più di tutti appartenessero alla tifoseria della Juventus, acerrima rivale dell’Inter. Questi elementi inducono a credere che i cori siano da ricondurre prevalentemente alla seconda delle tipologie sopra citate. Sarebbe quindi il provocatore e giocatore avversario ad essere attaccato più che il Balotelli “nero”. Non sembra essere della stessa opinione certa informazione che, forse per superficialità ed eccesso di buonismo, tende troppo spesso a trattare il caso Balotelli come un episodio di razzismo.</p>
<p>È chiaro che, qualunque sia la causa di questi episodi, bisogna evitare che si ripetano. L’antipatia verso un calciatore di una squadra rivale, per quanto sia più o meno meritata, non può assolutamente giustificare il ricorso all’insulto razzista. Allo stesso tempo, però, ci si deve augurare che il giornalismo sportivo, nell’affrontare simili fenomeni, sappia andare oltre le maschere del perbenismo ipocrita e sia in grado di analizzare i problemi in tutta la loro complessità, evitando semplificazioni facili e superficiali. Infine, l’intero movimento calcistico italiano, tifosi ed appassionati inclusi, dovrebbe sperare che Balotelli, oltre che coi piedi, diventi un campione anche mentalmente. Solo così, infatti, potrà affermarsi come una delle nuove leve di cui la nostra Nazionale ha disperato bisogno.</p>
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		<title>Il tradimento di Schumacher</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 16:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere Sportive]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/03/schumacher-mercedes-chiavi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-818" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/03/schumacher-mercedes-chiavi-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Finalmente ci siamo: il mondiale di Formula Uno, la manifestazione più attesa e seguita nel mondo dei motori, è cominciato. Milioni e milioni di appassionati, da ogni parte del globo, si attendono, da questo sport, un’annata di riscatto dopo un 2009 in cui l’attenzione del pubblico, più che alle gare, è stata focalizzata su carte e tribunali, sugli intrighi nel paddock e su regolamenti più o meno rispettati. La guerra fra l’ex presidente della FIA Max Mosley e i principali costruttori ha lasciato scorie che ancora oggi sono lontane dall’essere smaltite.</p>
<p>Questo mondiale 2010 si prospetta interessantissimo, visti i numerosi cambi di volante nelle scuderie di vertice, ma soprattutto per il rientro alle gare, dopo tre stagioni, del pilota più grande (numeri alla mano quantomeno) di tutta la storia di questo sport: Michael Schumacher. Il ritorno è ancora più clamoroso se si pensa alla squadra per cui guiderà. Non sarà la “Rossa” italiana, che ha ricondotto ai vertici della Formula Uno, portando in bacheca cinque mondiali piloti e sette campionati costruttori, ma la “Freccia d’Argento” teutonica: la Mercedes. La casa tedesca, dopo aver fornito motori vincenti, per molti anni, alla Mc Laren e, la scorsa stagione, alla Brawn GP campione del mondo, ha deciso di rientrare “in toto” in pista acquistando il team iridato di Ross Brawn.</p>
<p>Come hanno reagito tifosi ed appassionati? C’è chi ha sempre pensato che Schumi non avrebbe mai dovuto abbandonare le corse, a fine 2006, e che, se avesse voluto continuare, avrebbe portato altri successi a Maranello. C’è chi credeva ad un ritorno in tempi brevi. I segnali non mancavano: le gare in moto, i test da collaudatore, ben oltre il ruolo di “superconsulente” con cui era ancora sotto contratto con la Rossa, la decisione di sostituire Massa dopo l’incidente nel Gran Premio d’Ungheria dello scorso anno (poi tramontata per problemi al collo), insomma si capiva che Michael era già stufo del pre-pensionamento dorato.</p>
<p>Ma in quanti avrebbero pensato ad un rientro come pilota titolare e, per di più, non alla Ferrari? Non in molti, probabilmente, ma, senza dubbio, tanti, ferraristi e/o appassionati di Formula Uno, lo hanno percepito come un tradimento verso la scuderia a cui il tedesco, è vero, aveva dato tanto, ma dalla quale aveva ricevuto comprensione e fiducia (oltre a stipendi da favola) anche negli anni delle sconfitte contro Villeneuve, Hakkinen ed Alonso. Sono cominciate, allora, a circolare voci secondo cui Schumacher si era già promesso alla Mercedes molti mesi prima dell’acquisto della Brawn GP. Sarebbe stata dunque la casa tedesca, e non i problemi fisici, ad impedire a Schumi di sostituire Massa. Forse sono solo fantasie da tifoso deluso ma rendono l’idea di come i ferraristi si siano sentiti all’annuncio dell’ingaggio del sette volte campione del mondo da parte delle Frecce d’Argento.</p>
<p>C’è chi sostiene, invece, che un campione come Schumacher avesse tutto il diritto di rimettersi in gioco per illuminare di nuovo le corse con il suo talento unico. D’altra parte, la Mercedes lo aveva corteggiato anche in passato, attraverso la Mc Laren, e non aveva mai nascosto il sogno di un illustre binomio tedesco pilota-costruttore. In una competizione tra professionisti strapagati, dove girano milioni di euro in progetti e sviluppo tecnologico, è normale cambiare squadra o cercare il miglior offerente per rilanciare la propria carriera. La casa tedesca rappresentava un’occasione troppo invitante e prestigiosa oltre che ricca.</p>
<p>Alla luce di come si è risolta la vicenda, resta il dubbio di come sarebbero andate le cose se, nel 2006, Schumi non avesse avuto quel calo di motivazioni che lo spinse ad abbandonare il volante della Rossa. Sicuramente la Ferrari avrebbe puntato ancora sul suo fenomeno e non avrebbe ingaggiato Raikkonen e, forse, oggi non avrebbe scelto Alonso. O forse Schumacher, a Maranello, aveva davvero fatto il suo tempo e, con il ritiro, ha permesso alla sua ex scuderia di rinnovarsi per vincere ancora? Il mondiale vinto da Raikkonen nel 2007, quello sfiorato da Massa nel 2008 e le possibilità di Alonso di conseguire il titolo 2010 sembrano avvalorare quest’ipotesi. Nuove conferme potremo averle solo dalle gare. Sarà la pista a giudicare.</p>
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		<title>Le Olimpiadi invernali di Vancouver e la televisione</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 17:19:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro De Vecchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettere Sportive]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo inverno sta volgendo al termine, portando via con sé una delle stagioni più fredde degli ultimi tempi che ha regalato perfino il ritorno di  <a href="http://www.letterefilosofia.it/2010/03/le-olimpiadi-invernali-di-vancouver-e-la-televisione/">Leggi il resto...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-738" src="http://www.letterefilosofia.it/wp-content/uploads/2010/03/vacanze_neve_20101.jpg" alt="" width="400" height="281" />Questo inverno sta volgendo al termine, portando via con sé una delle stagioni più fredde degli ultimi tempi che ha regalato perfino il ritorno di una vera nevicata a Roma dopo venti anni d’attesa. Questo gelido trimestre sarà ricordato anche per i giochi olimpici di Vancouver, uno degli eventi sportivi più importanti del 2010.</p>
<p>In quella che i nordamericani chiamano “la Los Angeles del Canada”, gli sport invernali hanno esibito il fiore dei loro campioni, in sfide all’ultimo respiro, con l’obiettivo di una medaglia olimpica, potenziale conferma o coronamento di un’intera carriera agonistica. Paragonata ai giochi di Torino 2006, quest’edizione è stata sicuramente meno seguita in Italia. Indubbiamente l’aver ospitato la scorsa manifestazione nel nostro paese aveva mobilitato maggiormente l’attenzione dell’opinione pubblica anche al di fuori dei grandi appassionati delle discipline in gara. Ha influito molto, inoltre, il deludente risultato complessivo delle nostre squadre nazionali: confrontato con quello ben più ricco di quattro anni prima, il medagliere italiano a Vancouver “ha pianto” ed è noto che i grandi successi attraggono sempre più pubblico rispetto alle prestazioni incolori. Non bisogna poi dimenticare il fuso orario canadese, assai penalizzante per noi europei che certamente non abbiamo potuto sintonizzarci in massa con i nostri televisori per seguire, nel cuore della notte, una discesa di bob o le acrobazie di uno snowboarder.</p>
<p>La televisione insomma, con i suoi orari e palinsesti, ancora una volta ha giocato un ruolo fondamentale nel permettere al pubblico di seguire una grande manifestazione sportiva. Alla RAI va in ogni caso riconosciuto di aver dato molta importanza a queste Olimpiadi Invernali e di essersi bene organizzata nella messa in onda delle gare, suddividendole tra i canali RAIDUE, RAITRE e RAISPORT PIU’ed arricchendo il tutto con numerosi spazi di commento ed approfondimento. I giochi di Vancouver potevano essere seguiti anche su SKY i cui abbonati avevano a disposizione tutte le gare e per di più in alta definizione.</p>
<p>La televisione ancora una volta dunque decide quali sono gli sport che vanno seguiti e meritano pubblico e quelli che invece finiscono nel dimenticatoio. E’ il caso del curling, disciplina con seguito pari quasi a zero in Italia, che le nostre reti hanno sostanzialmente ignorato in questi giochi dopo aver cercato di promuoverlo quattro anni prima solo perché le Olimpiadi erano a casa nostra e, solo per questo motivo, una nostra squadra era stata mandata a partecipare. Si può dire lo stesso del pattinaggio artistico su ghiaccio o dello slittino, sport tradizionalmente di secondo piano, che, nel nostro paese, hanno avuto la loro ribalta mediatica grazie alle imprese di singoli personaggi come la pattinatrice Carolina Kostner, diventata un simbolo televisivo anche al di là del suo talento agonistico, o il re della velocità Armin Zoeggler vincitore di medaglie olimpiche (in cinque edizioni consecutive dei giochi invernali, Vancouver compresa), mondiali ed europee. Si tratta quindi di discipline che, come le due sopra citate, normalmente sono ignorate o quasi dalle televisioni e dal grande pubblico e che invece sono rilanciate in occasione delle grandi manifestazioni. Diversa invece la situazione per sport più seguiti e praticati come lo sci alpino o lo sci di fondo che hanno uno spazio ed un seguito televisivo rilevante non solo durante le Olimpiadi o i Campionati Mondiali ma anche durante tutta la stagione agonistica invernale. Con importanti tradizioni di vittorie e di campioni come Gustav Thoeni, Alberto Tomba, Isolde Kostner e Deborah Compagnoni, per lo sci alpino, e Stefania Belmondo e i fratelli Manuela e Giorgio Di Centa, per lo sci nordico, non c’è stato bisogno dell’oro di Giuliano Razzoli nello slalom speciale o dell’argento di Pietro Piller Cottrer in una gara di fondo per creare interesse ed ascolti per queste discipline.</p>
<p>Cosa ci lascia la visione televisiva di questi giochi olimpici invernali? Indubbiamente la consapevolezza che le grandi manifestazioni sportive riscuotono sempre e comunque un certo successo se ben sostenute dai mezzi di comunicazione. Constatiamo però anche che la televisione, ancora una volta, non cerca di promuovere sport meno noti o meno seguiti ma continua a seguire le leggi dell’audience e del mercato puntando nuovamente sulle discipline che già possono garantire buoni ascolti. E’ una tv sportiva che promuove “i soliti noti” e lascia da parte potenziali volti nuovi. Giusto o sbagliato che sia, queste sono le regole dei media e il puro spirito sportivo ne paga le conseguenze.</p>
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